Cannes 2018. Ash is the purest white

Ash is the purest white ***

Qiao is in love with Bin, a local gangster. During a fight between rival gangs, she fires a gun to protect him. Qiao gets five years in prison for this act of loyalty. Upon her release, she goes looking for Bin to pick up where they left off.

Protagonista assoluto della cosiddetta sesta generazione, il cinese Jia Zhangke approda per la quinta volta in concorso a Cannes, ma la sua fortuna in Occidente la deve soprattutto ai film lanciati a Venezia, Platform nel 2000, The World nel 2004 e Still Life, Leone d’Oro nel 2006.

Ash is the purest white sembra il film gemello di Al di là delle montagne, con il quale condivide l’impianto decisamente melò, un triangolo amoroso imperfetto, l’arco temporale lungo e la divisione in tre atti, oltre che una passione per i locali notturni e i Village People: se era infatti Go West, nella versione dei Pet Shop Boys ad aprire Al di là delle montagne, è YMCA a segnare l’inizio di Ash is the purest white, che comincia nell’aprile 2000.

La protagonista è Qiao, la ragazza di un piccolo gangster locale, Bin, che comanda una banda dello jianghu, da un locale dove si gioca d’azzardo e si balla.

Siamo a Fenjie, nella zona mineraria delle Tre Gole, che Zhangke ha descritto molte volte. La crisi del carbone e le scelte governative stanno impoverendo la città. Il padre di Qiao, che lavora come sindacalista non dà pace, perchè il Partito ha deciso di sposare tutti i lavoratori in un’altra zona dove c’è bisogno di manodopera.

Quando un gruppo rivale di giovanissimi si mette contro Bin, fino a tendergli un agguato per strada, Qiao estrae una pistola per salvarlo, ma entrambi finiscono in galera.

Qiao esce dopo cinque anni, ma tutto è cambiato. La sua città sta per essere inondata e sommersa, Bin sta con un’altra ragazza e per lei non sembra esserci più alcun futuro.

Ma il tempo passa e il destino ha in serbo per entrambi un futuro diverso da quello immaginato.

Zhangke sembra voler ritornare sui temi e sui luoghi del suo cinema, costruendo con Ash is the purest white una sorta di summa, in cui il passato si ripresenta a chiedere il conto, come accade ai suoi protagonisti.

Se Al di là delle montagne ci era parso un ripiegamento pasticciato e confuso, rispetto alla sua straordinaria capacità di raccontare il Paese e le sue trasformazioni, attraverso i sentimenti dei suoi personaggi, Ash is the purest white può essere considerato il ritorno ad un maggiore rigore narrativo, ad una scrittura drammatica meno semplificata e archetipica, ma anche meno ambiziosa.

Ci sembra di scorgere una certa stanchezza nel cinema di Zhangke, come se fosse costretto a ripetere se stesso, forse per accontentare i suoi produttori, forse per blandire il suo pubblico internazionale, forse semplicemente per una crisi creativa, a cui rispondere con gli strumenti, i volti, i paesaggi che si conoscono meglio.

Per chi tuttavia ama il suo cinema e lo ha seguito nel corso dell’ultimo ventennio, Ash is the purest white assomiglia ad una sorta di sussidiario illustrato delle sue ossessioni, nel quale tuttavia l’aspetto sentimentale sembra ormai prevalente, sulla capacità di mettere in scena le contraddizioni della locomotiva cinese.

Non è un caso che i suoi ultimi film comincino tutti all’inizio del secolo per compiere un percorso narrativo simile, attraversando gli anni drammatici ed esaltanti della crescita cinese, nei quale tuttavia non c’è quasi più spazio per la critica sociale, per il racconto dell’ingiustizia, per lo sguardo disincantato su un mondo che ha tradito se stesso e le proprie radici.

E’ come se Zhangke avesse fatto pace con i suoi demoni, rinchiudendosi nei confini di genere, in cui rabbia, frustrazione, rivalsa si sono dissolti in una rassegnazione tutta privata.

Certo è molto cambiato anche il cinema cinese negli ultimi vent’anni. Il mercato interno è cresciuto esponenzialmente sino a diventare il secondo nel mondo, le produzioni locali destinate al pubblico asiatico sono diventate il centro nevralgico del settore e lo spazio per produzioni colte e raffinate, come quelle di Zhangke, capaci di riflettere criticamente sul proprio Paese e spesso destinate al mercato europeo, è diventato sempre più piccolo.

Non deve averlo aiutato il fatto che il suo film più duro e politico, Il tocco del peccato, ha avuto enormi problemi in Cina, senza riuscire a trovare la strada per le sale.

Nonostante Ash is the purest white cerchi, nel suo lungo arco narrativo, di mostrare come l’evoluzione e il progresso siano capaci di influire sulla geografia e la memoria dei luoghi, il suo sguardo si è fatto così meno acuto, più distratto o disincantato.

Rimane, al di là di tutto, l’interpretazione sublime, l’ennesima, di Zhao Tao, cuore indomito e coraggioso, testardo e malinconico di tutto il cinema di Jia Zhangke, qui alle prese con un personaggio tragicamente aggrappato ai suoi valori e alle sue scelte, mentre tutto attorno a lei finisce per cambiare e trasformarsi.

CREDITS

JIA Zhang-Ke – Director
JIA Zhang-Ke – Script / Dialogue
Eric GAUTIER – Director of Photography
Matthieu LACLAU – Film Editor
LIM Giong – Music
ZHANG Yang – Sound
LIU Weixin – Set decorator

CASTING

ZHAO Tao – Qiao
LIAO Fan – Bin

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