Venezia 2018. Charlie Says

Charlie Says **1/2

Il Charlie del titolo è Charles Manson, il diabolico hippie, leader della Family, che con gli omicidi Tate e La Bianca, nelle notti del 9 e 10 agosto 1969, mise definitivamente fine alla breve stagione della controcultura e del flower power californiano.

Il film di Mary Herron pur mettendo in scena anche il Charlie in questione, si focalizza soprattutto sul rapporto con le donne della sua setta, in particolare le tre condannate all’ergastolo per i delitti del 1969.

Chiuse in isolamento nel braccio della morte, ossessionate ancora a molti anni di distanza dalle parole d’ordine del capo carismatico, le tre ragazze furono contattate dalla ricercatrice universitaria Karlene Faith, che intraprese con loro un lungo percorso per decifrare quelle parole e tentare di resettare il lavaggio del cervello che avevano subito, riportandole a quello che erano, prima di conoscere Manson.

Non per tutte il percorso di studi e di letture, provocò un ripensamento, ma il personaggio di Karlene serve alla Harron sia per ricostruire i mesi nel ranch della family e le due atroci stragi di agosto, ma anche per mettere una distanza tra sè ed il suo soggetto, filtrandolo atraverso gli occhi duri e risoluti della ricercatrice.

Non c’è compassione possibile, nè scorciatoie drammatiche per occultare le responsabilità delle tre, ridotte a puro strumento del male, private di ogni residuo d’umanità.

Charlie Says pur nella sua semplicità di messa in scena e nell’ordinarietà delle interpretazioni, ricostruisce quella stagione di cinquant’anni fa, con una certa efficacia, prima che Once Upon a Time in Hollywood di Tarantino ci mostri come il ragazzo di Venice intende ricordare quella stessa insondabile tragedia.

Regia:
Mary Harron
Durata:
104’
Paesi:
Usa
Interpreti:
Matt Smith, Hannah Murray, Marianne Rendón, Sosie Bacon, Merritt Wever, Suki Waterhouse, Chace Crawford, Annabeth Gish
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