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Cannes 2016. The Handmaiden – Mademoiselle

Mademoiselle - The Handmaiden

The Handmaiden – Mademoiselle **1/2

1930s Korea, in the period of Japanese occupation, a new girl (Sookee) is hired as a handmaiden to a Japanese heiress (Hideko) who lives a secluded life on a large countryside estate with her domineering Uncle (Kouzuki). But the maid has a secret. She is a pickpocket recruited by a swindler posing as a Japanese Count to help him seduce the Lady to elope with him, rob her of her fortune, and lock her up in a madhouse. The plan seems to proceed according to plan until Sookee and Hideko discover some unexpected emotions.

Dopo la controversa parentesi americana di Stoker, Park Chan wook torna a lavorare in Corea, sette anni dopo l’ultimo vampiresco Thirst.

The Handmaiden e’ tratto dal romanzo della gallese Sarah Waters, Fingersmith, che Park ha trasportato dall’Inghilterra vittoriana, alla Corea coloniale degli anni ’30, sottomessa all’Impero Giapponese.

Diviso in tre parti, il film e’ il racconto di un inganno, che un affascinante truffatore che si fa chiamare Conte e una giovanissima ladra, Sookee, che si fa passare per una servizievole cameriera, cercano di imbastire ai danni di una ricca ereditiera giapponese, Hideko, che vive sostanzialmente reclusa in un maniero nascosto al mondo, assieme allo zio, l’arcigno Kouzuki.

Il Conte trama di sposare Hideko, con l’aiuto di Sookie, per ereditare la sua fortuna, strappandola al gioco dello zio, un collezionista di libri erotici, che la nipote e’ costretta a leggere per il piacere suo e dei suoi amici.

Solo che tra le due donne, Hideko e Sookie, scoppia a poco a poco, una passione travolgente, che mandera’ all’aria i piani di tutti.

Diviso in tre parti: la prima raccontata dal punto di vista di Sookie, la seconda da quello di Hideko e la terza che consente alla storia di fare un passo in avanti, the Handmaiden e’ un thriller erotico femminile e femminista, a cui le due interpreti, la debuttante Kim Tae Ri, e la piu’ nota Kim Min hee (Right Now Wrong Then) si concedono con grande intensita’ emotiva.

Park gioca con gli spazi enormi del castello e con una composizione del quadro fortemente orizzontale, grazie all’uso di lenti anamorfiche che rendono gli interni praticamente infiniti.

Il suo stile controllatissimo e allo stesso tempo capace di sofisticatissimi movimenti di macchina, sfrutta alla perfezione le ambiguita’ del racconto, le doppie identita’ dei personaggi e le loro vertita’ nascoste, attraverso un magnifico gioco di recadrage interno all’inquadradura, ottenuto grazie alle continue aperture orizzontali degli spazi giapponesi del maniero, consentendo invece all’architettura vittoriana che domina il corpo centrale di fungere da richiamo evidente delle atmosfere gotiche e di genere, che il film pure richiama.

Nonostante il tentativo di frammentare i piani temporali, il racconto rimane tuttavia piuttosto lineare, anche in gran parte prevedibile, e non riserva particolari sussulti, se non in un paio di scene esplicitamente erotiche.

Il cinema di Park continua a lavorare sul tema della vendetta, della sopraffazione sadistica, soprattutto femminile, in questo perfettamente coerente con le ossessioni e i temi forti del suo autore.

Purtroppo l’urgenza narrativa e la forza drammatica dei suoi esordi sembra essersi sempre piu’ affievolita, in favore di una confezione impeccabile, ma piuttosto glaciale.

Applausi convinti alla prima riservata alla stampa.

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