Il diario di Cannes 2010 – 7

E’ bello svegliarsi la mattina, scendere verso la Croisette e improvvisamente rendersi conto che il festival è finito.

Sì, la premiazione è solo domenica sera, ma il carrozzone ha già sbaraccato: sapere chi ha vinto è una formalità da albo d’oro.

Il mercato, che guida e sostiene Cannes, è terminato: gli affari possibili sono stati conclusi, gli altri rimandati a più miti consigli. Variety ha già chiuso la sua redazione ed il padiglione americano è stato liberato.

Purtroppo queste considerazioni impietose sono ancora più vere per un’edizione come questa, piena di cocenti delusioni nel campo cinefilo. E quando il cinema non offre spunti di verità e bellezza, allora il cotè industriale della settima arte prende il sopravvento.

Purtroppo è difficile orientare la corazzata di un festival come quello di Cannes ed è difficile farlo soprattutto quando i film che tanto si è aspettato, per proporli all’opinione pubblica, si rivelano più deludenti di quanto le attese facessero sperare.

Ed allora è troppo facile dire che il festival non ha identità ed ha perso la rotta dell’equilibrio precario tra cinema d’autore e mercato: solo l’anno scorso assistevamo ad una delle migliori edizioni di sempre, fuori ed in concorso.

In un solo anno, Fremaux e Jacob non possono essersi di colpo smarriti…

Alla fine quello che conta sono i film: quando sono buoni, il festival sembra invincibile. Altrimenti i venti di crisi cominciano a soffiare anche sulla Croisette…

Film di venerdì 21 maggio 2010:

Ha ha ha di Hong Sang-soo – Un certain regard ***1/2

Ecco finalmente il film coreano che aspettavamo: un meraviglioso girotondo amoroso fra tre giovani coppie in cerca di felicità, Ha ha ha è leggero come una risata complice tra vecchi amici.

Si sentono echi del cinema di Woody Allen nelle relazioni sentimentali, ambientate in un piccolo paese, vicino a Seul.

La cornice è rappresentata dall’incontro di due vecchi compagni: un professore di cinema e regista, che decide di trasferirsi in Canada a cercare fortuna ed un poeta, perennemente depresso eppure incompresibilmente allegro, si rivedono un ultima volta e si raccontano davanti ad un bicchiere le loro infelicità sentimentali, le loro conquiste, le loro infedeltà, che coinvolgono anche un musicista, una guida culturale, una giovane economista che ha lavorato per una società cinese ed un’altra donna, che si prende cura del poeta, amorevolmente.

I loro incontri girano spesso attorno al ristorante gestito dalla madre del professore, in un curioso incrocio di azzardi e coincidenze.

Pur con i ritmi tipici del cinema orientale d’autore, Hong riesce a rendere la sublime leggerezza di queste scaramucce amorose, aiutato da un cast istintivamente simpatico, mai sopra le righe e da una sceneggiatura calibratissima, che riesce a rendere credibile ogni svolta ed ogni scherzo del destino.

Peccato che non sia in concorso…

Nel pomeriggio abbiamo dato un’occhiata anche a Chantrapas, di Otar Iosseliani, fuggendo in preda alla disperazione ed alla noia, dopo un’ora di oscuri vaneggiamenti su un regista alle prese con un film in costume e con un nonno malmostoso e dittatoriale.

My joy di Sergej Loznitsa – In concorso **1/2

L’opera prima del regista ucraino è inquietante e oscura.

Il protagonista è un giovane camionista, che trasporta della farina. Fermato dalla polizia ad un posto di blocco, finirà in un incubo senza fine, popolato di vecchi soldati, storie di guerra, prostitute bambine.

Il film procede per accumulo, senza soluzione di continuità tra presente e passato, tra realtà e sogno.

Dopo essere stato picchiato e derubato del camion, Georgi, costretto in uno stato di catatonico silenzio, vive in una casa immersa nella neve, dove due donne si prendono cura di lui.

Arriveranno dei soldati addetti al censimento ed un vecchio misterioso, finchè Georgi riuscirà a fuggire, proprio grazie ad un altro camionista.

Ma nella notte i due si imbatteranno di nuovo nel posto di polizia…

Ricostruire una trama fatta di libere associazioni, di continue divagazioni, di grandi quadri non per forza collegati ad un flusso narrativo coerente, è impresa ardua, ma il film di Loznitsa è minaccioso, inquietante ed è capace di restituire tutta la violenza, il sopruso, il caos in cui è sprofondato il paese.

Non solo, ma i continui richiami al passato, alla Seconda Guerra Mondiale, disegnano un quadro ancora più nero, nel quale l’identità di un intero popolo è stata costruita sulla sopraffazione e sul tradimento.

La fotografia di Oleg Mutu è stupefacente: la qualità pittorica, i tagli di luce, l’efficacia drammatica delle immagini di My joy contribuiscono enormemente alle qualità del film ed alla sua tenuta narrativa.

Un esordio da seguire con attenzione.

Simon Werner a disparu… di Fabrice Gobert – Un certain regard *

Siamo nel 1992, in una piccola città fuori Parigi, che sembra uscita da un film americano. Il liceo immerso in un giardino, i viali alberati, le villette…

In questa perfezione, fatta apposta per celare misteri ed ipocrisie, Simon Werner è scomparso da diversi giorni e nessuno riesce a trovarlo.

Il film racconta gli ultimi giorni, prima e dopo la sparizione del ragazzo, dal punto di vista dei suoi amici, ricostruendo il puzzle un pezzo alla volta.

Nel frattempo altri due alunni mancano all’appello…

Peccato che il film di Gobert, pur interessante nella prima parte, costruita sul modello di Elephant di Van Sant, si sciolga come neve al sole nella seconda, dove tutti i misteri dell’inizio vengono risolti in maniera semplicistica e rassicurante.

Non ci sono complotti e non ci sono misteri nella comunità: il pericolo viene da fuori, ha il volto anonimo del folle solitario e tutti possono ricominciare la loro tranquilla esistenza piccolo borghese, dopo un bel funerale e qualche lacrima di coccodrillo.

Accomodante.

 

Stones in Exile di Stephen Kijak – La Quinzaine des realisateurs **1/2

A mezzanotte ecco arrivare gli Stones, in un documentario celebrativo al punto giusto, sulla realizzazione del loro album più controverso: Exile in main street, composto ed inciso in Francia, a Villefranche sur mer, dopo la fuga precipitosa dalla Gran Bretagna, per problemi fiscali.

Installatisi tutti nella grande villa di Keith Richards e Anita Pallenberg, gli Stones finiranno per comporre un doppio album, inciso in condizioni del tutto particolari, in una sorta di comune allargata, con mogli, compagne, figlie, collaboratori, fotografi.

Gli Stones fuggiranno anche dalla Francia, dopo le accuse di droga a Richards e completeranno il disco a Los Angeles.

Il documentario alterna le immagini di allora, alle testimonianze di oggi, della band e dei loro collaboratori. Immancabile Martin Scorsese, esegeta e fan della band-simbolo del rock’n’roll.

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