A girl walks home alone at night

A girl walks home alone at night poster

A girl walks home alone at night **1/2

Il primo lungometraggio diretto dalla regista inglese Ana Lily Amirpour è un horror esistenziale, girato in farsi ed in bianco e nero, che sembra avere come numi tutelari Jim Jarmush e Quentin Tarantino.

A girl walks home alone at night è stato una delle sorprese dell’ultimo Sundance Film Festival ed è arrivato subito in sala, grazie anche ai buoni auspici del suo produttore Elijah Wood.

Ma il riuscito cortocircuito culturale non tragga in inganno: la Amirpour pur di origine iraniana è cresciuta tra la Florida e la California e si è laureata in cinema alla UCLA.

Respira cinema sin dall’età di 12 anni ed i suoi riferimenti cinematografici dichiarati per questo film, che nasce da un precedente cortometraggio, così com’era capitato a Whiplash, sono stati il cinema di Sergio Leone, Cuore selvaggio di Lynch e Rusty il selvaggio di Coppola.

Girato in cinemascope ed in un bianco e nero meravigliosamente contrastato e notturno, il film è ambientato in una fantomatica città iraniana, chiamata Bad City.

Il protagonista, Arash, è costretto ad assistere il padre eroinomane Hossein ed a fare i conti con lo spacciatore Saeed, che avanza pretese e crediti sempre più ingenti.

Dopo avere preso in pagamento la preziosa auto di Arash, Saeed si muove nella notte, gestendo una serie di attività che sembrano essere le uniche della città fantasma di Bad City: tiranneggia una prostituta, poi incontra una ragazza con il chador, che sembra seguirlo.

L’incontro gli sarà fatale…

Dire di più sarebbe sbagliato, perchè il film della Amirpour va gustato senza saperne molto, lasciandosi trasportare dal suo incedere ipnotico e lunare, dai suoi silenzi, dalla sua musica sublime che spazia da i White Lies ai Kiosk fino ai Radio Tehran.

Dipinto dalla sua stessa autrice come un horror dalle venature western, il film si distingue dalla produzione indie americana non solo per la scelta della lingua, dei personaggi e dell’ambiente, ma soprattutto per la ricerca di uno stile etereo, per una cura maniacale nella messa in scena e nella composizione del quadro.

Grande merito va riconosciuto ai protagonisti, Sheila Vand, Arash Marandi e Mozhan Marnò.

La Vand soprattutto nei panni della ragazzina in chador, che esce solo di notte e vive in un mondo popolato di musica e dolore è perfetta nel suo enigmatico e silenzioso vagare. Marandi è lo sprovveduto classico della tradizione horror e noir, mentre la Marnò è una prostituta dal cuore d’oro, di cui tutti si approfittano.

Dietro l’immagine iconica della ragazzina con il velo, si impone un delicato racconto di formazione, che supera gli stretti limiti culturali, per farsi ricognizione struggente dell’adolescenza.

La Amirpour riesce con grande equilibrio ad integrare un personaggio fuori dagli schemi nei più tradizionali clichè di genere, senza mai una forzatura e con una sensibilità ammirabile che la avvicina tanto alla prima Sofia Coppola, quanto al romanticismo di un altro grande film horror di questi anni, il Lasciami entrare di Tomas Alfredson.

L’esperimento della Amirpour sembra essere perfettamente riuscito, nonostante i molti elementi contrastanti che avrebbero potuto finire per prevalere. E invece tutto si tiene, le suggestioni lontane finiscono per arricchire il racconto della ragazza con il chador: un personaggio che non si dimentica facilmente e che cresce nel tempo.

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