Cannes 2018. The House That Jack Built

The House That Jack Built ***1/2

USA in the 1970s. We follow the highly intelligent Jack over a span of 12 years and are introduced to the murders that define Jack’s development as a serial killer.
We experience the story from Jack’s point of view, while he postulates each murder is an artwork in itself. As the inevitable police intervention is drawing nearer, he is taking greater and greater risks in his attempt to create the ultimate artwork.

Along the way we experience Jack’s descriptions of his personal condition, problems and thoughts through a recurring conversation with the unknown Verge – a grotesque mixture of sophistry mixed with an almost childlike self-pity and psychopathic explanations. The House That Jack Built is a dark and sinister story, presented through a philosophical and occasional humorous tale.

Il figlio prodigo ritorna al Festival di Cannes, sette anni dopo essere stato bandito e dichiarato persona non grata, per le frasi razziste e stupide pronunciate durante la conferenza stampa di Melancholia, nelle quale dichiarava di simpatizzare – in qualche modo – con Hitler.

Lars Von Trier è un provocatore, un uomo pieno di fobie e di talento smisurato. E’ un manipolatore e un iconoclasta.

I suoi film hanno sempre diviso e scioccato. Le schiere di sostenitori e detrattori non si contano, ma quello che importa davvero, alla fine di tutto, è la qualità del suo lavoro.

Tra molte vette e qualche rara caduta, The House That Jack Built segna un applauditissimo ritorno a Cannes, con il suo quindicesimo lungometraggio, che il festival propone senza una vera ragione, fuori concorso.

The House That Jack Built è una sorta di ideale contrappunto di Nymphomaniac, l’opera somma di cinque anni fa ed è soprattutto un canto apocrifo dell’Inferno dantesco, con il serial killer Jack, che racconta all’enigmatico ‘Verge‘ il lungo percorso che l’ha condotto sulla via della perdizione.

Siamo negli Stati Uniti degli anni ’70, Jack è un giovane ingegnere, appassionato del pianismo assoluto e psicotico di Glenn Gould, affetto da una sindrome ossessivo compulsiva. Il suo sogno era di diventare architetto, per amore di Albert Speer, le cui idee architettoniche ed artistiche, immortalate anche dalla Riefenstahl nel Trionfo della Volontà, non hanno mai smesso di ossessionarlo.

In film, che comincia con le voci di Jack e del misterioso Verge, sullo schermo nero, è articolato in cinque capitoli: sono i cinque ‘indicidenti’ che il killer ha scelto per raccontarsi al suo compagno di viaggio e corrispondono a cinque delle sue sessanta vittime.

Jack si scopre un killer, quasi per caso, quando con il suo van rosso viene fermato da una donna con l’auto in panne ed il crick rotto, che gli chiede di accompagnarlo all’officina meno distante.

La donna, petulante e logorroica fino allo sfinimento, sproloquia sulla pericolosità di accettare passaggi da uomini sconosciuti e di possibili serial-killer in agguato sulle strade: sembra la vittima perfetta. Alla fine della lunga ed estenuante sequenza di tentativi di riparare il crick e sistemare l’auto, quando Jack le sferra un colpo il pieno viso si rimane quasi sollevati.

E’ naturalmente qui, in questo momento di classica manipolazione drammatica e di rovesciamento dei ruoli, che Von Trier ha ‘perso’ una buona parte dei critici americani, tanto sensibili ai temi del politically correct e del neofemminismo, da non comprendere lo sberleffo supremo che Von Trier gli ha servito su un piatto d’argento, proprio in apertura del suo film.

Da sempre accusato di misoginia e di sadismo, Von Trier ha peraltro quasi sempre raccontato eroine femminili nei suoi film, pur da una prospettiva spesso ambigua e anticonformista.

Qui invece il suo protagonista è un uomo. Un uomo malvagio, anaffettivo, glaciale nei suoi comportamenti e nelle sue ossessioni criminali, che sproloquia di vino e aerei da guerra.

