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Moonlight. Recensione in anteprima!

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Moonlight ***

Il secondo film di Barry Jenkins, a otto anni di distanza dall’esordio, Medicine for Melancholy, ha suscitato enorme clamore, sin dal suo esordio a Telluride, lo scorso mese di settembre.

Prodotto da Adele Romanski per la Plan B di Brad Pitt, Moonlight nasce dalla pièce di Tarell Alvin McCraney, In Moonlight Black Boys Look Blue.

Sia Jenkins che McCraney sono cresciuti nelle case popolari di Liberty Square e intendevano raccontare l’educazione alla vita di un ragazzino di South Miami, costretto a fare i conti con una madre protettiva, ma fragile, lo spaccio di droga a cielo aperto, il contesto scolastico penalizzante e la costruzione di un’identità sessuale lontanissima dalla cultura maschile della strada.

Jenkins ha scelto tre momenti significativi nella vita del protagonista, nel corso degli anni, dall’infanzia alla maturità.

Nella prima parte, Little, Chiron è un ragazzino solitario e silenzioso. Vessato dai compagni, si rifugia in una casa abbandonata, dove viene scoperto da Juan, uno spacciatore di crack, che lo prende sotto la sua ala, lo ospita dalla sua ragazza Teresa e cerca di stargli vicino, quando la madre, Paula, non è in grado di badare a lui.

Il rapporto di Chiron con Paula e con Juan è centrale nel film. La madre di Chiron è possessiva e iperprotettiva, non vuole che il figlio frequenti Juan, ma è una donna sola e debole alle lusinghe della droga.

Mentre Chiron passa sempre più tempo con Juan, si affeziona a Kevin, uno dei pochi compagni di classe con il quale riesce ad instaurare un dialogo.

Nella seconda parte, Chiron, il protagonista è un adolescente che frequenta la high school: viene preso di mira da Tarrel e dalla sua banda, mentre Kevin continua a rimanere il suo unico amico. Anche Juan è scomparso dalla sua vita, nonostante Teresa lo ospiti sempre più spesso: la madre Paula è entrata in un tunnel di autodistruzione e miseria.

Una sera sulla spiaggia, Kevin e Chiron finiscono per baciarsi. L’indomani però Tarrel pretende che Kevin picchi a sangue Chiron, in una sorta di rito d’iniziazione.

Nella terza parte, Black, Chiron si è trasferito ad Atlanta ed è diventato uno spacciatore come Juan: lo stesso copricapo, lo stesso fisico muscoloso, gli stessi denti d’argento e la consueta reticenza a parlare di sè. Quando una notte Kevin – dopo molti anni di silenzio – gli telefona, per invitarlo a Miami al suo ristorante, le certezze di Chiron vacillano di nuovo.

Il film di Berry Jenkins è un racconto di formazione che si nutre di atmosfere, di parole non dette, di una sorta di realismo magico, capace di trascendere il contesto, grazie alla forza del cinema e di un’idea di romanticismo purissima.

Jenkins ispirandosi anche alla libertà formale e alla malinconia dei primi film di Wong Kar Wai, ricostruisce con grande precisione psicologica un percorso fatto di dolore e accettazione di sè.

La divisione in tre atti, il fatto che Chiron sia interpretato da tre attori diversi, contribuisce a decostruire l’unità narrativa, arricchendola di digressioni e personaggi solo apparentemente secondari.

Aiutato dal fidato direttore della fotografia James Laxton, che ha girato il film in digitale e in cinemascope, evitando ogni realismo documentarista, Jenkins ha lavorato in post produzione per caratterizzare ogni segmento in modo differente, saturando i colori nel primo, aggiungendo una dominante blu nel secondo e aumentando i contrasti e la luminosità nel terzo.

Il lavoro sulla colonna sonora è stato altrettanto prezioso, unendo alle musiche originali di Nicholas Britell, brani di Mozart, Aretha Franklin, Caetano Veloso, in un pastiche indovinatissimo, che cerca l’elemento poetico della vita, anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarlo.

Moonlight è un viaggio nella memoria, alla ricerca delle radici della propria identità, personale e sociale, nei sentimenti più intimi, forgiati in un contesto drammatico. Eppure quello che resta è comunque un’impressione di malinconica tenerezza, che avvolge anche i ricordi più feroci.

Sarebbe sbagliato usare delle etichette semplici, per raccontarlo: perchè Moonlight è molto più interessante dei temi e delle suggestioni, che pure arricchiscono la storia, ma che Jenkins lascia sempre sullo sfondo.

Il suo difetto più evidente risiede in fondo proprio nel conflitto, che si manifesta in maniera esplicita, tra l’urgenza narrativa del testo di Tarell Alvin McCraney, con tutte le sue asprezze familiari e culturali, e l’eleganza e la ricercatezza dello stile di Jenkins. I due registri si scontrano e mostrano tutti i limiti di un’opera nata esplicitamente su commissione. Moonlight finisce così da un lato per attenuare l’impatto urticante della feroce critica alla sottocultura di strada degli afroamericani, impregnata di machismo e omofobia, stemperandosi dall’altro in un formalismo, che sfiora spesso la maniera e che sembra talvolta inadeguato.

Non c’è nessuna volontà documentaristica nel suo lavoro e neppure la pretesa di raccontare l’orrore di nascere orfani, nella Miami più povera e degradata. Qualcuno ha rimproverato a Jenkins di aver emendato il suo film da tutto ciò che sarebbe potuto apparire sgradevole, crudo, rinchiudendo il suo film in una nuvola arty, rivolta ad un pubblico colto, lontanissimo dalla Miami di Liberty Square.

Basterebbe tuttavia la scena meravigliosa in cui Juan insegna a Chiron a nuotare o quella in cui Kevin cucina per lui, molti anni dopo, per capire cosa interessa davvero a Jenkins e dimenticare tutto il resto – la droga, il carcere, la violenza nelle istituzioni scolastiche, la povertà dei quartieri popolari.

Il regista rivolta così clichè del coming of age afro-americano, svuotandoli dall’interno, mostrando il meccanismo con cui si auto-alimentano, in una spirale segnata da una sottocultura di strada fatta di violenza e rassegnazione.

Eppure la dimensione onirica, notturna, del racconto di Jenkins, la sua sensibilità nella costruzione dei personaggi, trascendono i limiti di genere, facendo di Moonlight un film capace di parlare a tutti, allontanandolo dagli stereotipi di molto cinema nero di questi anni.

Premio Oscar per il miglior film dell’anno. Da non perdere.

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