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Scappa – Get Out. Recensione in anteprima!

Scappa  Get Out **1/2

Trionfo inatteso al box office americano, Scappa – Get Out è il primo film dell’attore comico Jordan Peele che, grazie alla produzione illuminata di Jason Blum, è riuscito con la forza del cinema di genere e della satira sociale, laddove molti altri hanno fallito: regalarci un ritratto inquietante metaforico dell’America tra Obama e Trump, con i suoi conflitti razziali solo apparentemente sopiti, con i suoi liberal democratici solo a parole, con la sua polizia superficiale e inutile.

Il film si fa gioco dei luoghi comuni e delle attese classiche da film hollywoodiano, comincia come un Indovina chi viene a cena del nuovo millennio e poi vira nei territori più consoni ad un horror sociale, senza avere la forza di chiudere con la radicalità necessaria all’apologo.

Scappa – Get Out comincia con un giovane musicista di colore, Andre Hayworth, che sembra essersi perso in uno di quei tranquilli sobborghi borghesi, tutto casette ad un piano e filari d’alberi: siamo in Alabama e dopo pochi secondi, da un’auto bianca, scende un uomo misterioso che lo colpisce e lo carica nel bagagliaio.

L’indomani Chris Washington e Rose Armitage, una giovane coppia che sta assieme da appena cinque mesi, è in partenza per la casa di campagna dei genitori di lei. Gli Armitage però non sanno che Chris è un fotografo di colore, mentre la loro figlia è una wasp da manuale.

Eppure l’innamoratissima Rose cerca di tranquillizzare Chris: i suoi genitori sono di larghe vedute, sono dei liberal, che ‘avrebbero votato per Obama una terza volta, se avessero potuto’.

Il soggiorno di Chris e Rose nella grande magione degli Armitage in Alabama rappresenta tuttavia un escalation di imbarazzo e sgradevolezze, costellata da episodi surreali. Domestica e giardiniere, entrambi di colore, sembrano poco meno di automi, la madre di Rose è una psichiatra, che vuole ‘curare’ Chris dal vizio del fumo con l’ipnosi, mentre il padre è un chirurgo sempre troppo sicuro di sè. Proprio durante quel weekend gli Armitage attendono tutti i loro amici per una grande festa. Gli invitati però appaiono, agli occhi di Chris, ancor più bizzarri nel loro ostentato tentativo di risultare accomodanti.

Qualcosa non torna, quando improvvisamente riappare Andre Hayworth…

Il film di Jordan Peele, con un curioso rovesciamento di prospettiva, non vuole raccontare il razzismo manifesto ed evidente dei redneck sudisti, ma quello assai più strisciante e (in)consapevole della buona borghesia liberal, fin troppo tollerante e solidale, in realtà incapace di uscire dagli stereotipi dalla Guerra Civile: al centro del film c’è la cultura afroamericana, la sua coolness idolatrata da molti bianchi e, in maniera ancora più esplicita, proprio il corpo dei neri.

Peele però non vuole solo fare un film a tesi, ma cerca di raccontare anche la diffidenza esplicita del giovane protagonista, di fronte ad un consesso di bianchi che lo mette immediatamente in soggezione, anche quando non ce ne sarebbe alcun motivo. Peele mette in scena uno scenario complesso, consapevole, pur mantenendosi fedele all’imperativo horror della Blumhouse e non risparmia qualche frecciata all’america obamiana, che sembrava aver messo la sordina al conflitto, al prezzo dell’ottundimento della propria identità culturale.

Non solo, ma con una sorta di nota a margine assai indovinata, ci mostra tutta la superficialità della polizia, rispetto a questi temi, tutta la sua inutilità tetragona e la corrispettiva disillusione della comunità nera nei confronti del potere dell’autorità e delle istituzioni.

Scappa – Get Out ruba da Scream la consapevolezza di sè e la satira sui meccanismi di genere, ma prende anche dal new horror degli anni ’70 e ’80 il coté politico e sociologico: peccato solo che il rigore fortemente satirico dell’incubo di Chris ed alcune trovate narrative fulminanti come il ‘sunken place‘ onirico o la stanza del risveglio, mal si concilino con l’ironia di alcune situazioni e si sciolgano invece in un finale consolatorio e stucchevole, che Peele ha dichiarato di aver cambiato, dopo le sparatorie dell’estate scorsa, che hanno coinvolto polizia e giovani di colore.

L’incubo alla Haneke perde forza, minato da troppe deviazioni: il colpo da k.o. non arriva mai e Peele si accontenta di vincere ai punti.

E’ del resto del tutto evidente che il successo clamoroso del film negli Stati Uniti, più difficilmente verrà replicato all’estero, dove le dinamiche sociali e culturali sono del tutto differenti e dove l’assillo alla legittimazione sociale della comunità nera potrebbe essere assai meno pressante e significativo, così come la materializzazione dei loro peggiori incubi, mascherati dal subdolo buonismo dei bianchi.

Il meccanismo horror è invece efficace e sufficientemente originale, almeno sino al finale, perchè il film trovi il suo pubblico anche in Italia. Qualcuno ha suggerito di farne un double bill con Moonlight. Idea indovinatissima, che qualche esercente illuminato dovrebbe certamente proporre e che mostrerebbe quanto lontani sono i due film: tanto diretto e provocatorio il primo, quanto barocco e compiaciuto il secondo.

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