Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità **1/2

A dieci anni dal bellissimo Lo scafandro e la farfalla e a sette dal pessimo Miral, Schnabel torna a Venezia, con un film dedicato a Vincent Van Gogh, dal trasferimento ad Arles, su consiglio di Gauguin, nel febbraio 1888, fino alla morte misteriosa avvenuta alla fine di luglio del 1890 a Auvers-sur-Oise.

Solo due anni e mezzo nella vita del grande pittore, ma un periodo decisivo per l’evoluzione del suo stile, nel quale produsse alcune delle sue opere più famose.

Sostenuto dall’amatissimo fratello Theo, che era un mercante d’arte, Vincent non conoscerà mai il successo nella sua vita terrena. Eppure, figlio di un pastore, riteneva la pittura la sua missione e il suo destino: nonostante gli eccessi, la depressione, le intossicazioni alcoliche e i ricoveri in strutture di salute mentale, Van Gogh non perderà mai il desiderio di riprendere la bellezza della natura che lo circondava, manifestazione della presenza di Dio.

Nello straordinario dialogo con il medico e uomo di chiesa chiamato a decidere della sua pazzia, Van Gogh mostra di aver compreso perfettamente il suo destino e di sopportarne le amarezze esattamente come Gesù di Nazareth.

Il vangelo studiato in gioventù e Shakespeare erano la sua unica distrazione dalla bellezza del creato, capace di avvolgerlo e travolgerlo, alimentando la sua pittura veloce e il suo stile fatto di tratti lineari, debitrice in qualche modo degli impressionisti suoi contemporanei.

Il film sottolinea la solitudine dell’uomo e la ricchezza dell’artista, mostra quanto decisivi furono l’incontro con Gauguin e il sostegno del fratello Theo. Si riconoscono poi nelle persone che lo accolsero nel sud della Francia anche molti dei ritratti, di cui la sua opera è ricchissima.

Il film ha una sua evidente efficacia didattica e la passione di Schnabel, per il disturbato e malinconico olandese traspare in modo evidente in questa sorta di lettera d’amore.

Non tutto funziona davvero, alcuni stacchi appaiono incomprensibilmente bruschi, certi effetti sonori e visivi stranianti vorrebbero replicare le visioni dissonanti di Van Gogh, ma la mimesi tra gesto pittorico e gesto cinematografico si risolve in un trucco da poco, che nulla aggiunge ad un film a cui avrebbe giovato un maggior rigore anche nella colonna sonora di Tatiana Lisovskaya, che affligge il film con un piano solo di disturbante, ossessiva mediocrità.

Solo che Schabel, pur dichiarando che per raccontare un’opera d’arte bisogna mettere in scena un’altra opera d’arte, tenta prima la scorciatoia di mostrare attraverso inquadrature sghembe e virate con lampi coloristici, l’estasi pittorica che sostiene l’ispirazione del suo protagonista, ma poi si affida continuamente alla parola e al dialogo e ad una drammaturgia molto tradizionale, per spiegarne le intenzioni.

Come se Schnabel non si fidasse della forza evocativa e simbolica del mezzo cinematografico, non ne avesse pienamente il controllo o la padronanza.

Il film si giova allora soprattutto dell’interpretazione febbrile e mai sopra le righe di Willem Dafoe, capace di restituire le ossessioni e le contraddizioni dell’artista, con un’adesione priva di ogni manierismo.

Il titolo prende spunto da uno dei suoi dipinti meno celebri, ma uno di quelli dove il dolore di vivere appare in tutta la sua radicale ossessività. Vi è rappresentato un uomo seduto, che si tiene la testa chinata con le mani. Non è un autoritratto, ma esprime perfettamente lo stato d’animo di Van Gogh poche settimane prima della fine.

Complessivamente At Eternity’s Gate non ha l’originalità del lavoro di Schnabel su Basquiat, nè la radicalità de Lo scafandro e la farfalla: è una biografia per immagini piuttosto convenzionale, nonostante le svisate di Schnabel, che brilla solo della luce accecante del suo protagonista.

Didascalico.

Regia:
Julian Schnabel
Durata:
110’
Paesi:
Usa, Francia
Interpreti:
Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Niels Arestrup
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