Vice – L’uomo nell’ombra. Recensione in anteprima!

Vice – L’uomo nell’ombra ***

Nel pieno del mandato presidenziale di Donald Trump, l’idea di dedicare un film a Dick Cheney, ovvero un politico repubblicano, entrato nell’amministrazione pubblica alla fine degli anni ’60 e poi arrivato sino alla vice-presidenza, con George W. Bush, poteva sembrare una scelta controcorrente.

Lo stile distruttivo, spericolato e anti-convenzionale del nuovo presidente sembra lontanissimo dalla perfidia machiavellica e dall’esercizio raffinatissimo del potere, usati da Cheney, un uomo che ha lavorato molto spesso nell’ombra, pur ricoprendo incarichi essenziali, in quasi tutte le amministrazioni repubblicane degli ultimi cinquant’anni.

Il compito di Vice sembra invece quello di farci comprendere come l’indebolimento e lo svuotamento delle istituzioni democratiche, il tradimento dei principi costituzionali e della separazione dei poteri – lodati da Toqueville, quasi due secoli fa – non sono davvero una novità del nuovo presidente, ma hanno un’origine molto più antica.

Uomini come Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Richard Nixon, George Bush hanno forzato il gioco democratico, sino a spingerlo verso il punto di rottura attuale, anche grazie ad una schiera di collaboratori, capaci di creare dottrine economiche e giuridiche, in grado di assecondare la loro sete di potere.

Anche per questi motivi il racconto di Vice è così vibrante, così necessario, così implacabile.

Adam McKay replica alla perfezione lo stile incendiario, ideato per La grande scommessa, ovvero raccontare un pezzo di storia americana ed un personaggio, mefistofelico quant’altri mai, come una grande commedia umana, affidata ad un narratore esterno spiazzante: un uomo comune, il classico americano medio, che solo alla fine scopriremo legato al protagonista del film.

Mescolando sapientemente i tempi comici con una ricostruzione d’ambiente impeccabile, gli intermezzi surreali, con dialoghi anche in pentametro giambico e con interpelli diretti allo spettatore, anche questa volta McKay mostra una padronanza dei mezzi espressivi e uno spirito satirico feroce.

La sua regia è un fuoco d’artificio d’invenzioni visive e narrative, capace di rendere entusiasmante anche un film su un personaggio oscuro e sgradevole, come Cheney.

Nel racconto politico, McKay fa sua la lezione di Oliver Stone e quella di Michael Moore, soffocandone i difetti più evidenti e lasciando sullo sfondo l’invettiva a tesi, per costruire un racconto potente e comico al tempo stesso, un indagine sul potere negli Stati Uniti, che si fa infine horror crudele e inquietante.

McKay si fa beffe degli stereotipi dei classici biopic e rompe continuamente l’arco narrativo, introducendo note, glosse, digressioni furiose ed esilaranti. Un film dal potenziale limitato su un vicepresidente oscuro ed ormai legato al passato, diventa così l’occasione per un film denso, massimalista, spaventoso e terrificante sulla mediocrità.

Dietro ai volti pesantemente truccati dei suoi protagonisti, si cela un branco di lupi feroci, disposti a tutto. Ed il più affamato è proprio il mellifluo e riflessivo Cheney, un mediocre studente rifiutato da Yale, che finisce nell’amministrazione Nixon, quasi per caso, grazie a Donald Rumsfeld, scoprendo così che la carriera politica è forse quella più adatta, per le sue ambizioni. Diventa Chief of Staff del presidente Ford, poi deputato per dieci anni, prima di assumere l’incarico di segretario alla difesa per Bush senior. Con la vittoria di Bill Clinton diventa CEO della Halliburton, un gigante del petrolio e dell’energia, per poi tornare alla Casa Bianca con Bush junior, nel ruolo di vicepresidente.

L’ascesa shakespeariana di Cheney verso il potere è segnata anche dall’ambizione e dalla determinazione della moglie Lynn, forza trascinante della sua famiglia e vera Lady Macbeth, capace di assecondare i peggiori istinti del marito.

Riluttante ad assumere il ruolo – senza veri poteri – del vicepresidente, offertogli dal giovane Bush, Cheney otterrà dallo sprovveduto rampollo texano un’autonomia, che nessuno prima di lui aveva avuto.

Vice racconta come Cheney non solo abbia influenzato direttamente tutte le scelte chiave di quell’amministrazione, ma sia stato essenziale, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, nella costruzione politica e giuridica della War on Terror, consentendo al Presidente di poter regnare come solo cesari e dittatori avevano fatto in passato.

