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Il diritto di contare. Recensione in anteprima!

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Il diritto di contare – Hidden figures **1/2

Il titolo originale del terzo film di Theodor Melfi, Hidden Figures, rappresenta in maniera semplice ed efficace, una vera dichiarazione d’intenti: riportare alla luce il talento e la dedizione di tre donne di colore, che lavorarono tutta la loro vita alla NASA, contribuendo in maniera determinante alla conquista dello spazio e alle missioni successive.

Quelle tre donne si chiamavano Katherine Goble, Mary Jackson, Dorothy Vaughan.

Il diritto di contare, oltre ad essere un titolo orrendo, contiene invece un doppio senso piuttosto banale, per il fatto che tutte e tre le protagoniste del film facevano parte originariamente di quel gruppo chiamato ‘colored computers‘, che era incaricato di calcolare manualmente le operazioni necessarie, per impostare rotte e traiettorie dei voli.

Erano i primi anni sessanta e gli enormi elaboratori dell’IBM sarebbero arrivati di lì a poco: nel frattempo intere classi del Langley Research Center in Virginia erano impegnate ad eseguire calcoli complessi e decisivi, a mano.

Naturalmente le classi erano segregate e quella diretta da Dorothy Vaughan era composta interamente di ragazze di colore.

Quando Katherine, la più brillante del gruppo, viene promossa allo Space Task Group, guidato da Al Harrison, il suo straordinario talento si scontrò con l’ostilità dei matematici e ingegneri bianchi, che componevano interamente il gruppo e con le idiozie razziste, che ancora innervavano la società americana a tutti i livelli, persino nei templi della formazione e della ricerca.

Così Katherine era costretta a portarsi una caffettiera a parte, per non utilizzare quella comune, aveva uno stipendio diverso da quello dei suoi colleghi e, per poter usare il bagno, doveva raggiungere quello dedicato alle donne di colore, posto in un’altra ala del campus, abbandonando il suo posto per oltre 40 minuti.

Tuttavia, pian piano, la protagonista riuscì a conquistare la fiducia del direttore Harrison, così come fece l’amica Dorothy, chiamata a far funzionare gli enormi computers dell’IBM, imponendo la sua squadra di ragazze di colore. La terza ragazza, Mary Jackson, dopo una lunga battaglia legale, divenne invece il primo ingegnere nero alla NASA.

Il film segue in parallelo l’affermazione personale delle tre donne, di pari passo con le tappe essenziali della conquista dello spazio, dalla competizione con i sovietici, al volo di Yuri Gagarin, dalle missioni Mercury, fino al lancio di John Glenn e all’Apollo 11.

Se The Founder può, a buon diritto, essere considerato il primo film trumpiano, Il diritto di contare è sicuramente l’ultimo film obamiano: con le sue buone ragioni, la sua ansia di riportare lustro ad alcune figure dimenticate della storia patria, con un riuscito equilibrio narrativo, tra retorica e leggerezza, il film di Melfi si pone in continuità rispetto al tentativo del presidente di dare lustro al contributo degli afroamericani e delle minoranze alla storia nazionale.

E’ cinema democratico – civile, si sarebbe detto una volta – che ci racconta un’America che fu e che ancora non è passata, che vive tuttora in una condizione di razzismo dilaniante e radicato.

Una condizione che ancora giustifica film come Il diritto di contare, che sembra un reperto degli anni ’60, di quella lotta per i diritti civili, che non è mai finita e che troppo spesso si confonde, oggi, con l’ipocrisia del politically correct.

Il film di Melfi se ne tiene abbastanza lontano, ha dalla sua tre ottime interpretazioni, un copione da manuale, la forza delle sue buone intenzioni e il rammarico di essere arrivato forse troppo in ritardo, segno infranto di un’america che ha cambiato strada e sembra essersi rinchiusa di nuovo in un passato di egoismo, diffidenza e muri.

Non basta questo a farne un grande film, ma è sufficiente invece a trovargli un posto nella lunga galleria delle opere che hanno cercato di rappresentare sul grande schermo, la svolta liberal del primo presidente nero, dopo gli anni della paura, post-11 settembre.

Grande successo negli Stati Uniti. In Italia dall’8 marzo.

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