Cannes 2011. L’ottavo giorno

LA PIEL QUE HABITO di P.Almodovar *1/2

Concorso

Il chirurgo Robert Ledgard e’ ossessionato dalla pelle artificiale. Mescolando cellule umane a quelle di un maiale, riesce a creare una pelle cosi’ particolare da risultare ignifuga e resistente alle punture degli insetti.

La sua e’ una ricerca privatissima, condotta nel laboratorio che si e’ costruito nella sua grande villa, dove testa la nuova scoperta su una cavia umana…

Ma perche’ lo fa? Chi e’ la cavia? E perche’ vive segregata in casa, spiata da telecamere a circuito chiuso?

Le risposte a queste domande affondano nel passato del medico, nel suo amore perduto per una moglie che lo ha tradito e per una figlia che gli e’ stata portata via dallo shock subìto, dopo una violenza.

Lasciamo volutamente la trama sullo sfondo, perche’ descriverla la renderebbe ancora piu’ improponibile di quanto non appaia nella sospensione dell’incredulita’, che ogni melo’ di Almodovar ci richiede.

Questa volta pero’, inspirandosi al romanzo Tarantula di Jonque’, il regista spagnolo perde il filo del suo cinema: ne esce una storia folle e sconclusionata come quella dei suoi primi film, a cui fa da contraltare una messa in scena mai cosi’ controllata e fredda. Altro che horror annunciato, qui il sangue e’ sul vetrino di un microscopio…

Ne viene fuori un melo’ glaciale, in cui manca l’elemento fondamentale. La passione: quella dei protagonisti e quella degli spettatori. I personaggi di La piel que habito agiscono a sangue freddo, metodicamente e senza pieta’. Il pubblico non ha nessuno con cui identificarsi: non il dottor Robert – folle carceriere, scienziato pazzo ed amante psicopatico – non il violentatore Vicente, che trama vendetta per la trasformazione subìta e gli esperimenti a cui e’ stato sottoposto.

La moglie non si vede che per qualche istante, la figlia ha una parte brevissima e piuttosto inverosimile.

Persino i personaggi secondari, da sempre la forza – anche comica – del cinema di Almodovar sono mal tratteggiati. La governante, interpretata da Marisa Paredes, sgrana gli occhi, forse ancora allibita dalla sceneggiatura che le e’ toccata in sorte, il figlio Zeca, criminale violento, vestito da tigre (?!) e’ una delle cose peggiori viste in un film del maestro spagnolo.

Il cinema dell’eccesso di Almodovar gira a vuoto e spreca il grande ritorno di Antonio Banderas e la fisicita’ di Elena Anaya, che avrebbe potuto restituire una storia di voyerismo e attrazione/repulsione morbosa.

E invece La piel que habito deraglia paurosamente nell’impossibile, i personaggi si sfilacciano, persino l’ironia voluta manca il bersaglio, lasciando spazio piu’ volte a quella involontaria.

E’ vero, Almodovar esce finalmente dal museo autoeretto attorno al suo cinema ed alle sue passioni cinefile, ci sono intuizioni e aperture nuove, battiti e maschere vitali, ma non basta a salvare il piu’ dimenticabile dei suoi film degli ultimi vent’anni, che non affonda mai il bisturi, rimane in superficie, come quella pelle bellissima che il protagonista crea, ma che non puo’ cambiare desideri, passioni e carattere di chi la indossa.

L’EXERCICE DE L’ETAT – THE MINISTER di P.Schoeller ***

Un certain regard

Interessante il racconto di Pierre Schoeller, che immagina e descrive le giornate di un fantomatico Ministro dei Trasporti, Bertrand Saint-Jean, impegnato in una settimana cruciale della sua vita personale e politica. Si sveglia nella notte, perche’ un autobus con una scolaresca e’ precipitato in un dirupo, deve fronteggiare il progetto di privatizzazione delle stazioni ferroviarie, a cui sta lavorando il Ministro delle Finanze – e che lui avversa, ritenendo necessario che alcuni servizi rimangano pubblici. Le urgenze si accavallano, si vive sempre sulla corda, lo spazio riservato a famiglia ed affetti si assottiglia sempre di piu’. Schermaglie amorose e sogni perturbanti si accavallano, ma il ministro non molla.

