The Founder

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The Founder **

Il modesto film di John Lee Hancock (The Blind Side, Saving Mr.Banks) è una biografia piuttosto classica su un commesso viaggiatore, come ne abbiamo visti molti nel cinema e nel teatro americano del novecento, capace di trasformare un’intuizione in un impero.

Ma la sua caratteristica peculiare è forse quella di essere il primo film profondamente, intimamente trumpiano, prodotto da Hollywood poco prima della valanga populista e volgare, che ha portato alla Casa Bianca il ricchissimo magnate. La sua uscita nelle sale, in concomitanza con la cerimonia d’investitura del nuovo presidente, non fa altro che accentuare questa sensazione.

The Founder – e il titolo sposa già la mistificazione che il protagonista ha sostenuto nel corso della sua scalata all’impero – racconta la storia di Ray Kroc, un rappresentante di frullatori per fast food, un uomo dell’Illinois sempre pronto a fiutare possibili affari, salvo ritrovarsi coinvolto, sino a quel momento, in imprese tragicamente fallimentari.

A 54 anni gira ancora in auto sulla route 66, di locale in locale, per cercare di piazzare un ingombrante frullatore per milkshake, che nessuno sembra volere.

Nessuno tranne un ristorante di San Bernardino, in California, che ne ordina addirittura 6. Colpito dalla richiesta, Ray decide di recarsi sul posto per capire i motivi di un ordine così fuori scala.

Scopre così il chiosco di due fratelli Mac e Dick McDonald, che nel corso degli anni sono stati proprietari di cinema, poi di un drive in, quindi ristoratori e infine titolari del fortunatissimo locale chiamato McDonald’s, dove non ci sono cameriere, non ci sono tavoli, ma solo un sistema straordinario di produzione, che consente di evitare i tempi morti e le attese, per realizzare solo pochi prodotti – hamburgher, patatine fritte, bibite e frullati – ottimizzando costi, qualità e produttività, grazie ad una cucina ideata su misura.

L’invenzione dei fratelli McDonald’s è stupefacente, ma il successo di San Bernardino non si è propagato agli altri locali aperti dai due fratelli. Questo perchè il rigido codice di produzione applicato da loro, non è mai stato seguito altrove, dai diversi gestori.

Kroc decide tuttavia di volerci provare lo stesso: accetta un contratto molto restrittivo e cerca nuovi partner, per esportare il sistema espresso ideato dai McDonald’s anche in Illinois.

Per costruire i nuovi locali in franchising utilizza persino un progetto ideato da Dick McDonald’s con dei grandi archi dorati e luminosi, imponendo a tutti lo stesso format.

Dopo i primi passi falsi, Ray decide di affidare i nuovi locali non ai ricchi pensionati del suo circolo sportivo – che non hanno nessun interesse a seguire in prima persona i singoli esercizi ed a rispettare alla lettera il modello originale – ma a ‘uomini nuovi’, persone come lui, con il fuoco dell’impresa dentro e lo spettro della miseria alle spalle.

Il successo è travolgente, ma con le modeste royalties, che il contratto con i McDonald’s gli garantisce, la società di Ray non riesce a far profitti.

A venirgli incontro sarà un mago della contabilità, Harry J. Sonneborn, che trasformerà la sua società in un’impresa immobiliare…

Il film di Hancock ha un gusto agrodolce: se da un lato i modi e lo stile sono simili a quelli usati in passato, per raccontare l’avverarsi del sogno americano, della seconda possibilità, grazie ad una ricetta in cui fortuna, destino e determinazione implacabile sono gli ingredienti essenziali, dall’altro il film ci propone un protagonista quanto mai sgradevole, sia negli affari che nella vita privata.

Kroc tradisce la fiducia dei due fratelli, prima forzandogli continuamente la mano, nella sua sua ansia di espansione, poi alterando le ricette originali, quindi aggirando i limiti impostigli dall’accordo originario e facendosi forte della posizione acquisita, per estromettere i McDonald’s dalla loro creatura.

Lo stesso accade nel privato: il modello idilliaco familiare che Kroc vuole imporre nella gestione dei suoi locali, non è certo quello che vive personalmente. Sulla rampa del successo liquida la prima moglie, che l’aveva sostenuto e seguito sino ad allora, e si innamora di Joan, moglie di uno dei suoi partner commerciali.

Pur senza mai fare la voce grossa Hancock mostra l’ipocrisia pubblica e privata di Kroc, le sue parole d’ordine completamente vuote. Il ‘fondatore’ non è altro che un ladruncolo ambizioso e senza scrupoli, un mistificatore, un piccolo uomo con un impero sconfinato.

Nel corso degli anni, l’espansione del brand McDonald’s nel mondo ha attirato sempre più critiche feroci, per il suo modello culturale, più che produttivo, per la qualità dei prodotti e per l’aggressività delle sue proposte.

Non c’è dubbio tuttavia che si tratti di una realtà imprenditoriale formidabile, capace di rispondere ad una domanda chiara, con un’offerta altrettanto semplice, sia pur posizionata in una fascia di mercato molto bassa.

Tuttavia se ai due fratelli si devono tutti gli elementi innovativi del modello, dal sistema di produzione e vendita, sino alla forma delle cucine, dei negozi e persino al nome – così importante secondo Kroc, per il loro successo –  tutto ciò per cui McDonald’s è diventato un simbolo negativo di imperialismo culturale e gastronomico si devono al ‘fondatore’ della catena.

La battaglia che nel film Kroc combatte per sostituire il gelato e il latte dei milkshake con un preparato in polvere è solo il simbolo di una serie di compromessi al ribasso che da allora ha evidentemente portato a sacrificare sempre più la qualità del prodotto, in favore del profitto.

Con risultati imprenditoriali stupefacenti, che hanno tuttavia alterato l’idea originaria dei McDonald’s.

Michael Keaton è un Ray Kroc sgradevole e spietato, un perdente, improvvisamente baciato dal successo, ma i veri eroi del film appaiono Nick Offerman e John Caroll Lynch, nei panni dei due fratelli McDonald’s, la cui straordinaria avventura ne esce persino rafforzata, sia pure in un film formalmente dedicato all’uomo che li espropriò della loro creatura e della loro storia.

The Founder 2

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