I figli del fiume Giallo

I figli del fiume Giallo ***

Protagonista assoluto della cosiddetta sesta generazione, il cinese Jia Zhangke approda per la quinta volta in concorso a Cannes, ma la sua fortuna in Occidente la deve soprattutto ai film lanciati a Venezia, Platform nel 2000, The World nel 2004 e Still Life, Leone d’Oro nel 2006.

Se il titolo internazionale del suo nuovo film è l’evocativo Ash is the purest white, quello italiano, I figli del fiume Giallo, si avvicina di più a quello originale Jianghu er nü (Figlie e figli dello Jianghu). Peccato che la zona delle Tre Gole, dove il film è ambientato, sia però sullo Yangtze, ovvero il fiume Azzurro…

Con il gemello di Al di là delle montagne, condivide l’impianto decisamente melò, un triangolo amoroso imperfetto, l’arco temporale lungo e la divisione in tre atti, oltre che una passione per i locali notturni e i Village People: se era infatti Go West, nella versione dei Pet Shop Boys ad aprire Al di là delle montagne, è YMCA a segnare l’inizio di I figli del fiume Giallo, che comincia nell’aprile 2000.

La protagonista è Qiao, la ragazza di un piccolo gangster locale, Bin, che comanda una banda dello jianghu, da un locale dove si gioca d’azzardo e si balla.

Siamo a Fenjie, nella zona mineraria delle Tre Gole, che Zhangke ha descritto molte volte. La crisi del carbone e le scelte governative stanno impoverendo la città. Il padre di Qiao, che lavora come sindacalista non dà pace, perchè il Partito ha deciso di spostare tutti i lavoratori in un’altra zona, dove c’è più bisogno di manodopera.

Quando un gruppo rivale di giovanissimi si mette contro Bin, fino a tendergli un agguato per strada, Qiao estrae la pistola per salvarlo, ma entrambi finiscono in galera.

Qiao esce dopo cinque anni, ma tutto è cambiato. La sua città sta per essere inondata e sommersa, Bin sta con un’altra ragazza e per lei non sembra esserci più alcun futuro.

Ma il tempo passa e il destino ha in serbo per entrambi un futuro diverso da quello immaginato.

Zhangke sembra voler ritornare sui temi e sui luoghi del suo cinema, costruendo con I figli del fiume Giallo una sorta di summa, in cui il passato si ripresenta a chiedere il conto, come accade ai suoi protagonisti.

Il film si nutre di memoria, di ricordi, di frammenti abbandonati e ritrovati, di malinconie e rimpianti, che segnano la trasformazione non solo dei protagonisti, ma di un intero Paese, che appare sperduto, confuso. Anche perchè la trasformazione graduale è resa più brusca e stridente dagli anni trascorsi in carcere dalla sua protagonista.

Se Al di là delle montagne ci era parso un ripiegamento pasticciato e confuso, rispetto alla sua straordinaria capacità di raccontare la grande Cina e le sue contraddizioni, attraverso i sentimenti dei suoi personaggi, I figli del fiume Giallo può essere considerato il ritorno ad un maggiore rigore narrativo, ad una scrittura drammatica meno semplificata e archetipica, ma anche meno ambiziosa, paradossalmente.

Ci sembra di scorgere una sorta di disincanto nel cinema di Zhangke, che è tanto personale quanto artistico: come se fosse costretto a ripetere se stesso, forse per accontentare i suoi produttori, forse per blandire il suo pubblico internazionale, forse semplicemente per una piccola crisi creativa, a cui rispondere con gli strumenti, i volti, i paesaggi che si conoscono meglio.

Per chi tuttavia ama il suo cinema e lo ha seguito nel corso dell’ultimo ventennio, I figli del fiume Giallo assomiglia ad una sorta di sussidiario illustrato delle sue ossessioni, nel quale tuttavia l’aspetto sentimentale sembra ormai prevalente, sulla capacità di mettere in scena le contraddizioni della locomotiva cinese. La forza profetica di un tempo sembra trascolorare in una disillusione anche personale, in un senso di sconfitta e incompiutezza, che i suoi personaggi rimandano anche sullo schermo.

Non è un caso che i suoi ultimi film comincino tutti all’inizio del secolo per compiere un percorso narrativo simile, attraversando gli anni drammatici ed esaltanti della crescita cinese, nei quale tuttavia non c’è quasi più spazio per la critica sociale, per il racconto dell’ingiustizia, per lo sguardo su un mondo che ha tradito se stesso e le proprie radici.

E’ come se Zhangke avesse fatto pace con i suoi demoni, rinchiudendosi nei confini di genere, in cui rabbia, frustrazione, rivalsa si sono dissolti in una rassegnazione tutta privata.

Certo è molto cambiato anche il cinema cinese negli ultimi vent’anni. Il mercato interno è cresciuto esponenzialmente sino a diventare il secondo nel mondo, le produzioni locali destinate al pubblico asiatico sono diventate il centro nevralgico del settore e lo spazio per produzioni colte e raffinate, come quelle di Zhangke, capaci di riflettere criticamente sul proprio Paese e spesso destinate al mercato europeo, è diventato sempre più piccolo.

Non deve averlo aiutato il fatto che il suo film più duro e politico, Il tocco del peccato, ha avuto enormi problemi in Cina, senza riuscire a trovare una distribuzione.

Nonostante I figli del fiume Giallo cerchi, nel suo lungo arco narrativo, di mostrare come l’evoluzione e il progresso siano capaci di influire sulla geografia e la memoria dei luoghi, il suo sguardo si è fatto così meno acuto e più amaro.

Rimane, al di là di tutto, l’interpretazione sublime, l’ennesima, di Zhao Tao, cuore indomito e coraggioso, testardo e malinconico di tutto il cinema di Jia Zhangke, qui alle prese con un personaggio tragicamente aggrappato ai suoi valori e alle sue scelte, mentre tutto attorno a lei finisce per cambiare e trasformarsi.

CREDITS

JIA Zhang-Ke – Director
JIA Zhang-Ke – Script / Dialogue
Eric GAUTIER – Director of Photography
Matthieu LACLAU – Film Editor
LIM Giong – Music
ZHANG Yang – Sound
LIU Weixin – Set decorator

CASTING

ZHAO Tao – Qiao
LIAO Fan – Bin

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