An Elephant Sitting Still

An Elephant Sitting Still ****

In una città di provincia della Cina settentrionale, in una lunga giornata invernale, si incrociano i destini di un pugno di personaggi: il piccolo criminale Yang Cheng, abbandonato dalla donna che ama, sorpreso da un amico a letto con sua moglie; lo studente Wei Bu che, per difendere un compagno dal bullo della scuola, ha scaraventato quest’ultimo già dalle scale, ferendolo in modo grave; la giovanissima Huang Ling, che ha una relazione con il vicepreside della scuola e una madre irresponsabile da cui difendersi; infine l’anziano Wang Jin, che il genero vuole mandare in un ospizio, per vendere la sua casa e comprarne una più piccola, in un quartiere migliore.

Ciascuno di loro è costretto a confrontarsi con la morte, la vergogna, il tradimento, la vendetta. Nessun conforto può venire dalle loro disastrate famiglie: Cheng è assillato dalla madre e dalla zia, dal senso di colpa e da un amore non corrisposto, Wei Bu è cacciato di casa dal padre, un ex poliziotto licenziato per corruzione, Ling non trova mai nella madre un’alleata, mentre Wang Jin è diventato un fardello da occultare, per il bene della nipotina. 

In un ribaltamento tragico di prospettive, i protagonisti del film, messi con le spalle al muro, in un momento decisivo della propria vita, non trovano nei propri affetti alcun conforto, alcuna soluzione, alcuna risposta.

Ciascuno è irrimediabilmente solo. Il destino li ha messi alla prova, ha svelato improvvisamente il suo volto più crudele, ha messo fine alle illusioni più innocenti e ciascuno sembra poter contare solo su di sè.

I quattro protagonisti si incrociano, si incontrano, si conoscono e si parlano nel corso del film, le loro storie si legano indissolubilmente l’una all’altra: perchè tutti e quattro scoprono improvvisamente la fine di ogni certezza. Si trovano in balia delle onde e condividono lo stesso mare in tempesta. Solo tra di loro è possibile una qualche forma di solidarietà.

Il primo film del regista cinese Hu Bo, presentato al Forum della Berlinale lo scorso mese di febbraio e poi passato anche a Locarno e a Roma, è uno straordinario viaggio interiore, un grido d’aiuto potente e amaro, una radiografia inquietante, che lascia senza fiato.

Nelle sue quattro ore, mai così necessarie, An Elephant Sitting Still accompagna e pedina i suoi personaggi in quello che appare subito un girone del purgatorio, un luogo di penitenza senza fine, in cui tutto sembra desolato e inconsistente.

Il regista usa una focale sempre molto corta, mettendo a fuoco un personaggio alla volta e lasciando i contorni dello sfondo indefiniti, con l’intenzione di mostrare forse come il contesto, sia diventato per tutti e quattro i suoi personaggi, un unico indistinto, che non ha più alcun significato.

Bo predilige il piano sequenza come forma espressiva d’elezione: accompagna così i suoi personaggi, alternandone la centralità, per poi trovare il modo di farli incontrare.

Per tutti c’è solo un’ultima lontana illusione: un viaggio nella città di Manzhouli, in Manciuria, dove pare ci sia un elefante che se ne sta seduto immobile, nella sua gabbia allo zoo, indifferente a visitatori e inservienti.

Ma può davvero la fuga essere una soluzione logica e non solo emozionale e provvisoria?

An Elephant Sitting Still è l’esordio nel lungometraggio dello scrittore e regista Hu Bo, tratto da un racconto del suo libro Huge Crack.

Hu Bo sì è tolto la vita, dopo averlo completato, il 12 ottobre 2017. Queste memorabili quattro ore di cinema rimangono così una testimonianza poetica, tragicamente definitiva.

Raccontare il suo film senza farsi condizionare dalla storia della sua realizzazione e dalla biografia tormentata del suo autore è impresa ardua, ma in realtà lo sguardo malinconico e disilluso di Bo è già capace di raccontare il dolore di vivere, con una tale intensità e consapevolezza, da non aver bisogno di altro.

An Elephant Sitting Still è già opera seminale e decisiva del nuovo secolo, testimonianza di un talento maturo, rigoroso, scevro da ogni maniera. La sua capacità di racconto è stupefacente, la verità che cerca e trova in modo inesausto, nel corso di queste quattro ore, può fare a meno di ogni eccesso drammatico: la morte e la violenza, il sangue e il sesso avvengono sempre fuori campo, con un pudore necessario e benedetto.

I suoi protagonisti vivono un mondo crudele, caotico, in cui una scuola chiude e si accorpa ad un’altra, senza motivo logico. Tanto il destino degli studenti è già segnato: l’unico futuro che li aspetta è vendere cibo per strada, come afferma il vice preside.

Essere venuti al mondo è già una colpa, resistere è solo una scelta, che chiede di venire a patti con la frustrazione. La famiglia è perduta, l’amicizia è un inganno, le istituzioni sono assenti o peggio, incestuose.

In un Paese privo di qualsiasi empatia, di qualsiasi umanità la disperazione generazionale di Bo ricorda quella del primo Jia Zhangke, ma la rabbia qui è tutta introversa, esistenziale: la sconfitta sentimentale e personale diventa specchio di quella sociale e politica.

Alla fine il vecchio Wang Jin dice al giovane Wei Bo: “Ti conviene restare, perché là fuori è tutto uguale” Ma forse prima di arrendersi e adattarsi ci si può ancora mettere in cammino per “andare a dare un’occhiata”: un falso movimento, che può arrestarsi in qualsiasi momento, nel cuore della notte, per giocare a pallone con un pezzo di plastica, prima che un barrito squarci definitivamente il silenzio.

Epocale.

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