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La tenerezza

La tenerezza **1/2

Dopo il brutto passo falso de L’intrepido, il cinema di Gianni Amelio riparte da Napoli e da nuove chiavi di casa: quelle che Michela, la giovane moglie di un ingegnere navale triestino, trasferitosi per lavoro, scorda sempre di portare con sè.

Sulle scale dell’antico palazzo del centro storico, in attesa del marito, Michela conosce Lorenzo, un avvocato in pensione, appena uscito dall’ospedale, che vive da solo nell’appartamento di fronte al suo: un terrazzo comune li collega.

Lorenzo ha due figli grandi con cui ha smesso di parlare, dice di non amarli più, si è allontanato da loro, forse anche perchè le sue infedeltà coniugali hanno spinto la moglie verso una morte prematura.

Ha un nipotino, Francesco, che va a prendere a scuola e cerca di educare a modo suo. Si affeziona poco a poco a Michela e ai suoi due bambini: la famiglia giovane dei suoi vicini sembra essere per lui una seconda possibilità, un modo per uscire da quell’aridità sentimentale, che ha finito per travolgere la sua vita, senza davvero un perchè.

Lorenzo, una volta famigerato avvocato dei parafanghi, cioè dei sinistri stradali, non alieno a piccole truffe e imbrogli con le assicurazioni, sembra aver perso il gusto della vita: passa le sue giornate passeggiando per il centro storico, consumando le scarpe e i pensieri.

Quando improvvisamente la tragedia irrompe nella sua vita, quel fragile equilibrio, che si era faticosamente ricostituito, va in frantumi e l’affetto diventa ossessione, nonostante i tentativi della figlia Elena, che lavora come traduttrice in tribunale, di riannodare il filo interrotto dei sentimenti.

Girato da Amelio in una Napoli vitale e, per una volta, non oleografica, La tenerezza è ancora il tentativo di parlarci di noi, del nostro presente, attraverso una storia di padri e figli, di famiglie impossibili, di affetti che superano i legami di sangue.

Lorenzo, il protagonista stanco e malinconico del suo film, è in fondo il testimone di un intero paese che ha perso la sua identità, disincantato, afflitto da un malessere di cui non sa spiegarsi le cause, che ha rinunciato alla felicità, barattandola forse con la ricerca di quella tenerezza, che sembra non arrivare mai.

Interpretato da un gigantesco Renato Carpentieri, che torna nel cinema di Amelio, quasi trent’anni dopo il ruolo del giurato di Porte Aperte, Lorenzo è un sopravvissuto, un uomo che ha scelto per sè la solitudine dei sentimenti, allontanando i figli, l’amante, ogni amicizia, gli stessi clienti dello studio. Amelio e Carpentieri ci permettono però di entrare nelle contraddizioni e nelle asperità del personaggio, nella sua orgogliosa autonomia, che non si piega neppure nel dolore. Il film spiazza le attese, non cerca scorciatoie facili e di compromesso, non rinuncia alla durezza del suo protagonista.

La sua unica ancora alla vita sono il nipotino, che strappa ad una madre sempre impegnata, e quella famiglia nuova, che si materializza di fronte a lui, invadendo le stanze vuote della sua casa troppo grande.

Anche nei momenti più drammatici, Amelio non cede al melò, alla lacrima facile. Il suo cinema rigoroso e a ciglio asciutto, non tradisce se stesso: anche l’orrore rimane fuori campo. Quello che conta sono i piccoli gesti, le sigarette accese, gli occhiali poggiati sulle tempie, le parole dette e quelle ascoltate.

Nella sceneggiatura scritta con Alberto Taraglio e ispirata al romanzo di Marone, La tentazione di essere felice, c’è forse qualche dialogo di troppo, qualche momento didascalico, soprattutto nella seconda parte, negli incontri di Lorenzo con la madre dell’ingegnere, nei sogni, nel ruolo di Elena, che diventa sempre più centrale.

Ma La tenerezza è più forte dei suoi limiti, delle sue sbavature: è un film che rimane addosso, che cresce, ci interroga, ci spinge a fare i conti con le nostre asprezze, le nostre solitudini. E non se ne va facilmente.

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