La Douleur. Recensione in anteprima!

La Douleur ***

Dopo aver fatto l’aiuto regista per Godard in Nouvelle Vague e per Kieslowski nella trilogia dei colori, Emmanuel Finkiel ha debuttato alla regia con il film Voyages, presentato a Cannes nel 1999 e mai uscito nel nostro paese. Identica sorte è toccata a Nulle part, terre promise e Je ne suis pas un salaud.

La Douleur, tratto dal memoir di Marguerite Duras, scritto nel 1985, è il suo primo film ad essere distribuito nel nostro paese.

Melanie Thierry interpreta la scrittrice francese, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, nella Parigi occupata dalle truppe tedesche e guidata dai collaborazionisti. Quando il marito, Robert Antelme, viene arrestato e poi trasportato fuori Parigi, per essere interrogato, la protagonista cerca in ogni modo di avere notizie, di conoscere gli spostamenti e il destino dell’uomo che ama.

La piccola cellula di resistenti, a cui appartiene, tenta ogni strada, ma è l’agente della Gestapo Rabier che le può dare le risposte migliori. Tra i due nasce così un rapporto ambiguo, interessato, di emozioni precarie e posizioni di forza che si vanno ribaltando, man mano che gli alleati sembrano prendere il sopravvento sulle forse dell’asse.

Marguerite frequenta segretamente Dyonis, un amico del marito, che partecipa allo stesso gruppo antinazista.

L’autoritratto di La Douleur è un chiaroscuro di emozioni e ambiguità, di angoscia e senso di colpa. Finkiel asseconda la narrazione con la voce fuori campo della protagonista, che riporta le parole affilate della Duras.

Il film cerca di materializzare il dolore dell’assenza, costruendo in sottrazione un’odissea del ritorno vista tutta dalla parte di chi non sa nulla e non può che attendere una notizia, un treno, un comunicato.

Vinta la guerra nell’aprile del 1945 con l’apertura dei campi di lavoro e di sterminio, per le mogli e i parenti dei deportati arriva il momento più difficile. Nessuno vuole rassegnarsi alla morte, ma qualcuno arriva persino a sperarla, purchè ponga fine ad un calvario, che consuma i giorni e le forze di chi attende.

La Douleur è un viaggio tutto interiore nei conflitti che agitano l’animo della protagonista, nella precarietà della condizione di chi aspetta e non sa, nel desiderio di sapere, di fare pace con il proprio destino, nel trovare un modo per ricominciare a vivere.

Rispettoso dello stile distaccato della Duras, che quarant’anni dopo ricostruiva in forma di diario, tra verità e romanzo, i suoi ricordi di guerra, secondo lo stile del nouveau roman, La Douleur è un film quasi tutto d’interni: quelli degli uffici di Rabier o dei locali in cui si incontra con la protagonista, della casa di Marguerite, degli appartamenti fumosi in cui trovano gli amici di Robert. Fuori una Parigi grigia, umiliata, complice, che si apre alla vista solo nel momento della liberazione, con le strade incredibilmente vuote per il coprifuoco, percorse dalla bicicletta di Marguerite.

Passato quel momento, la protagonista torna a vedere al sua città solo attraverso le persiane socchiuse di casa sua e sui binari delle stazioni in attesa dei treni dalla Germania, evitando di partecipare ai trionfalismi della vittoria gollista.

Finkiel le resta accanto nella sua discesa verso uno stato di completa alienazione, che finisce per sostituire l’attesa febbrile del ritorno. Ci sono sempre due Marguerite in scena: il personaggio e la narratrice, che si alternano fino a sdoppiarsi. Giustamente il regista rimane invece reticente a mostrare il corpo di Robert, piegato dalla permanenza a Dachau: impossibile vederlo, anche per la moglie.

Non c’è più nulla di umano in quel corpo straziato dalla fame e dalla violenza, testimonianza incancellabile dell’orrore: “Sapevo che sapeva, sapeva che a ogni ora di ogni giorno, io lo pensavo: Robert non è morto ai campi di concentramento“.

Straziante.

 

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