Non è un caso allora che, prima di raccontare la partecipazione di Cheney all’amministrazione di George W. Bush, il film insceni un finto lieto fine hollywoodiano, in cui il protagonista resta nel settore privato e si dedica alla sua famiglia. Come nelle migliori commedie, il finale idilliaco e bucolico, si chiude con dei veri titoli di coda, che scorrono a tutto schermo. Ad interromperli bruscamente sarà lo squillo di un telefono nella residenza dei Cheney: dall’altro capo c’è il giovane Bush, desideroso di farsi assistere da uno degli uomini di fiducia del padre.

Gli anni della vice-presidenza sono rievocati da McKay come una lenta discesa agli inferi, che travolge ogni principio e ogni valore.

Cheney ha approfittato dello spazio concessogli dal presidente, per allungare la sua ombra sulle istituzioni del paese, anche attraverso l’utilizzo sistematico di focus group e dei mezzi di comunicazione di massa, Fox News in testa.

Cheney e i suoi fedelissimi hanno saputo interpretare e plagiare gli umori dell’opinione pubblica americana, piegandoli alle proprie convenienze ed ai propri obiettivi, in politica interna come internazionale.

La sua eredità più duratura risiede nell’espansione dei poteri esecutivi del presidente, nella violazione sistematica della privacy e delle comunicazioni, nell’autorizzare le torture sui prigionieri a Guantanamo e nelle altre basi segrete, nella detenzione di persone innocenti e nel tradimento dei propri alleati e dei propri agenti, come nei casi Abu Omar e Valerie Plame/CIA.

Cheney ha rivestito un ruolo chiave nella destabilizzazione di tutto il Medio Oriente, attraverso l’invasione in Iraq, una sorta di tragico capolavoro politico, strumentale nell’incanalare la rabbia degli americani verso un obiettivo semplice e conosciuto come Saddam e non sfuggente e imprevedibile come i terroristi di Al Qaeda. La costruzione del dossier sulle armi di distruzione di massa e l’escalation militare restano il grande inganno di quell’amministrazione: un buco nero di morte e vergogna, opportunismo e vigliaccheria.

Per non parlare del suo ruolo nelle scelte di politica energetica degli ultimi quarant’anni, che hanno provocato un danno incalcolabile all’ambiente, per puro interesse privato.

Grazie a collaboratori come il giurista John Yoo ed alla sua Unitary executive theory, il gruppo guidato da Cheney ha potuto piegare l’interpretazione costituzionale e dei trattati internazionali, sino a coprire la sistematica violazione dei diritti umani e uno dei più grandi e devastanti abusi di potere, commessi da una democrazia occidentale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il film ricostruisce, senza sconti, gli anni tragici della presidenza di George W. Bush, aperta dal riconteggio dei voti in Florida e dall’intervento della Corte Suprema e chiusa dalla più grave crisi economica dell’ultimo secolo.

Semplicemente mettendo in fila i fatti, le decisioni prese, le parole spese pubblicamente e in privato, McKay costruisce un ritratto virato al nero, in cui il sorriso asimmetrico di Cheney è il segno dominante di un viaggio al termine della notte della democrazia americana.

Aiutato da un Christian Bale in stato di grazia, ingrassato, imbolsito e terribilmente impenetrabile, che interpreta il protagonista nell’arco di oltre quarant’anni di vita, McKay costruisce un grande personaggio, bonario e spaventoso allo stesso tempo, che proprio alla fine sembra mostrare il suo volto più vero: dopo aver letteralmente rubato l’anima e il cuore del paese, non esita a tradire Rumsfeld, che era stato suo mentore e maestro, e a distruggere la propria famiglia, per perpetuare la sua dinastia politica.

Sono forse i due momenti con Rumsfeld quelli più espliciti della grande trasformazione del personaggio-Cheney. All’inizio, nei primi giorni alla Casa Bianca con Nixon, chiede al più esperto collega ‘in cosa crediamo?’, ottenendone come risposta una fragorosa e irresistibile risata. Alla fine, nel 2006, quando lo chiama al telefono, per comunicargli, in modo glaciale, l’intenzione di rimuoverlo dal suo ruolo di Segretario alla Difesa, Cheney dimostra di aver imparato perfettamente quella prima lezione.

Nell’intervista che chiude il film, Cheney si rivolge direttamente alla macchina da presa, quasi a volersi infine togliere la maschera, per cercare di giustificare le sue azioni, in ragione di una real politik superiore. Il suo è un discorso che riecheggia quello che Aaron Sorkin scrisse per il mefistofelico colonnello Jessep in Codice d’Onore.

Too little, too late, direbbero negli States.

Sui titoli di coda scorrono le immagini delle coloratissime esche, per la pesca con la mosca: Cheney ne era un grande appassionato. Non è difficile capire il perchè: anche in questo caso il successo ha a che fare con l’inganno, la dissimulazione, la pazienza, la perfezione. Ma anche con la sofferenza e la morte.

Da non perdere.

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