Manchester By The Sea. Recensione in anteprima!

manchester-by-the-seaManchester By The Sea ***

All’inizio del nuovo secolo Kenneth Lonergan era uno degli sceneggiatori più promettenti di Hollywood.

Nato a New York, aveva lavorato per la pubblicità e poi per il teatro, prima di dedicarsi al cinema, grazie al successo del copione di Terapia e pallottole e ai premi raccolti con il suo film d’esordio Conta su di me.

Per Martin Scorsese aveva firmato la sceneggiatura di Gangs of New York, assieme a Jay Cocks e Steven Zaillian.

Il suo progetto successivo, Margaret, su una studentessa coinvolta in un incidente stradale e sulle conseguenze devastanti del senso di colpa, avrebbe dovuto essere la sua consacrazione.

Invece divenne un incubo lungo sei anni. Incapace di arrivare ad un montaggio definitivo inferiore alle tre ore, messo in mezzo da una disputa legale tra la produzione e la Fox Searchlight che avrebbe dovuto distribuire il film, l’uscita in sala fu rimandata dal 2007 al settembre 2011, quando finalmente Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker riuscirono a mettere assieme una versione di compromesso di due ore e mezza.

Come nelle migliori parabole americane, Lonergan però non si è dato per vinto e il suo terzo film, Manchester By The Sea, presentato al Sundance lo scorso gennaio e poi arrivato nelle sale americane a novembre, è stato acclamato – con pieno merito – come uno dei migliori della stagione.

Il protagonista è Lee Chandler, che lavora come portiere, inserviente e tuttofare in un condominio di Quincy, nel Massachusetts, a pochi chilometri da Boston.

E’ un uomo solitario, taciturno, chiuso in se stesso, capace di improvvisi scoppi d’ira, che forse servono a regolare la temperatura di un’insoddisfazione troppo a lungo trattenuta.

Quando dall’ospedale di Manchester gli comunicano che il fratello Joe è ricoverato in gravissime condizioni, per un attacco di cuore, Lee si precipita nella città dov’è cresciuto e dove ha vissuto a lungo.

Joe però non ce l’ha fatta. Separato dalla moglie – alcolizzata e tossicodipendente – il fratello ha deciso di lasciare a Lee il compito di crescere il suo unico figlio, Patrick.

Il vissuto tragico e irrisolto che Lee ha cercato di dimenticare, allontanandosi da Manchester, lo assale di nuovo. Il dolore sembra insopportabile e mina i rapporti di Lee con Patrick, con la sua ex moglie Randi e con tutte le persone che vorrebbero aiutarlo.

Lonergan costruisce un magnifico film sul peso del passato, sull’impossibilità di sopportare il dolore della perdita.

Con un minimalismo, che si nutre delle interpretazioni mimetiche di un cast in stato di grazia e di uno sguardo capace di valorizzare il paesaggio naturale e i suoi dettagli, Manchester By The Sea si pone come uno dei grandi romanzi americani degli ultimi anni.

Lonergan usa con parsimonia le parole, lascia che siano le immagini a raccontare il passato, inserendosi senza soluzione di continuità nel presente. Racconta il tormento di Lee, il peso del senso di colpa e l’inadeguatezza nel guardare in faccia il mondo e le altre persone, con una compassione profonda.

L’umanesimo del suo autore si muove nel solco di un realismo che non è mai vezzo o maniera.

Il freddo pungente, la neve che si accumula ai bordi delle strade, i volti arrossati, le mani sempre infilate nelle tasche dei giacconi, il pallido sole che illumina le giornate invernali, persino il mare d’inverno: Lonergan usa il ritratto d’ambiente, per rafforzare il carattere drammatico ed il senso di sconfitta dei suoi personaggi.

L’understatement di Casey Affleck, la sua impassibilità, il suo sguardo liquido sono perfetti per il ruolo di Lee, persino il tono monocorde della voce contribuisce alla caratterizzazione.

Sono pochissime, solo quattro o cinque, le scene con Michelle Williams, nella parte dell’ex moglie Randi, ma sono quelle che sostengono il film, che scavano nel dolore dei personaggi, che raccontano il confronto impossibile con un passato troppo ingombrante, incapace di farsi ricordo.

Lonergan fa tesoro della lezione di Margaret, non pretende di spiegarci il senso della vita, nè vuole costruire un ritratto generazionale, ma si limita a raccontare una piccola storia familiare, apparentemente meno ambiziosa, ma capace invece di una precisione psicologica e di una forza emozionale, che non pretende mai di soverchiare lo spettatore, ma di accompagnarlo in punta di piedi, dentro la vita dei suoi personaggi, nel loro dolore indicibile e nella loro voglia di ricominciare.

Con una felicità narrativa che sposa perfettamente il tono lieve e agrodolce, che Lonergan ha scelto.

In Italia uscirà per Universal il 16 febbraio 2017.

Da non perdere.

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