Amiche di sangue

Amiche di sangue – Thoroughbreds ***

Quando il drammaturgo Cory Finley del collettivo Youngblood ha scritto il copione di Thoroughbreds (Purosangue), pensava di farne uno spettacolo teatrale.

Ma il suo lavoro è finito nelle mani del produttore Kevin J.Walsh (Manchester by the Sea) e della coppia di scrittori e produttori Faxon e Rush (Paradiso amaro), che ne hanno subito intuito le potenzialità cinematografiche.

Cory Finley si è così ritrovato a dirigere il set del suo primo film, assieme a due delle migliori attrici ventenni di Hollywood, ovvero Anya Taylor-Joy (The Witch, Split) e Olivia Cooke (Quel fantastico peggior anno della mia vita, Ready Player One) e al compianto Anton Yelchin (Star Trek, Like Crazy, Solo gli amanti sopravvivono), qui alla sua ultima interpretazione.

Il film ha debuttato al Sundance nel 2017 ed arriva solo ora nelle sale italiane grazie alla Universal che lo lancerà in agosto, sfruttando l’ambientazione estiva che fa da sfondo al racconto dell’amicizia pericolosa tra Lily e Amanda.

Siamo nei sobborghi del Connecticut, nelle ville opulente dell’alta borghesia locale, quelle in cui si può avere un campo da tennis privato e una scacchiera a grandezza umana in giardino. Lily e Amanda si conoscono fin da bambine, hanno fatto le scuole assieme, hanno vissuto una vita di privilegi, mollezze, sport eleganti come l’equitazione.

Ma qualcosa è andato storto: la ribelle Amanda è una sociopatica, incapace di provare alcun sentimento verso il resto del mondo. La sua cameretta è tappezzata di medaglie e premi vinti con il suo cavallo, che ha appena ucciso brutalmente e a mani nude, dopo che si era azzoppato.  Lily invece sembra la più posata ed equilibrata delle due, aiuta l’altra con le prove attitudinali, ma in realtà nasconde benissimo i segni di un’inquietudine profonda, che dal contesto familiare si è riflessa sul suo rendimento scolastico.

Pian piano il film ci mostra la vera natura del loro rapporto e le loro personalità si chiariscono sempre di più, coinvolgendo Mark, l’odioso patrigno di Lily e Tim, un poco di buono che spaccia droga ai ragazzini ricchi del quartiere.

Amiche di sangue, questo il titolo italiano, è uno strana incrocio tra un high school movie anni ’80 senza ironia e un thriller hitchcockiano, in cui il ruolo della femme fatale è sdoppiato ed in cui le attese iniziali vengono ribaltate completamente.

Se gli interni elegantissimi e i costumi impeccabili delle due protagoniste contribuiscono ad attenuare la tensione narrativa, sciogliendola nell’ozio annoiato di un’estate senza tempo, il film sembra costruito sull’accumulo di situazioni e ipotesi, per lasciare nella coda il suo climax narrativo.

Lontano dai cliché di genere, capace di uno sguardo originale su una borghesia incestuosa, che è costantemente attraversata da una violenza psicologica costante e ricattatoria, in cui lo spirito predatorio sembra avere la meglio su ogni altro sentimento, il film di Finley è pieno di note a margine capaci di raccontare con umorismo nero, i sintomi di una malattia sociale.

Basterebbe la scena in cui Amanda scopre la madre all’interno di un nuovo lettino abbronzante, che appare come una bara in cui sprofondare ogni istinto vitale o quella in cui la macchina spara palline del patrigno Mark, riduce il tennis ad un puro e solitario esercizio fisico.

Se il contemporaneo Scappa – Get Out era un horror che faceva i conti con un’immagine ribaltata del corpo degli afroamericani, qui la satira sociale non è meno ambiziosa e crudele, nichilista e feroce, capace di smascherare dietro l’opulenza barocca della casa di Lily, la vera natura dei suoi abitanti.

Scritto con grande maestria e con dialoghi millimetrici, il film non appare mai teatrale, grazie allo sguardo genuinamente cinematografico di Finley, che, al suo debutto, sembra avere un talento naturale per la direzione d’attori e per la messa in scena, che si giova di lunghi piani sequenza attraverso i corridoi lussuosi e labirintici della casa di Lily e di un uso del focus e del fuori campo, che il regista recupera dai film di genere, con un’eleganza nuova.

Il film lascia sapientemente l’orrore fuori campo e gioca a lungo anche sul non detto e sui silenzi, costruendo il suo suo studio di caratteri con estrema precisione e gelida ironia.

Notevole la fotografia panoramica di Lyle Vincent (A girl walks home alone at night e The Bad Batch) e le musiche inquiete e dissonanti del violoncellista Erik Friedlander, che insinuano nell’impeccabile superficie visiva del film un elemento perturbante.

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