Climax

Climax ***1/2

“Vivre est une impossibilité collective”

Una donna avanza strisciando nella neve. Urla, si dispera. E’ sporca di sangue.

Scorrono velocissimi i titoli di coda: la fine non è che un nuovo inizio.

Quinto lungometraggio in vent’anni di carriera, Climax di Gaspar Noé, regista argentino, ma francese d’adozione, ha messo sottosopra la Quinzaine di Cannes lo scorso mese di maggio, con il suo viaggio lisergico tra la vita e la morte, che racconta una lunga notte di festa, in una compagnia di ballerini di strada, pronta a partire in tournée.

Siamo a metà degli anni ’90 e dopo tre giorni di prove, in una sorta di vecchio collegio in disuso, immerso in una foresta e circondato dalla neve, i venti ballerini, Dj Daddy e la coreografa, che è ha portato con sè anche il suo piccolo bambino, festeggiano l’imminente partenza per gli Stati Uniti.

Alle loro spalle un grande sipario con i colori della bandiera francese.

Solo che qualcuno ha drogato la sangria, che tutti hanno bevuto e nel bel mezzo della festa qualcosa comincia ad andare storto.

Siamo esattamente a metà film, scorrono i titoli di testa del film, e la protagonista, Selva, si accorge del delirio che sta montando, pian piano.

Girato da Noé in gran segreto in solo quindici giorni e aperto dalle interviste a camera fissa ai ballerini del gruppo, rimandate da un vecchio televisore a tubo catodico, Climax è un distillato delle sue ossessioni, stavolta perfettamente equilibrato, pur nei suoi eccessi.

Noé alterna i suoi prodigiosi piani sequenza in steadycam ad inquadrature fisse, duetti che cercando di raccontare chi sono i venti personaggi, che abbiamo di fronte.

Fotografato in maniera prodigiosa da Benoît Debie, reso elettrico una colonna sonora da urlo, incessante e martellante, che attraversa la storia della disco-music (Cerrone, Soft Cell, M/A/R/R/S, Patrick Hernandez, Moroder, Daft Punk) e accompagna i protagonisti nel loro inferno personale, Climax è un sontuoso inno alla vita e alla morte, un fuoco d’artificio, che fa esplodere ogni convenzione e morale.

Liberati da ogni condizionamento sociale e culturale, persi nel loro incubo personale, i protagonisti cominciano così un gioco al massacro sadico e ossessivo, diventano un branco, che colpisce innanzitutto chi non ha bevuto, identificato sommariamente come colpevole.

Ma poi l’inferno di sesso e violenza si rivela ancor più crudele e disinibito: Selva si aggira senza requie, intrappolata nei propri collant e preda di desideri diversi, un’altra ballerina si ferisce da sola con un coltello, a qualcuna bruciano i capelli, altri ancora cercano di esprimere la propria sessualità in modo tenero o animalesco, qualcuno si perde in un incubo incestuoso.

La coreografa, che ha chiuso suo figlio nella cabina elettrica dell’edificio, per evitargli il contatto con gli altri, ha però perduto le chiavi e si aggira disperata nel grande edificio, mentre il bambino urla disperato.

La macchina da presa di Noé si aggira in questo girone dantesco con la solita libertà formale, vola, corre, si ferma, gira su se stessa, striscia, si dimena come in preda allo stesso delirio frenetico, che ha preso i suoi personaggi.

Il caos avanza inesorabile, virato di rosso, e sembra non finire mai, eppure all’alba la polizia sfonda le porte e si trova di fronte alla realtà.

Provocatore instancabile, Noé non è certo un regista di sfumature. Qui tutto è chiarissimo, esplicito, disturbante: dietro le maschere, che ciascuno veste ogni giorno, ci sono istinti diversi, che trascolorano nell’ambizione personale, nel desiderio represso, nella rivalità, nelle dipendenze, nelle fragilità irrisolte e nella maternità non voluta.

E la cosa più tragica è che l’orrore monta nella più assoluta indifferenza. Ciascuno pensa solo a se stesso, a soddisfare le proprie voglie, senza più alcun freno morale.

Come a dire che, dietro ogni razionalizzazione modernista, c’è sempre un elemento ancestrale, ferino, primitivo, che si agita.

Noé sembra voler usare la sua compagnia di ballo anche come una metafora del suo paese adottivo, privo di coordinate, drogato da un potere invisibile, che ha trasformato tutti in zombie rabbiosi. Ma la sua riflessione, più che politica, è cinematografica: in Climax la sua idea di cinema come innesco necessario, per poter accedere all’universo oscuro dell’inconscio individuale e collettivo, si fa riflessione matura e compiuta.

Il suo è un viaggio che trascolora da Eros a Thanatos: il balletto iniziale meravigliosamente sensuale e vitalistico diventa un sabba dionisiaco, che fa impallidire quello di Suspiria di Guadagnino a cui questo Climax sembra avvicinarsi, nel tentativo di dare un nome all’orrore.

Climax rimane, come gli altri film di Noé un esercizio di stile vorticoso e strabiliante, ma questa volta sembra esserci un’amarezza nuova, un’urgenza autodistruttiva, un vitalismo che travolgono ogni remora, ogni eccezione critica. Noè utilizza una struttura sorvegliatissima, perfettamente congegnata come un giallo a chiave, trova anche la giusta distanza per osservare i suoi personaggi, senza farsi travolgere dal voyerismo e dando voce al loro inconscio, alle loro paure, ai loro desideri.

Imperdibile.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.