Il corriere – The Mule

Il corriere – The Mule ***

Earl Stone è un floricoltore, adorato dalla sua piccola comunità e dai suoi clienti, quando lo incontriamo all’inizio del film: siamo nel 2005, lavora con i suoi collaboratori di origini ispaniche e poi partecipa ad una fiera di settore, dove viene premiato per il suo lavoro. Nelle stesse ore sua figlia Iris sta per sposarsi, ma nessuno l’accompagnerà all’altare.

Passano dodici anni e l’attività di Earl è costretta a chiudere: la sua azienda è stata pignorata, anche a causa dalla concorrenza di internet. Earl si presenta al brunch, che precede il matrimonio della nipote Ginny, ma appena Iris lo vede abbandona la festa. I due non si parlano da troppi anni. Anche l’ex moglie Mary ha qualcosa da rimproverargli: nella sua vita ha sempre messo il lavoro davanti alla famiglia.

Un giovane messicano presente alla festa, nota il suo temperamento e gli dice che può fare un po’ di soldi, semplicemente guidando il suo pick-up. Gli consegna un bigliettino.

Ignaro e ingenuo, Earl accetta di viaggiare, trasportando da El Paso a Chicago, un carico assai poco misterioso.

I viaggi aumentano, Earl fa di testa sua, si ferma per strada a mangiare in posti caratteristici, fa deviazioni panoramiche, fa ammattire i suoi controllori, protetto dal potente boss messicano che l’ha assunto. I soldi facili, accumulati guidando, aiutano la nipote a sposarsi e a finire i suoi studi, vengono spesi per aiutare l’associazione reduci a sistemare la propria sede e servono ad Earl per riprendersi la sua attività.

I poliziotti della DEA di Chicago però finiscono per mettersi sulle sue tracce…

Personale e politico al tempo stesso, il nuovo film di Clint Eastwood è un manifesto del suo cinema e del suo universo narrativo e una riflessione amara sul suo Paese.

Dietro il personaggio di Earl, quasi novantenne, corriere indipendente, che lavora per i grandi cartelli, si nasconde infatti il regista Eastwood, da sempre autore indipendente e di successo, all’interno della grande corporation della Warner Bros.

Attore e ruolo si confondono, parlano la stessa lingua, usano gli stessi metodi. L’identificazione sembra essere assoluta e significativa: non è un caso che quando Eastwood appaia anche come attore nei suoi film degli ultimi trent’anni, lo faccia per prendere una posizione personale e poetica al tempo stesso.

Will Munny ne Gli Spietati decostruiva il mito della Frontiera e del cowboy fuorilegge con una radicalità, che lasciava senza parole, il Ranger Red Garnett in Un mondo perfetto era il testimone della fine dell’innocenza, in quell’autunno del 1963, che si sarebbe portato via il presidente Kennedy, il ladro Luther Whitney scopriva la violenza manipolatoria del Potere Assoluto e il giornalista Steve Everett di Fino a prova contraria portava alla luce la crudeltà di un sistema giudiziario fallace e razzista.

Sono tuttavia i suoi ruoli ne I ponti di Madison County, in Million Dollar Baby e in Gran Torino a legarsi a doppio filo a questa sua ultima struggente interpretazione. Anche qui è la ricostruzione sentimentale di una famiglia, al centro del racconto.

Earl è un uomo ormai anziano, che ha vissuto in un tempo in cui i ruoli erano definiti e immutabili: gli uomini dovevano occuparsi di lavorare e provvedere al sostentamento dei propri cari, le donne invece occuparsi del focolare domestico, dei figli, della loro educazione.

La rigidità di quei ruoli, l’aridità di quella divisione, il carico di aspettative già predeterminate hanno spinto Earl a tradire i propri sentimenti, ad abbandonare i propri affetti, inseguendo un successo professionale, appagante solo nel breve termine.

