Ready Player One

Ready Player One ***

Columbus, Ohio USA. Anno 2045. Nella baraccopoli di case popolari, letteralmente accatastate una sull’altra, il giovane Wade Watts passa il suo tempo, come tutti, su Oasis, un videogioco immersivo, in cui perdersi e giocare, dimenticando una realtà cupa e deprimente.

Nessuno sembra lavorare più a Columbus, le interazioni sociali sono limitatissime. La vita vissuta ha lasciato il posto a quella virtuale di Oasis, in cui si può vincere una fortuna o perdere tutto, conoscere l’amore della propria vita e combattere battaglie campali.

Attraverso visiere, caschi, tute e altre diavolerie tecnologiche, ci si può immergere nel mondo pop creato per tutti da Jame Halliday e Ogden Morrow, i due fondatori e proprietari di Oasis.

Ma quando Morrow lascia la società e Halliday muore, le cose cambiano ancor più radicalmente. Halliday ha deciso infatti di lasciare le sue azioni al primo che riuscirà a vincere le tre chiavi magiche, nascoste su Oasis, ed a scovare l’easter egg occultato nel gioco.

Comincia così una caccia al tesoro, che coinvolge tutto il mondo e che ha solleticato l’appetito di Nolan Sorrento, il capo dell’azienda concorrente, la IOI, deciso a vincere il controllo della società rivale a tutti i costi, impiegando schiere di sottoposti e operai/schiavi, per risolvere, al posto suo, le sfide pop, con cui Halliday ha disseminato il percorso.

Il geniale creatore di Oasis era un geek cresciuto negli anni ’80.

In una sorta di enorme libreria digitale sono raccolti tutti i momenti della sua vita e i le sue passioni: lo studio e l’interpretazione di questo sterminato archivio è forse l’unica chiave, per superare le prove di Oasis.

Tutto comincia con una corsa a perdifiato nelle strade di una New York immaginaria, dove le auto e le moto devono riuscire ad evitare non solo le insidie della corsa e degli altri concorrenti, ma anche i dinosauri e l’enorme King Kong.

Nessuno in otto anni è riuscito a raggiungere il traguardo. Wade, che nel gioco ha un avatar che si chiama Parzival e guida la DeLorean di Ritorno al Futuro, si accompagna al fidato gigante Aech, conosciuto su Oasis e ai fratelli giapponesi Daito e Shoto.

Sulla pista di New York conosce Art3mis, che viaggia veloce sulla moto di Akira. Tra i due nasce una sintonia immediata. Assieme, questo piccolo gruppo che si fa chiamare High Five, riesce a risolvere l’enigma, vincere la corsa e recuperare la prima chiave.

Parzival così attira su di sè le attenzioni di Nolan Sorrento e della IOI. Ma se non è possibile batterlo in Oasis e non è possibile comprare le sue abilità, c’è un unico modo per eliminarlo dal gioco: scoprire la sua identità nel mondo reale e dargli la caccia nelle cataste di Columbus…

Aperto dal logo iconico della Amblin, Ready Player One ci restituisce lo Spielberg scatenato intrattenitore degli anni ’80.

Se il romanzo di Cline, da cui il film è tratto, è un inno nostalgico alla magia della propria infanzia e alla cultura pop di cui era intrisa, tra videogames e musica, il film di Spielberg è forse la summa della sua poetica fanciullesca e avventurosa.

Zack Penn ha rivoltato il romanzo originale completamente, per adattarlo, come un vestito su misura, alla sensibilità ed al gusto del regista de Lo squalo.

Ready Player One è una festa a cui tutti sono invitati. Non abbiate timore se non avete mai giocato a Adventure, non amate i Duran Duran o non sapete chi sia Il gigante di ferro. Non è questo quello che conta davvero: non è la caccia alla citazione o al riferimento nerd. Conta la straordinaria abilità di Spielberg di fare cinema, di trascinare lo spettatore nella magia che scorre sullo schermo, nella voglia irresistibile di tuffarsi nell’avventura, ancora e ancora una volta.

Maestro incontrastato del postmoderno cinematografico e contemporaneamente erede della grande tradizione del cinema americano classico, che da Griffith e Ford si incarna nel suo talento naturale per la messa in scena e lo spettacolo, il regista riesce qui nell’impresa di ricostruire gioiosamente, un immaginario, che lui stesso ha contribuito a creare quarant’anni fa.