Così come Nymphomaniac, anche qui è nel rapporto dialogico con Verge che emergono i limiti e le criticità della sua distorta visione del mondo e dei suoi ideali. Al crimine come suprema forma d’arte, Verge gli contrappone l’arte come manifestazione d’amore; alla libertà di poter rappresentare il male come parte essenziale dell’esperienza umana, fa da contraltare la scelta di mettere in scena il bene accanto al bello. Non è un caso se Von Trier in un curioso gioco di specchi, citi esplicitamente i suoi film, tra le opere maledette.

E’ il prezzo da pagare per assecondare la propria ispirazione, il paradosso assoluto, come la quercia sotto cui Goethe ha scritto molti suoi capolavori, attorno a cui è stato eretto il campo di Buchenwald.

E’ evidente che il film sia raccontato dal punto di vista del protagonista e che la messa in scena delle sue atroci idee criminali lasci sgomenti e scossi, anche per la glaciale amoralità con cui viene messa in scena. Ma in fondo è proprio questo che Von Trier ha fatto in tutta la sua carriera, sfidare i limiti dello sguardo, di ciò che è rappresentabile e riflettere autocriticamente su quelle sfide.

E’ nel contrappunto etico e filosofico tra Verge e Jack, che il film rivela i suoi significati. Non ci possono essere agnelli senza tigri, come nel notissimo poema di Blake.

Se al centro dei lavori di Von Trier c’è spesso un’ossessione per un universo femminile, che fatica a comprendere e che rimane per lui un mistero tragico e irrisolto, su cui il suo occhio continua a posarsi, questa volta tra sè e il suo film ha scelto provocatoriamente la mediazione di un protagonista estremo, incapace di grandi riflessioni, ma evidentemente succube di un’insanabile contraddizione tra paura e desiderio.

Autoproclamatosi Mr.Sofistication, Jack è in realtà un sociopatico aiutato dal destino, che avrebbe potuto essere preso molte volte dalla polizia, se la stupidità feroce delle forze dell’ordine e la sua fortuna sfacciata non si fossero messe in mezzo.

Il film ha un ritmo meditativo e ipnotico, i cinque episodi non fanno che creare una suspense crescente e spasmodica, nell’attesa che Jack entri in azione, con modi ogni volta diversi. Un paio di scene hanno sconvolto la platea del festival: l’uccisione di due bambini con berretto rosso trumpiano, con un fucile, che sembra quello usato per JFK, e la mutilazione che subisce il personaggio di Simple, la ‘fidanzata’ di Jack, interpretata da Riley Keough. Mai sconvolgenti quanto il taglio della zampa di un pulcino, primo ‘esperimento’ di violenza del piccolissimo Jack.

Nel finale c’è spazio per un nuovo sberleffo all’atroce cultura delle armi americana, prima che l’Inferno inghiotta letteralmente Jack e Verge, negli ultimi venti minuti di un film complesso, contraddittorio, estremo e disturbante, ma vitale, interrogativo, che sfida il suo pubblico, lo irride, lo lascia senza certezze e senza rassicurazioni.

La straordinaria chiusura dantesca è accompagnata dall’ironica e definitiva Hit the Road Jack di Ray Charles, mentre le apparizioni del protagonista nei cinque incidenti dalle note feroci del Bowie di Fame, perfetta sintesi di un film che scuote il conformismo di un festival, paralizzato dalle sue parole d’ordine.

CREDITS

Lars Von Trier – Director
Lars Von Trier – Script / Dialogue
Manuel Alberto CLARO – Director of Photography
Simone GRAU RONEY – Set decorator
Molly Malene STENSGAARD – Film Editor
Kristian EIDNES ANDERSEN – Sound

CASTING

Matt DILLON – Jack
Bruno GANZ – Verge
Uma THURMAN – Lady 1
Siobhan Fallon HOGAN – Lady 2
Sofie GRÅBØL – Lady 3
Riley KEOUGH – Simple

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