Me and Earl and the Dying Girl – Quel fantastico peggior anno della mia vita

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Me and Earl and the Dying Girl – Quel fantastico peggior anno della mia vita ***

Trionfatore al Sundance sia del premio della giuria che di quello del pubblico, Me and Earl and the Dying Girl è il secondo film per il grande schermo del giovane regista texano Alfonso Gomez-Rejon, che dopo gli studi all’American Film Institute ha fatto una formidabile gavetta, prima come assistente personale di Scorsese, Inarritu e De Niro, quindi come regista della seconda unità in Babel e Argo, tra gli altri, quindi dirigendo per la tv diversi episodi di Glee e di American Horror Story, sotto la guida di Ryan Murphy.

Il suo debutto sul grande schermo è del 2014, con The Town That Dreaded Sundown, una sorta di sequel dell’omonimo film slasher del 1976.

Con questo secondo Me and Earl and the Dying Girl, Gomez-Rejon sceglie la strada del racconto di formazioni e perdita, ambientato nel microcosmo dell’high school, indovinando miracolosamente toni e colori, quasi fino alla fine.

Il protagonista è Greg Gaines un adolescente estraneo alle numerose tribù sociali del suo liceo, che condivide con l’amico di colore Earl l’amore per il cinema d’autore europeo. Un geek colto, ma senza grandi ambizioni scolastiche.

Il padre antropologo gli ha insegnato ad amare i film di Herzog e i classici europei e giapponesi, tanto quanto le specialità culinarie più strampalate del mondo.

Greg ed Earl si divertono a rifare i film che amano interpretando, dirigendo e montando da soli le loro parodie in modo non dissimile da quanto facevano Jack Black e Mos Def in Be Kind Rewind di Gondry.

Estetica low-fi e tanta fantasia nei piccoli corti dei due protagonisti, grande libertà formale e spirito da nouvelle vague nella prima parte del film di Gomez-Rejon, che mantiene intatta la sua freschezza narrativa, quando entra in scena la terza protagonista, Rachel, una compagna di Greg, a cui hanno diagnosticato la leucemia.

Anche se i tre non si conoscono bene, la madre di Greg spinge il figlio a fare qualcosa di buono, andando a trovare Rachel, a casa sua.

L’incontro tra i due, e poi con Earl, è raccontato senza mai una nota stonata, senza retorica e senza pietà, a ciglio asciutto.

Lei non vuole essere compatita, lui non ci pensa neppure e mette in chiaro sin da subito che è stato costretto dai suoi genitori. Ciononostante fra i ragazzi si costruisce, giorno dopo giorno, un’amicizia sempre più forte, sincera, priva di qualsiasi componente sentimentale.

Solo nell’ultimissima parte, quando la malattia mostra il suo volto più crudele e si avvicina l’inevitabile ‘Night of the Prom‘ il film perde qualche battuta e si fa più prevedibile.

Ma non ci sono scene madri in Me and Earl and the Dying, non ci sono abbracci forzati o baci d’addio.

La leggerezza malinconica della prima parte, ricchissima di invenzioni visive e di curiose note a margine del testo, cerca una sua strada anche nella seconda parte, nella quale inevitabilmente il racconto si fa più doloroso e lo stile originalissimo del regista si adagia su una sintassi nota.

E’ difficile però rimproverare a Gomez-Rejon una qualche forma di exploitation del dolore: l’affetto verso i protagonisti e l’onestà intellettuale che accompagnano la sua messa in scena sembrano scongiurare qualsiasi ipocrisia al riguardo.

Forse manca un po’ di scrittura, nella parte finale del racconto di Jesse Andrews, che per l’occasione ha adattato il suo romanzo omonimo.

La capacità di accettare le scelte degli altri diventa un passaggio obbligato nel percorso di crescita dei protagonisti, ma non sarà così semplice. Il mistero insondabile della perdita e dell’abbandono finirà per dividere i tre amici, per metterli di fronte alla loro immaturità ed al loro egoismo.

Molte le scene da ricordare, ma quando Greg imita l’inglese duro e teutonico di Werner Herzog, compilando la lettera con cui chiede l’ammissione al college, il film tocca la sua vetta.

Siamo nel campo del minimalismo indie e adolescenziale, così tipicamente codificato nel corso degli anni ’90: da quello stesso periodo sembrano derivare anche l’affetto cinefilo e il piacere nella messa in scena, apparentemente perduti, nel rigore realista che caratterizza il cinema del XXI secolo.

Forse è per questo che Me and Earl and the Dying Girl ci sembra migliore di quanto forse non sia, perchè è una madeleine proustiana che ci riporta malinconicamente agli anni più dolci del nostro apprendistato cinefilo.

Da non perdere.

Olivia Cooke as "Rachel" and Thomas Mann as "Greg" in a scene from the motion picture "Me and Earl and the Dying Girl." CREDIT:   Anne Marie Fox, Fox Searchlight Pictures [Via MerlinFTP Drop]

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