Roma

Roma ***1/2

Finalmente svelato il nuovo film di Alfonso Cuaron, che a cinque anni di distanza dall’Oscar vinto con Gravity, ha scelto di tornare in patria, girando in Messico una storia intima, molto personale, una saga familiare, come quelle a cui la letteratura sudamericana ci ha abituato nel corso del Novecento, lontanissima dalla spettacolarità dei suoi successi americani.

Per rendere ancor più evidente il suo coinvolgimento diretto e personale nella storia di Cleo, una domestica mixteca, che si occupa di una famiglia borghese nella Città del Messico del 1970, Cuaron ha scritto, diretto, prodotto, fotografato e montato il suo film, senza condividere con altri le responsabilità del set e della postproduzione.

Immerso in un glorioso bianco e nero digitale, che la Arri Alexa 65 rende meravigliosamente evocativo, Roma è una storia apparentemente piccola, che accompagna i protagonisti attraverso l’anno in cui Cleo porta in grembo un figlio concepito con un poco di buono, che l’abbandona senza neppure una parola, scappando in provincia nelle milizie paragovernative.

Parallelamente anche il marito di Sofia, la donna presso cui lavora Cleo, abbandona i suoi quattro figli e la sua famiglia, per inseguire una donna più giovane, tra bugie, inganni e infedeltà, presto smascherati.

Alla fine siamo sempre da sole‘ dice Sofia a Cleo in uno dei momenti più belli del film, che si muove con una drammaturgia minima: quello che conta è il peso dei ricordi, che sembrano lasciare quasi sempre fuori campo la storia tumultuosa di quegli anni, la lotta politica, le rivolte sociali, la violenza di strada, che pure avranno un ruolo nel percorso di Cleo.

Il film di Cuaron è un atto d’amore, di gratitudine profonda, il riconoscimento del ruolo decisivo di questa sorta di doppio matriarcato, che ha evidentemente segnato la sua giovinezza.

La distanza sociale, la diversa origine delle due donne sembrano azzerate dallo sguardo del regista, che riconosce ad entrambe un ruolo ugualmente decisivo, nella sua formazione.

Il fermento che muove il mondo, all’esterno della grande casa familiare, sembra lontano, ma in realtà è lo stesso che finisce per travolgere i protagonisti.

Rafinatissima ed evocativa la regia di Cuaron, che gioca con i grandi set della casa avita, nel quartiere Roma, dell’ospedale o del negozio di mobili, contrapponendoli al paesaggio assolato e fangoso della provincia.

In un film, che evita qualunque eccesso retorico, il regista messicano non rinuncia a segnare il percorso di Cleo, attraverso alcune grandi scene di massa o individuali, che interrompono il flusso del film e che si impongono grazie alla forza narrativa e alle scelte di messa in scena: innanzitutto l’attacco della milizia agli studenti in piazza, quindi la scena del parto, girata a camera fissa e utilizzando la profondità di campo in modo magistrale, infine quella della spiaggia, con un lungo carrello laterale che si immerge nelle acque e poi ritorna a riva.

Pur essendo un regista innamorato delle possibilità creative della macchina da presa e lontano dall’impaginazione invisibile del cinema classico, Roma testimonia il rigore dello sguardo di Cuaron, la moralità del suo cinema e la sua ricchezza espressiva, capace di utilizzare la profondità di campo, negata e poi ritrovata, e la sintassi del cinema popolare – carrelli, dolly, steadycam – con sapienza ammirevole. Si pensi alla lunga sequenza del parto, alla sua evidenza, alla sua forza e all’efficacia delle soluzioni visive scelte da Cuaron: è forse il momento più drammatico del film ed è risolto in modo impeccabile.

Lo stesso accade nel finale, quando il pericolo viene lasciato fuori campo, grazie ad un doppio carrello, che evita ogni retorica, pur affermando un’originalità di sguardo rara nel cinema di oggi.

L’occhio è rapito dalla bellezza di Roma, tanto che, giustamente, l’emozione resta a distanza e il film non si fa mai vero melò, ma rimane sul piano della memoria, dell’omaggio autobiografico alle donne della sua vita, al loro coraggio e alla loro libertà.

La scelta di raccontare la storia di questa famiglia attraverso gli occhi timorosi di Cleo è poi già una scelta politica, una scelta di campo. Non c’è bisogno di aggiungere altre inutili sottolineature.

Potrebbe sembrare poco, potrebbe sembrare un racconto marginale, minimo ed invece, proprio in questi anni egoistici di muri, di centri di detenzione e di razzismo senza vergogna, Roma ha la forza rivoluzionaria e limpida della dignità.

Da non perdere.

Regia:

Alfonso Cuarón

Durata: 135’
Paesi:

Messico

Interpreti: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Carlos Peralta, Nancy García

Un pensiero riguardo “Roma”

  1. Sono assolutamente d’accordo. Entri in un mondo di differenze di classe, di ignoranza contadina, di sperequazioni sanitarie ma non ne trovi alcuna nella condizione della donna della società messicana di quegli anni. Entrambe le protagoniste sono assolutamente uguali nella solitudine, nel dover reagire all’abbandono e nella potenza che la donna ha nell’accudire e amare i propri figli o altrui. Senza parlare della perfezione nel risaltare particolari e attimi specifici di ciascuna, a raccontarle nelle crisi isteriche della borghese, nella ginnastica (attraverso l’inquadratura dei piedi e delle gambotte, in camicia da notte) delle due domestiche, la fatica delle scale, la cacca dei cani, il profumo della natura della collina e, sempre, nel cielo un aereo che vola via. Bello, da vedere.

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