Intanto lo vediamo all’opera con il suo staff, il dirigente del Ministero, Gilles, che tutti stimano e che lui stesso considera un amico personale, ma che non esita a criticare per l’appoggio al piano diprivatizzazione. Ci sono poi i ragazzi della scorta, l’autista che sta per diventare padre e quello che lo sostituira’ per un mese, la sua addetta stampa e i consiglieri, che lavorano per lui.

E’ uno schizzo senza fronzoli quello di Schoeller, che racconta il dietro le quinte, con abilita’ e ritmo e senza quella fastidiosa sensazione da buco della serratura, che spesso accompagna questo tipo di opere.

Fuori dalle ideologie un po’ facili di destra e sinistra, descrive il potere com’e’: dalla sera alla mattina ti ritrovi a spasso dopo una vita spesa  al servizio dello stato.

L’attivita’ di lobbing, il ruolo dei deputati, le nomine negli enti pubblici, i sondaggi, i colleghi ministri e le alte cariche dello stato: tutto passa sotto la lente di Schoeller, che non sembra voler giudicare, ma che in fondo non disprezza questo Saint-Jean, uomo che si e’ fatto da solo, che non viene dall’apparato dello stato e dei partiti, che non e’ identificabile, perche’, come gli dice la sua addetta stampa, “non ha un passato”.

Schietto e umano con i collaboratori, sembra essere un po’ naif, ma fara’ strada, anche perche’ la fortuna lo assiste…

Perfetto volto comune, Olivier Gourmet, incarna il ministro con solida professionalita’. Bravissimo anche Michel Blanc nel ruolo del capo di gabinetto Gilles, travolto sulla via del successo.

THE DAY HE ARRIVES di Hong Sang-soo ***

Un certain regard

Meno male che c’e’ Hong Sang-soo, con i suoi personaggi pieni di umanita’, con le sue commedie in bianco e nero, con la sua ronde sentimentale, che rende giustizia alla leggerezza che ogni film dovrebbe portare con se’, come bagaglio obbligatorio.

L’hanno scorso con Ha ha ha vinse Un certain regard, che lo ospita anche questa volta.

Yoo e’ un regista poco conosciuto, che ha deciso di vivere fuori Seul. Senza piu’ film da girare, dopo i primi quattro che non hanno avuto il successo sperato, ritorna nella capitale, per incontrare un vecchio amico, che scrive di cinema e per chiudere i conti con una fidanzata, forse troppo amata.

Dopo l’esilarante incontro con la ragazza, che si conclude con un nuovo momentaneo addio, il regista incontra piu’ volte del tutto casualmente un’attrice che ha perso fiducia in se stessa, si perde per la citta’ con tre studenti di cinema, ritrova finalmente l’amico critico, che sembra innamorato di una collega, senza essere ricambiato.

I tre si rifugiano a parlare d’amore e di cinema in un bar chiamato Romanzo: Yoo finira’ per innamorarsi della proprietaria, spesso misteriosamente assente dal locale…

Hong e’ meravigliosamente dolce con i suoi personaggi. Ne dipinge le debolezze sentimentali e le confusioni ideali e professionali, con grande semplicita’, alla maniera di Woody Allen.

Il cinema incontra la vita, ma non l’aiuta: forse pero’ basta una fotografia di una sconosciuta, per ridare coraggio al regista perduto.

Perche’ le commedie sono cosi’ rare ai festival? Perche’ contrariamente a quanto si pensi, si ride e si sorride, spesso, per cose diverse. Trovare una chiave universale, non e’ semplice.

Hong Sang-soo ci riesce, con un cinema fatto di nulla: pellicola in bianco e nero, pochi personaggi, scenografie minimali. Forse un po’ ripiegato su se stesso, eppure la forza e’ tutta nella scrittura.

DRIVE di N.Winding Refn ***1/2

Concorso

Il direttore del festival, Thierry Fremaux, ha deciso di mettere il meglio proprio alla fine, con questo splendido thriller del danese Refn e con il bellissimo film di Paolo Sorrentino, che troverete presto recensito, entrambi europei in America.

