Nymphomaniac vol.1

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Nymphomaniac vol.1 ***1/2

Lo schermo è nero, siamo in una periferia urbana fredda e umida. La neve comincia a cadere, mentre si sente lo sferragliare di un treno. Un uomo sta tornando a casa dopo aver fatto la spesa. E’ un ebreo di nome Seligman. Per strada nota una ragazza selvaggiamente picchiata, col volto tumefatto e sanguinante, Joe.

Si offre di chiamarle un ambulanza, poi la accoglie in casa sua, le offre un riparo e una tazza di té. Le porta un piccolo dolce ebraico, il rugelah ed una forchetta da dolce, per mangiarlo.

Quasi per ringraziarlo, la ragazza decide di raccontargli la sua storia. Una storia che parla di peccato e abiezione, secondo la protagonista. Ma che più semplicemente è la storia di una donna e della sua ossessione sessuale.

Notando un’esca sul muro, Joe introduce il primo capitolo, The Complete Angler, in cui le sue prime esperienze sessuali ed il rapporto con il suo amatissimo padre, sono messe in parallelo con la passione di Seligman per la pesca: l’uomo è evidentemente la preda che abbocca all’amo, irretito dall’esca colorata ed attraente.

Su un treno Joe e l’amica B. decidono di mettere in palio un pacco di cioccolatini, per chi delle due riuscirà a fare sesso con il maggior numero di viaggiatori.

Nel secondo capitolo, Jerome, facciamo la conoscenza con quello che sembra essere un personaggio ricorrente nella sua storia: il ragazzo a cui Joe regala la sua verginità, che ritorna molti anni dopo quando l’assume come segretaria nel suo ufficio. La protagonista rifiuta le sue avances insistite, fino ad innamorarsi di lui, proprio quando Jerome sparisce improvvisamente, sposando l’altra segretaria.

Mrs H è il terzo capitolo in cui la moglie tradita di uno degli amanti di Joe, si presenta a casa della protagonista con i suoi tre figli piccoli, per far comprendere ai ragazzini il senso di una separazione apparentemente assurda. Siamo in pieno teatro dell’assurdo, con la tensione che monta, ma non sembra mai sfiorare la protagonista.

La scena assume i contorni della farsa quando un altro giovane amante di Joe si presenta alla porta della ragazza con un mazzo di fiori in mano.

Il quarto capitolo, Delirium, è dedicato al padre: in un bianco e nero molto contrastato, Joe è al capezzale del padre morente. Anche qui Von Trier non ci risparmia umori corporali e commozione.

La prima parte del viaggio di Joe si conclude con The Little Organ School, in cui la metafora della polifonia di Bach, introdotta da Seligman, si manifesta attraverso un triplo split screen in cui i tre amanti della protagonista si contendono il suo corpo in un’armonia apparentemente perfetta: il basso di Mister F, che si dedica pressochè interamente al piacere di Joe, si unisce all’irruenza felina di Mister G ed al ritrovato Jerome, di cui la protagonista sembrava essere innamorata, salvo scoprire inorridita che per lui non prova nulla.

Ma qual è la verità? Dobbiamo fidarci di Joe? Oppure si sta prendendo gioco di Seligman come di noi spettatori?

La prima parte di Nymphomaniac si chiude bruscamente e forse bisognerebbe attendere la seconda, per offrire un giudizio meno parziale e provvisorio.

Il film dovrebbe essere l’ultimo capitolo di un’ipotetica trilogia sulla depressione, inaugurata da Antichrist e proseguita con Melancholia, ma anche questa volta è una donna l’epicentro del sisma emotivo.

Von Trier è chiaramente ossessionato dall’universo femminile. Un universo che fatica a comprendere, che rimane per lui un mistero tragico e irrisolto, su cui il suo occhio continua a posarsi preda di un’insanabile contraddizione tra paura e desiderio.

Nymphomaniac così come i precedenti, è un titolo persino fuorviante, sensazionalistico: il sesso c’è naturalmente, ma è del tutto naturale, nel corso di un racconto che ha l’ambizione di farsi viaggio esistenziale e di formazione. Viaggio nella colpa –  senza redenzione – il film di Von Trier è ricchissimo di citazioni, digressioni, spigolature, glosse: si passa da Edgar Allan Poe alla Orgelbüchlein di Bach, dai numeri di Fibonacci alle foglie del frassino.

Nonostante il cambio di formato e di colore tra un episodio e l’altro, nonostante le immagini naturalistiche, che lo percorrono sottotraccia, Nymphomaniac, è un film tutto teorico, che vive più nei dialoghi tra Seligman e Joe, che nelle immagini del passato, evocato dalla protagonista.

E’ nel contrappunto etico e filosofico del saggio Seligman che l’epopea di Joe assume significato.

Il film è forse deludente per chi si aspettava il solito Von Trier, spericolato visionario e iconoclasta. La sua riflessione questa volta è più sottile. Il sesso esplicito sembra solo un’esca per spettatori ingenui.

Quello che conta è il discorso sull’amore, sulla solitudine, sul desiderio come arma distruttiva e comunicativa assieme.

Il film ha un ritmo meditativo e ipnotico, non tutto appare perfettamente riuscito ed alcune cadute di tono le avremmo volentieri evitate, ma Von Trier è da sempre un regista che divide trasversalmente i suoi spettatori.

Può irritare la sua capacità manipolatoria e la sua superficialità sensazionalistica: spesso si ha l’impressione di un regista poco sincero, che ha costruito la sua fortuna sulla provocazione fine a se stessa, eppure qui in Nymphomaniac il tormento intellettuale sembra onesto e personalissimo.

In fondo il passeggero di prima classe che rifiuta le avances delle due ragazze, ma finisce per cedere all’ultimo alle provocazioni di Joe potrebbe essere lo stesso Von Trier.

Magnifico il cast, su cui spiccano Stellan Skarsgard, con Von Tier sin da Le onde del destino, nei panni dell’ebreo antisionista Seligman, Uma Thurman, una dolente e furiosa Mrs H, e Stacy Martin, che interpreta la giovane Joe, riuscendo a mantenere una grazia virginale, nonostante sia impegnata in un tour de force sessuale senza compromessi.

La fotografia è di Manuel Alberto Claro – alla sua seconda collaborazione con Von Trier, dopo Melancholia – che fa sfoggio di una grande varietà stilistica, dall’illuminazione pittorica della stanza di Seligman, al controluce del primo rapporto di Joe, dal bianco immacolato della casa della protagonista, sino al bianco e nero delle scene in ospedale o allo split screen finale,  assecondando il racconto del regista.

La versione director’s cut presentata a Berlino e poi a Venezia non fa che confermare le ottime sensazioni avute sin dall’inizio. Mezz’ora in più di grande cinema, più esplicito, ma anche più ricco di digressioni, invenzioni, possibilità, sentimenti.

Non c’è dubbio che sia questa la versione da preferire, anche se non sembrano esserci aggiunte significative. I tagli, come si direbbe in economia, sono stati lineari su tutte le sequenze.

Ma il grande racconto di Seligman e Joe ha bisogno di tempo, di un respiro più disteso ed chiaro.

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Qui la recensione di Nymphomaniac vol.2

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3 pensieri riguardo “Nymphomaniac vol.1”

  1. bellissima recensione, profonda e illuminante analisi del film (e del cinema di von Trier), condivido ogni parola, vorrei averla scritta io.

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