Ritorno alla vita

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Ritorno alla vita ***

Presentato al Festival di Berlino lo scorso febbraio, Ritorno alla vita arriva a distanza di sette anni dall’ultimo film narrativo di Wim Wenders: mentre la sua carriera di documentarista è sempre rimasta di altissimo livello, spaziando tra musica e paesaggio, tra cinema e teatro, i suoi film, nel corso del tempo, si sono fatti via via più involuti, predicatori, semplici spunti per rinnovare il discorso di Wenders sulle immagini ed il loro potere.

E’ da Lisbon Story che il maestro tedesco non ci regalava un film compatto e riuscito come l’ultimo Ritorno alla vita.

Gli esperimenti di Crimini invisibili, Million Dollar Hotel, La terra dell’abbondanza, Palermo Shooting hanno quasi sempre lasciato l’amaro in bocca, per la superficialità della messa in scena e la pesantezza delle sue riflessioni.

Affidandosi questa volta ad una storia scritta da Bjørn Olaf Johannessen ed utilizzando il 3D in modo profondamente creativo, Wenders mette in scena un racconto potente di perdita ed elaborazione del lutto, in un lungo viaggio intimo e personale, che attraversa dieci anni nella vita dei suoi personaggi.

Un giovane scrittore canadese, Tomas Eldan, dopo i primi due romanzi, vive una certe impasse creativa e personale. La fidanzata Sara vuole un figlio che lui non può darle, tra di loro le cose non funzionano più e lui si è isolato in un piccolo capanno in mezzo alla neve per cercare un nuovo inizio.

Una mattina con il suo suv, causa la morte incolpevole di un bambino, che gli spunta improvvisamente davanti su una slitta guidata dal fratellino più grande.

I due sono figli di un’illustratrice, Kate, una donna sola e profondamente religiosa, sconvolta dalla tragedia.

La tragedia avrà conseguenze importanti nella vita di tutti: il lavoro di Eldan ne trarrà nuova gravitas, spingendo il protagonista a rimettere ordine nella sua vita, assieme alla sua nuova editor, Ann ed all figlia Mina.

Nel corso degli anni, ci saranno nuovi incontri e nuovi scontri tra i personaggi, incapaci di dimenticare davvero gli eventi di quella mattina.

Interpretato da un James Franco mai così serioso e remissivo, accanto a Charlotte Gainsbourg, Rachel McAdams e Marie-Josée Croze nei tre ruoli femminili che attraversano la sua esistenza, Ritorno alla vita è un lungo viaggio nel dolore e nella colpa, ma anche una riflessione sull’arte e sulla capacità degli artisti di venire a patti con le esperienze della propria vita.

Ciascuno dei personaggi si rapporta alla morte a proprio modo. Chi cerca il suicidio, chi si rifugia nella preghiera, chi ne trae la forza per cambiare strada, chi cerca una vendetta impossibile, chi utilizza i propri demoni per farne racconto.

Il tormento di Tomas è in fondo quello di Wenders stesso: l’artista sfrutta il dolore della vita, lo plasma, lo manipola, lo trasforma e lo utilizza, in modo che possa servire alla sua creazione. E lo fa senza troppi rimorsi: vale per la pratica romanzesca come per quella cinematografica.

Wenders con grande equilibrio si insinua nella vita dei suoi personaggi, registrando le loro reazioni e le loro fragilità. Per farlo utilizza il 3D in modo del tutto nuovo, associandolo a complessi movimenti di macchina che si giovano dello zoom e dei micro-carrelli in profondità, come a voler entrare in qualche modo nella mente e nei pensieri più nascosti dei suoi protagonisti.

Gli attori si muovono in questo magnifico scenario con un minimalismo necessario a non enfatizzare le dinamiche già fortissime della terza dimensione.

Dopo l’esperimento di Pina 3D, Wenders riesce a dare un senso persino ad una tecnologia per lo più inutile, ricostruendone una funzione eminentemente narrativa, sforzandosi di attribuire un senso a quel trucco vecchio di oltre mezzo secolo.

Anche grazie al lavoro superlativo di Benoit Debie, che illumina gli interni e gli esterni con una luce meravigliosamente hopperiana, che attraversa magnificamente quattro stagioni, ed a quello altrettanto eccezionale di Alexandre Desplat, che compone una colonna sonora struggente e malinconica.

Ritorno alla vita, come tutti i migliori film di Wenders viaggia nel tempo, utilizzando le ellissi narrative, per dare senso ad una stasi dei personaggi, intrappolati nello spazio, incapaci di muoversi davvero, chiusi nelle loro belle case, in incubo che ritorna e non li abbandona.

Non c’è possibilità di fuga, questa volta, nè di viaggio. Ogni personaggio vive la propria inesauribile solitudine.

Da non perdere.

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