Bronson

Bronson ***

Sull’onda del premio per la migliore regia, conquistato all’ultimo Festival di Cannes, con Drive, arriva nelle sale italaine un film del 2008 di Nicolas Winding Refn, il giovane regista danese, entrato di prepotenza nel panorama cinematografico internazionale.

Il film si era visto alla personale, ospitata dal Festival di Torino ed è indubbiamente un’opera forte, originalissima, che coniuga alla perfezione esplosioni di violenza brutale e stile elegantissimo e rarefatto.

Charles Bronson è il nome d’arte del più pericoloso detenuto del Regno Unito: nato come Michael Peterson, aveva avuto i primi guai a scuola, ma una banale rapina in banca, capace di fruttargli poco più di 25 sterline, lo porta in galera una prima volta, per 7 anni. Da allora Bronson non uscirà quasi mai, e non per nuovi reati commessi in libertà, ma per quelli perpetrati all’interno delle strutture carcerarie, ai danni degli altri detenuti, delle guardie, degli educatori.

La sua violenza incontrollabile va di pari passo con il sottile piacere che sembra provare a farsi annientare di botte dai secondini. La lotta brutale e impari è il suo unico scopo di vita. Dentro e fuori dal carcere. Infatti nei pochi mesi in cui è in libertà, si offre per incontri di lotta clandestina, per conto di un boss locale. Ed è proprio lui a suggerirgli di cambiare il nome in quello dell’attore americano, Il giustiziere della notte.

Bronson nei lunghi 34 anni di carcere, che l’ergastolo ha reso oggi infiniti, ha scritto libri su di sè, sulla propria prigionia, libri di poesie e di fitness. Ha realizzato quadri ed altre opere d’arte, che pure hanno trovato un mercato.

Il film di Refn descrive in maniera impressionista alcuni momenti chiave della vita di Bronson, introdotti da una cornice teatrale, con lo stesso protagonista, impegnato in un monologo immaginario, davanti ad un pubblico, pronto ad applaudire le sue bravate.

Claustrofobico, straniante dramma da camera, con echi di Samuel Beckett, ma anche dei racconti di personalità antisociali, in primis Arancia meccanica, a cui Refn si ispira nei momenti di quiete carceraria, prima delle esplosioni improvvise di brutalità animalesca.

I lunghi carrelli, i movimenti di macchina controllatissimi, il monologo interiore, la centralità della messa in scena, l’uso straniante della musica elettronica e della musica classica, lo accumunano al capolavoro di Kubrick.

Ma se Bronson è diventato un fenomeno mondiale, lo si deve anche e soprattutto alla performance totale di Tom Hardy, che ci mette tutta la sua mimica esagerata e fuori dalle righe, ma anche una fisicità travolgente, indomita, senza compromessi.

Spesso nudo, coinvolto in scontri furiosi, in tirate logorroiche con direttori e guardie, Hardy incarna un personaggio davvero bigger than life, eppure realmente esistente.

Il cranio pelato, i grandi baffi a manubrio, il fisico scolpito e la rabbia feroce che monta improvvisamente, ne fanno uno dei più grandi villain degli ultimi anni. Un personaggio memorabile, quanto il Jocker di Heath Ledger, con cui condivide la mancanza di ogni secondo fine: il lato oscuro non ha bisogno di giustificazioni moraliste.

Charlie Bronson usa la violenza per quella che è, un mezzo di comunicazione estremo, radicale, primordiale. L’unico che davvero conosce. E la pratica per il puro piacere della lotta e per un istinto animalesco, si direbbe.

Senza Bronson non ci comprenderebbe perchè Christopher Nolan abbia scelto Hardy prima per Inception e quindi per interpretare l’enorme Bane nel prossimo e conclusivo episodio del Cavaliere Oscuro.

Mai scelta è stata più indovinata.

Se lo trovate in sala, riscoprite questo film di Refn, ne rimarrete turbati. In Italia esce venerdì 10 giugno.

4 pensieri riguardo “Bronson”

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