E’ il rimpianto, il sentimento che muove Earl: si è accorto troppo tardi degli errori compiuti, dei conflitti che ha creato, cerca di fare il possibile per non ripeterli, almeno con la nipotina Ginny, ma il destino lo spinge lontano ancora una volta. Il suo desiderio di cambiare e rompere quelle convenzioni, si scontra con il peso del passato, delle cose già dette e di quelle già fatte.

Ovviamente l’America che ha prodotto Earl è anche quella in cui si potevano chiamare negri e mangiafagioli le minoranze etniche, senza accorgersi neppure di quanto degradante e inappropriato fosse: nessuno lo rimprovera al vecchio floricoltore, che sembra tanto ingenuo, quanto fuori dal tempo. 

Eppure Eastwood, da sempre fiero avversario di ogni correttezza politica, assesta anche alla polizia razzista e idiota e alla burocrazia miope e frettolosa, qualche battuta amara e rivelatrice.

C’è in fondo l’idea che il Paese stia perdendo la sua capacità di fare:  le mani dei suoi personaggi sono costantemente impegnate sullo schermo di un cellulare, mentre nessuno sa più cambiare una ruota bucata o anche solo far funzionare una macchina per il ghiaccio.

L’alienazione dal lavoro manuale, dalla cura per il proprio mestiere – delegato sempre a qualcun altro, magari via internet – è qualcosa che sta modificando profondamente società e cultura.

E’ significativo che le attività del cartello si svolgano in quella che apparentemente è l’officina di un gommista: la speculazione, il crimine, i soldi facili, trovano il loro set in quello che dovrebbe essere il luogo della passione americana, per antonomasia, ovvero quella per i motori, le auto, la strada.

The Mule riprende poi l’illuminata riflessione sulle armi e sul loro possesso indiscriminato, a cui Eastwood ha dedicato gli ultimi trent’anni della sua carriera: significativamente Earl, veterano di guerra, non ne possiede alcuna e non accenna mai ad usarne. Attorno a lui invece si muovono uomini armati sino ai denti. Il capo del cartello usa armi con la canna in oro massiccio, ma gli serviranno a poco, al momento opportuno.

Nella quotidianità solo idioti e criminali ne hanno bisogno. La stessa militarizzazione della polizia sembra spingere gli agenti ad abusarne, persino in quelli che dovrebbero essere controlli stradali di routine. E’ la tragica sotto-cultura delle armi, che innesca meccanismi di violenza irrazionali e impulsivi, dalle conseguenze irreparabili e su cui Eastwood ancora una volta prende una posizione chiarissima.

Un capitolo a parte meriterebbe il paesaggio che Earl attraversa con il suo pickup, landscape morale e naturale, che resta immutabile e maestoso spettatore delle imprese degli uomini.

Un altro capitolo decisivo bisognerebbe dedicarlo all’Eastwood attore, interprete di supremo naturalismo, che l’età ha reso ancor più affilato: il suo volto scavato, il suo sguardo limpido, la sua espressione corrucciata o solare, si fanno segni indelebili di una presenza che ha attraversato oltre sessant’anni di cinema americano con una forza, che pochissimi altri hanno avuto. Attor giovane nei film di Jack Arnold, poi Straniero senza nome per Sergio Leone, quindi protagonista del cinema antiautoritario e anarchico di Don Siegel e testimone del debutto di Michael Cimino, si è fatto infine autore in proprio, volto ieratico e severo di un cinema morale, irriducibile ad ogni schema, profondamente personale. Per lui vale davvero la frase di Jean Cocteau, secondo cui il cinema era la morte al lavoro, sul volto dell’attore.

I suoi primi piani accanto alla moglie, nel finale di questo suo ultimo film, sono ancora qualcosa per cui vale la pena mettersi in fila e pagare un biglietto.

Sembra un film semplice, lineare questo The Mule, invece nasconde un universo poetico molto ambizioso e una riflessione personale e politica malinconica e disillusa, che prevede una sola risposta: assumersi le proprie responsabilità e prepararsi alla sconfitta.

Senza via d’uscita.

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