Cannes 2015. Il figlio di Saul

il figlio di Saul

Il figlio di Saul ****

Siamo nel campo di concentramento di Auschwitz, la Guerra è nella sua fase più crudele: la Soluzione Finale assume le proporzioni dell’Olocausto.

All’interno del campo c’è un Sonderkommando: kapò ebrei e semplici detenuti aiutano le SS nel sistematico sterminio di coloro che arrivano in treno, incoscienti della fine.

Saul è costretto a lavorare nel Sonderkommando: accompagna gli ebrei impauriti e confusi verso le camere a gas, li fa spogliare a forza e li invita ad entrare negli stanzoni, rassicurandoli: si tratta solo di una doccia…

In un rituale che non ha più nulla di umano, recupera poi i loro vestiti, accatasta i cadaveri, si accerta che siano tutti morti, avvia i corpi al forno, pulisce le docce e trasporta la cenere.

Una sera però qualcosa non va come dovrebbe: un bambino sembra essere sopravvissuto. Le SS lo freddano con un colpo di pistola e ne ordinano l’autopsia.

Saul, risvegliatosi improvvisamente dal suo torpore, è deciso a dare, almeno a quel corpo, una sepoltura adeguata. Incurante del pericolo e dei rischi, cerca disperatamente un rabbino in grado di pregare per quell’anima perduta, poi sottrae il corpo all’obitorio, con la complicità del medico, quindi cerca un posto dove seppellirlo.

Nel frattempo i suoi compagni del Sonderkommando stanno escogitando un piano di fuga ed altri treni arrivano al campo carichi di ebrei.

Nonostante tutto, Saul ha un solo obiettivo: seppellire il corpo. E’ forse quello di suo figlio? Non lo sapremo mai.

Il film di Lazlo Nemes, allievo di Bela Tarr, qui alla sua opera prima, fa della messa in scena dell’orrore, lo sfondo di un racconto frastornante.

Perchè Saul si accanisce su quel corpo? A lui, operaio dello sterminio, sembra interessare solo quel cadavere. Mette più volte a rischio la sua vita e quella dei suoi compagni per quella che diventerà, nel corso del film, una vera e propria ossessione.

E’forse completamente impazzito? Il lavoro disumano che le SS l’hanno costretto a fare ha avuto la meglio sul suo equilibrio mentale? Ha davvero un legame con quel ragazzo? Oppure in quel corpo, capace di resistere alle atrocità naziste, riconosce qualcosa da onorare, anche dopo la morte?

Il film rimane ambiguo, perchè sposa integralmente la prospettiva del suo protagonista. Non solo, ma ne sposa anche lo sguardo. Grazie all’uso di una focale cortissima, e di un formato opprimente come l’1,33:1, Nemes mette a fuoco solo il protagonista, lasciando sullo sfondo tutto il resto, la macchina implacabile dello sterminio: quello che Saul forse non riesce più a vedere, non vuole più vedere.

Il macabro rituale delle docce avviene attorno a lui, ma quello che ci arriva sono le voci, le frasi rotte, le urla, i sussurri. Il lavoro sul sonoro è davvero strepitoso.

La scelta di Nemes di raccontare senza mostrare, lasciando l’orrore fuori campo o fuori fuoco è certamente una presa di posizione forte: sia per rispetto al dogma dell’irrappresentabilità dell’Olocausto, sia per la necessità di evitare qualsiasi spettacolarizzazione di quello sterminio, che pure ha colpito la famiglia di Nemes.

Nemes pone interrogativi a cui è difficile poter rispondere, tanto incandescente è ancora quella tragedia.

Quando mette in scena la guerra, un regista si pone inevitabilmente un interrogativo morale. Cosa raccontare e soprattutto come farlo?

Nemes decide di lasciare le atrocità sullo sfondo, facendone paradossalmente un protagonista ancora più centrale nel suo racconto: non c’è nulla di più terrificante di quello che non si vede, di quello che si riesce solo ad intuire.

Quando si parla della Shoah lo stato dell’immagine diventa la preoccupazione principale. L’unica davvero importante. Ed è su questo tema che il film di Nemes compie un capolavoro, riuscendo a manternersi in equilibrio tra la necessità bruciante di raccontare l’orrore, senza profanarlo con la finzione del set.

In primo piano resta invece la ricerca di una pietas dignitosa e impossibile, nel rituale disumanizzante della Shoah, che Saul vuole restituire a quel corpo nascosto da un lenzuolo, senza nome e senza identità: la guerra messa in scena da Nemes è quella dell’uomo contro se stesso, prima di tutto.

Di fronte all’abisso dell’abiezione umana, non si può far altro che continuare a raccontare, nonostante tutto, senza piegarsi al ricatto della messa in scena.

Nemes è tra i pochissimi ad esserci riuscito.

Son of Saul 2

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