Refn e’ un regista di culto, una sua personale e’ stata ospitata al Festival di Torino, ma finora era conosciuto in Italia solo per il tronfio Valhalla Rising, presentato nella notte veneziana, due anni fa.

Qui debutta in una produzione americana con un film di solitudini rumorose, raccontando la storia di un driver imprendibile, che si divide tra i set cinematografici di Los Angeles ed le rapine, a cui presta la propria straordinaria abilita’ al volante. Assieme all’amico Shannon, lavora in un garage, aspettando il prossimo contratto.

Lo vediamo in azione, all’inizio, sul set e sulla strada. Poi entrano in gioco il mafioso Bernie ed il suo tirapiedi Nino, a cui Shannon chiede un prestito, per mettere in piedi una scuderia da corsa, per sfruttare le abilita’ del pilota.

Tutto sembra andare per il verso giusto, ma l’incontro con Irene, una silenziosa vicina di casa e con il suo bambino, Benicio, fara’ prepicitare le cose in una spirale di ricatti e vendette senza fine.

Il marito di Irene, Standard, esce infatti improvvisamente dal carcere, ma e’ in debito con la malavita locale e deve mettere a segno una rapina per pagare i suoi conti. Il pilota si offre di dargli una mano, per evitare che Irene e Benicio siano coinvolti.  Ma non tutto va per il verso giusto e la violenza prendera’ il sopravvento.

Winding Refn compie il miracolo di dare nuova vita al thriller metropolitano, su cui Michael Mann sembrava aver detto gia’ tutto con Heat e Collateral. Crea una serie di personaggi memorabili, non solo con il pilota senza nome e Irene, ma con un gruppo di caratteristi  favoloso, capace di rendere credibile anche un copione gia’ visto molte volte, scritto da Hossein Amini, a partire da un romanzo di James Sallis.

Ad una prima parte di studio dei caratteri, tutta impressionista e silenziosa, Refn ne accosta una seconda, che fa dell’iperrealismo e della dilatazione temporale una cifra del tutto personale.

La violenza di Drive e’ senza scampo: sia muore con il cervello che scoppia in mille pezzi, si muore dissanguati con le braccia squarciate, si muore con una forchetta in un occhio e con le coltellate rabbiose di un boss, a cui tutto sembra sfuggito di mano.

Come gia’ in Valhalla Rising, Refn usa gli effetti sonori in maniera stupefacente, come volesse far sentire davvero al pubblico in sala, tutto l’orrore di quei colpi, di quelle urla, di quei motori che rombano nella notte. La colonna sonora elettronica, sembra un omaggio ai polizieschi anni ’80 di Friedkin e Ferrara.

Los Angeles e’ il landscape ideale per il cinema maschio e romantico di Refn: nelle ombre rischiarate dalle luci di una citta’ che non dorme mai, puo’ annegare il dolore dei suoi personaggi che non vogliono molto, se non vivere una tranquillita’ senza rimpianti e trovare un posto nel mondo.

Winding Refn si affida ai due migliori giovani attori di hollywood, Ryan Gosling e Carey Mulligan, entrambi straordinari e capaci di rendere meravigliosamente significativi i loro sguardi silenziosi. Albert Brooks e’ un boss dal sorriso placido e vendicativo e Ron Perlman, un braccio destro, a cui il copione regala le battute migliori.

Drive e’ un film che riconcilia con il concorso: finalmente un’opera di genere, che non si vergogna di esserlo, in mezzo ad una selezione ufficiale, troppo orientata ad assecondare registi depressi o che hanno finito le buone idee da un pezzo e continuano a riciclare se stessi all’infinito.

Se De Niro e i giurati avessero il coraggio, per una volta, di fare piazza pulita dei grandi nomi per andare alla sostanza, un premio importante per Drive sarebbe d’obbligo.

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24 pensieri riguardo “Cannes 2011. L’ottavo giorno”

  1. […] Qui va sprecato un cast che, a parte il legnoso Carell, mette in fila una serie di talenti di diverse generazioni da Julianne Moore a Marisa Tomei, da Kevin Bacon a Emma Stone, sino al già citato Ryan Gosling, protagonista di ben altro spessore – solo quest’anno – di Blue Valentine, All good things, Le idi di marzo e Drive. […]

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