L’illusionista

 

L’illusionista **1/2

C’è un triste segreto dietro a questo nuovo film di Sylvain Chomet (Appuntamento a Belleville).

Le qualità de L’illusionista, nominato agli Oscar nella categoria poi vinta da Toy Story 3, sono tutte nel disegno e nella diffusa nostalgia di un passato innocente, destinato a non tornare.

L’animazione vintage bidimensionale sfrutta magnificamente gli sfondi dipinti, di stampo minimalista, anche se non esita ad utilizzare il computer per inserire pioggia, fumo e immagini dal vero.

I protagonisti di questo nuovo racconto in punta di penna sono un anziano mago, a cui nessuno sembra più prestare attenzione, ed una ragazzina scozzese, un’umile cameriera di un ostello sperduto, con cui l’illusionista finisce per intrecciare un curioso rapporto paterno.

Il mago Tatischeff  si esibisce a Parigi, alla fine degli anni ’50, ma i suoi numeri “vecchia scola” sono travolti da nuove forme di intrattenimento, più moderne, più audaci, in primis dal nascente rock’n’roll.

I numeri con le carte, i conigli, i fiori che appaiono dal nulla, non incantano più una platea annoiata e assuefatta.

Il mago si trasferisce a Londra, ma anche qui il suo spettacolo non avrà maggior fortuna, quindi tenta la via della Scozia. In un piccolo villaggio conosce la giovanissima cameriera, Alice. Le regala un paio di scarpe e comincia così un rapporto di muta solidarietà.

Quando Tatischeff si trasferisce ad Edinburgo in un locale che accetta di ospitare i suoi spettacoli, la ragazzina lo segue di nascosto e si presenta al suo albergo.

Ma i sogni della piccola sono inevitabilmente materiali: un cappotto nuovo, un abito, un nuovo taglio di capelli, e l’anziano illusionista cerca di accontentarla, nonostante i magri incassi dei suoi spettacoli.

Il film è quasi interamente muto, i due si scambiano pochissime parole e sono le musiche a restituire stati d’animo e sentimenti.

L’illusionista è stato apprezzato molto al di là dei suoi meriti effettivi, anche perchè è l’adattamento animato di una sceneggiatura mai realizzata di Jaques Tati, che preferì lasciarla sulla pagina scritta, per dedicarsi ad opere meno pessimiste.

Chomet l’ha ricevuta dalla figlia dell’attore e regista francese, Sophie Tatisheff, a cui il film è dedicato.

Ma c’è molto di più, dietro l’apparente tristezza di questo rapporto impossibile tra l’anziano mago e la giovane Alice.

C’è la storia vera di una figlia mai riconosciuta, di una famiglia dilaniata e abbandonata durante la guerra, di un’eredità contesa e del tentativo forse tardivo di Tati di immaginare una possibile riconciliazione.

La sceneggiatura de L’illusionista era forse troppo personale, troppo dolorosa per Tati, per farne davvero un film.

Avrebbe dovuto restare dov’era, negli archivi della Cineteca di Francia.

Ma gli interessi, si sa, sono molti e nessuno ha avuto il pudore di rispettare la scelta di lasciarla irrealizzata.

Non solo, ma evidentemente la scelta di rappresentare il mago con le fattezze di Tati ed in particolare con quelle di un suo personaggio, Mr.Hulot, non ha certo aiutato a rasserenare il giudizio, creando un’opera spuria: un Tati falso, che si innesta su un vero Tati, che forse nessuno avrebbe dovuto adattare.

Jonathan Rosenbaum e Roger Ebert hanno dato conto della polemica tra gli eredi di Jacques Tati, giustificando il loro imbarazzo a recensire un’opera che aveva significati molto lontani da quelli puramente cinematografici.

Noi ci limitiamo a dirvi che questo L’illusionista è un racconto che, a 60 anni di distanza, non ha perso la sua carica poetica e le sue contraddizioni di fondo, così come la sua ambiguità.

L’animazione di Chomet ha i suoi meriti, ma troppi sono i punti interrogativi su un progetto che sembra nato quasi solo per sfruttare la memoria e l’illusione degli estimatori del grande attore e regista francese.

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