Se il libro di Cline era infatti pieno di citazioni del suo lavoro, Spielberg ha deciso invece di concentrarsi soprattutto su quello dei suoi compagni d’avventura, da Zemeckis a Brad Bird, da Alien alla febbre del sabato sera, da Otomo a Kurosawa, dalla Rosebud di Welles, fino all’amatissimo Stanley Kubrick, qui omaggiato nella sequenza più straordinaria del film, di cui non diremo nulla, per non rovinarvi la sorpresa.

E’ evidente che il tempo della nostalgia, per il suo autore, è quello dell’infanzia degli anni ’50 e ’60, mentre quello raccontato nel film è l’universo pop del piccolo Halliday, che proprio Spielberg ha contribuito a creare con Lucas e gli altri della sua generazione.

E’ un po’ come se le grandi casse di legno dell’enorme magazzino dei Predatori si fossero improvvisamente aperte, rivelando i tesori nascosti ed archiviati, fino ai giorni nostri. Non è un caso allora che l’easter egg al centro del film sia luminescente e misterioso quanto l’arca perduta.

E’ un’operazione culturale vertiginosa e spericolata, quella di Ready Player One, che si muove come un videogioco ed usa avatar che sarebbero stati perfetti in Final Fantasy, per costruire una cavalcata soprattutto cinefila, in cui tutti possono ritrovarsi, anche quelli che non sono cresciuti con l’Atari e i giochi arcade. Questo perchè la citazione è del tutto separata dal suo contesto originario, è solo gioco, apparenza, aura, per chi riesce a riconoscerla.

E se il film racconta qualcosa del mondo dei games è che il tempo del single player, del rapporto simbiotico tra giocatore e schermo, mediato da una consolle o da un joystick/device, a casa come in una sala giochi, è definitivamente finito. Sopravvive – forse – il multiplaying, ma anche a quello occorre mettere un limite.

Il cinema e la televisione degli ultimi vent’anni hanno attinto a piene mani da quell’immaginario videoludico e cinematografico, utilizzando in modo spesso improprio e superficiale solo gli elementi stilistici e ricorrenti del mondo della Amblin, di Stephen King, di John Hughes, senza comprenderne fino in fondo i motivi e il senso personale, politico e culturale, che quelle scelte avevano determinato.

Qui Spielberg è come se si riappropriasse di quell’universo narrativo e – pur mantenendo la frammentarietà del pastiche citazionista, tipico del gioco – rinnovasse il suo patto originale con gli spettatori, riprendendo il filo del discorso interrotto con Schindler’s List e con la svolta adulta del suo cinema, per rilanciare la semplicità fanciullesca del suo messaggio democratico e umanista.

Alla fine solo la realtà è reale, certo, ma tutto quello che è virtuale non può essere che cinema.

Avventura senza un attimo di sosta, che trascina lo spettatore in un’esperienza immersiva e totalizzante, forse un po’ troppo lunga, soprattutto nell’ultimo terzo, Ready Player One è un lavoro di mimesi e rispecchiamento di un regista che si diverte a giocare, per una volta ancora, nel playground che ha contribuito a costruire.

Se tuttavia lasciamo sullo sfondo il gioco puramente pop e cinefilo e prendiamo in considerazione la semplice struttura drammatica, che lega le avventure di Parzival, Art3mis e Nolan Sorrento, ritroviamo l’essenzialità di sempre e i topoi classici del suo cinema: i ragazzi perduti e senza padri, la stupidità totalitaria del potere, la necessità di condividere il successo, l’inganno seducente della ricchezza, la verità che è sempre nascosta nel ricordo e nella purezza della propria ispirazione.

Spielberg, come Halliday, è quello che ha creato il gioco e dev’essere lui ad accompagnarci sino al game over. L’eterno bambino diventato padre ci invita ad immergerci nel reale, nella forza di uno sguardo e di un sentimento, abbandonando, almeno per un po’, l’illusione virtuale della nostra esistenza.

Messaggi semplici di un film che vuole soprattutto intrattenere, con i buoni ed i cattivi immediatamente riconoscibili.

Piacerà anche ai quindicenni di oggi? Si ritroveranno nell’ultima avventura del ragazzo d’oro di Hollywood? Sarebbe preoccupante, se non fosse così.

Da vedere e rivedere.

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