Venezia 2018. Sunset

Sunset ***1/2

Si apre con un grande cappello nero e una veletta, che nasconde gli occhi della protagonista, Irisz Leiter, ritornata a Budapest nei primi anni dieci del novecento, dopo aver trascorso a Trieste il tempo necessario ad imparare il mestiere della sua famiglia.

I Leiter avevano una meravigliosa maison di cappelli, ma un incendio, quando Irisz aveva 2 anni appena, si è portata via i suoi genitori, lasciandola orfana e sola al mondo.

Il grande emporio esiste ancora, grazie al nuovo prorietario, il Sig. Brill. Ed è proprio nel negozio che porta il nome della sua famiglia, che Iris si sta provando la nuova collezione.

Il suo ritorno a casa è avversato da tutti. Brill cerca di rimandarla a Trieste il prima possibile, mentre incombe il trentesimo anniversario della maison, l’Imperatore d’Austria è in arrivo in città e i fantasmi del passato sembrano trattenere Irisz a Budapest…

Il secondo film di Laszlo Nemes, allievo di Bela Tarr, rivelatosi con lo straordinario viaggio nell’olocausto de Il figlio di Saul, è un grande mistero a chiave, che rivela un mondo al collasso, capace di occultare, dietro l’eleganza e il formalismo, l’abiezione personale e la violenza sociale e di classe.

Venuta a conoscenza che i Leiter avevano anche un altro figlio, Kalman, che ha ucciso il marito di una nobildonna e da allora si è dato alla clandestinità, Irisz si mette sulle sue tracce, cercando di scoprire dove si nasconde quel fratello, che non ha mai conosciuto e che sembra essere la chiave di un mondo che non ha mai conosciuto.

La coltre di misteri, che avvolge Sunset è rafforzata dall’uso ancora una volta originalissimo della profondità di campo: Nemes e il suo direttore della fotografia Matias Erdely, lasciano a fuoco, anche questa volta, solo i primi piani della protagonista, oggetto di un pedinamento à la Dardenne ossessivo, sfiancante, da cui lo sguardo dello spettatore non riesce mai a sfuggire.

Straordinario anche lo score sonoro, curato da Tamas Zanyi, che amplifica le voci, le confessioni, le parole nascoste e pronunciate a mezza bocca dai personaggi che circondano Irisz, accentuandone la confusione e la paranoia.

Il regista ungherese ha girato il suo film in pellicola e nel glorioso e caldo 35mm è stato proiettato alla Mostra di Venezia: non poteva essere altrimenti per una storia, che affonda le sue radici nel Novecento e negli albori della settima arte con l’ambizione di rendere epica un racconto, solo apparentemente familiare.

Si sentono echi del Leone di C’era una volta in America in questa ricognizione feroce di un mondo al tramonto, in cui nessuno dice mai tutta la verità ed in cui la protagonista è mossa da forze molto più grandi di lei: forze contrapposte tuttavia, quelle che reggono un impero depravato, all’apice della sua gloria e pronto ad implodere e quelle che hanno coagulato tutti gli impulsi distruttivi e le tensioni accumulate nella sintesi impossibile fra grande tradizione e impetuosa modernità.

La detection, che innerva il racconto e si sviluppa su piani diversi, contribuisce a tenere altissima la tensione narrativa, che sposa un unico punto di vista e non abbandona mai Iris, ponendo lo spettatore al suo fianco, con i suoi stessi dubbi, i suoi stessi interrogativi, le sue paure e la sua ansia inesausta di verità.

Nel grande affresco di inizio Novecento, Nemes mostra davvero un mondo corroso dalla sua ipocrisia e chiuso nei suoi rituali decadenti: è un crepuscolo morale, prim’ancora che culturale e politico, nel quale il male finisce, per attraversare le vite di tutti, bruciandole e travolgendole con brutalità.

In un film che fa del piano sequenza e della soggettiva i suoi strumenti privilegiati, sono molte le scene che non si riescono a dimenticare, ma forse nessuna ha la forza raggelante del tentato stupro di Iris da parte degli uomini della banda di suo fratello: un’orda famelica, che si avventa sulla protagonista e che, con la stessa velocità, immediatamente si ritira, per un semplice gesto della mano del loro capo.

Memorabile l’intepretazione dell’inedita Julie Jakab, che sostiene con la forza del suo primo piano tutte le sfumature di terrore del film. Come sempre impeccabile Vlad Ivanov nella parte del reticente e mellifluo Brill.

Le colpe dei padri ricadono inevitabilmente sui figli innocenti, alimentando una spirale di violenza e vendetta, che sembra non avere più fine. Non è un caso che il film si chiuda in una trincea della Prima Guerra Mondiale, dove ritroviamo lo stesso orrore e lo stesso disprezzo per la vita umana: una delle pagine più tragiche del secolo breve, ma non l’ultima.

Quello sguardo in macchina di Irisz infatti è rivolto a noi, all’Europa di cento anni dopo, ci chiama in causa, ci interpella.

Necessario.

Regia:

László Nemes

Durata: 142’
Paesi:

Ungheria, Francia

Interpreti: Juli Jakab, Vlad Ivanov
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