Venezia 2018. Shadow – Ying

Shadow – Ying ***1/2

Straordinario ritorno di Zhang Yimou alla Mostra di Venezia, che l’ha reso grande nei primi anni ’90, con un elegantissimo wuxia, ambientato nel periodo dei Tre Regni.

Si racconta all’inizio che re e nobili avevano spesso un sosia, che li sostituiva negli impegni ufficiali e nelle missioni più pericolose: erano appunto chiamati ombre.

Un’ombra deve essere pronta a entrare in azione nel momento critico, quando la vita del suo padrone è in bilico; un’ombra deve fondersi completamente con la realtà, in modo che non sia possibile distinguere vero e falso.

Il Re di Pei ha perso la città chiave di Jing, per mano dell’invincibile generale Yang. Il suo Comandante ha deciso di sfidare l’avversario a duello, per riconquistarla.

Il Re tuttavia preferisce una strategia diplomatica molto diversa: vorrebbe stringere un’alleanza con Yang, facendo sposare sua sorella, con il figlio del generale, Ping.

Ping rifiuta il matrimonio ed offre alla principessa di Pei di fare la sua concubina.

L’affronto è troppo grande ed il Comandante parte alla volta di Jing per la sfida in tre riprese con il generale Yang. Solo che non si tratta del fenomenale guerriero di Ping, ma della sua ombra, il sosia che l’ha sostituito dopo che la malattia ne ha indebolito lo spirito, ma acuito la brama di potere.

Il vero comandante trama dietro le quinte un piano grandioso e diabolico.

Immerso in un bianco e nero che prevede tutte le tonalità di grigio e che esclude solo l’incarnato rosa pallido dei protagonisti, battuto dalla pioggia insistente, Shadow è un piccolo gioiello inatteso del fuori concorso veneziano.

Zhao Xiaoding lo illumina come fosse un acquarello, tenue e languido, sullo sfondo materico fatto di rocce, pietre, bambu. Il tema del doppio ritorna continuamente, anche nelle forme del tradizionale simbolo del tai, a sottolineare non solo la lotta tra gli uomini e le forze in campo, ma anche la doppiezza di ciascuno personaggio.

Anche la messa in scena della violenza alterna l’eleganza coreografata degli allenamenti e dei duelli alla brutalità sanguinosa dello scontro finale, chiarendo come Yimou intendesse realizzare con Shadow una sorta di vero e proprio studio di genere.

Se nella prima parte gli intrighi di palazzo, le alleanze e i tradimenti, l’allenamento dell’ombra e la scelta della migliore strategia per,affrontare l’invicibile generale Yang, spingono il film verso un estenunante gioco delle parti alla corte di Pei, nella seconda parte Shadow mette in scena non solo il duello all’arma bianca al passo di Jing, promesso sin dall’inizio, ma anche il sensazionale assalto alla città e il confronto finale, con un’inventiva, che richiama astuzie omeriche e solennità shakespeariane.

Più che al Romanzo dei tre regni, Shadow sembra davvero ispirato alle grandi tragedie del bardo, nelle quali l’onore e la fedeltà al proprio destino sembrano guidare le passioni di uomini e donne di corte.

Se non avevamo mai dubitato del talento formalista di Yimou, nonostante i troppi passi falsi degli ultimi anni, qui ritroviamo la precisione delle coreografie, la bellezza cromatica delle scenografie, la sapienza nel costruire meccanismi drammatici di impeccabile raffinatezza, che giocano sui sentimenti primari: ambizione, tradimento, onore, inganno.

Sì, forse c’è un’ombra di manierismo nella messa in scena di Yimou, che sfrutta alla perfezione effetti digitali e color correction, per superare senza remore ogni realismo fotografico.

Ma il film è una gioia per gli occhi e lo spirito ed un omaggio alla grande tradizione del cappa&spada orientale, che Yimou rigenera e reinterpreta a modo suo, azzerando quasi il colore, come a farne un doppio speculare di Hero, che ci racconta ancora una volta che il potere cambia faccia, per rimanere sempre lo stesso, assumendo solo una diversa tonalità di grigio.

Regia:
Zhang Yimou
Durata:
116’
Paesi:
Cina
Interpreti:
Deng Chao, Sun Li, Zheng Kai, Wang Qianyuan, Wang Jingchun, Hu Jun, Guan Xiaotong, Wu Leo
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