Cannes 2018. Birds of passage

Birds of passage ***1/2

The origins of the Colombian drug trade, through the epic story of an indigenous Wayuu family that becomes involved in the booming business of selling marijuana to American youth in the 1970s.
When greed, passion and honour collide, a fratricidal war breaks out that will put their lives, their culture and their ancestral traditions at stake.

Il quarto film di Ciro Guerra è il primo firmato a quattro mani con la sua storica produttrice Cristina Gallego ed è anche un nuovo viaggio nel tempo e nello spazio, nella cultura e nella storia del proprio paese.

Dopo lo straordinario e antropologico El abrazo de la serpiente, arrivato sino alla soglia dell’Oscar, dopo aver debuttato alla Quinzaine tre anni fa, Pàjaros de verano racconta una storia intima e familiare sullo sfondo dell’escalation della produzione della droga, negli anni ’70.

Anche questa volta siamo di fronte ad una comunità indigena chiusa e rigorosa, i wayuu, che dopo aver vissuto nella povertà più semplice e contadina, perpetuando la propria cultura e le proprie tradizioni mitiche e religiose, si scontra con l’improvvisa prosperità laica che genera il crescente traffico di marijuana con gli Stati Uniti.

Il film di Guerra è raccontato come una ballata folk in cinque capitoli, Wild Grass, The Graves, Prosperity, The War e Limbo, che comincia nel 1968 e si conclude nel 1980, accompagnando l’ascesa del taciturno Raphayet, un commerciante di caffè e liquori che, spinto dall’amico Moises, decide di sfruttare gli hippies americani dei Peace Corps, che cercano marijuana da fumare, per costruire un piccolo impero, nel deserto del nord della Colombia.

Il movente di Raphayet è però personale: innamorato di Zaida, la figlia di una delle donne più rispettate e influenti della comunità, il suo piccolo commercio non gli consente una dote sufficiente per chiederla in sposa, secondo il riturale dei wayuu.

Aiutato da un lontano cugino, Anibal, che possiede una piantagione di papavero, Raphayet diventa ben presto il padrino di un vero clan.

Solo che il conflitto di personalità tra Raphayet e l’estroverso ed esuberante Moises, porta ben presto i due allo scontro. Ma non è l’unico conflitto che segna la storia del protagonista, costretto a venire a patti con la forza matriarcale che governa la sua famiglia, con la violenza e la superbia del fratello della moglie, Leonidas, e con le richieste impossibili dei suoi competitor e di Anibal, che sembrano sposare una logica vendicativa e riparatoria che spinge le loro vite verso una spirale di violenze senza fine.

Pàjaros de verano diventa così il ritratto di un uomo che sembra sempre un passo indietro al suo destino, incapace di portare pace, in una comunità che sembra desiderare solo la morte.

La capacità di Guerra e Gallego di raccontare le usanze dei wayuu, le loro superstizioni, i loro rituali, la loro giustizia, il loro modo di gestire il conflitto e le gerarchie, regalano al film un tono meravigliosamente surreale, che bilancia la gravitas che incombe su Rapayet, sino a sembrare la sua unica compagna di vita.

Il destino e l’eredità culturale e familiare giocano un ruolo autodistruttivo e ferale, incarnato in una madre che ha i tratti duri di una Medea del deserto, Ursula. E’ lei ad imporre il peso della propria cultura, ad interrogare i sogni, a sfruttare i messaggeri, per cercare di imporre la sua volontà di potenza.

L’unico a rendersene conto è il genero Rapayet, che infatti fugge e si ripara in una capanna, abbandonando l’enorme villa razionalista, costruita nel deserto, per celebrare il suo successo.

Qui, in mezzo al fango e a piedi nudi aspetta l’epilogo, anche se, la morte è già arrivata, per lui e per tutti: “We’re already dead”.

Pàjaros de verano è una grande epopea shakespeariana in forma di racconto orale, un film che racconta l’illusione personale e colettiva di un paese, che ancora deve riuscire a venire a patti con la propria storia più recente.

Denso di immagini e simboli, capace di far vivere in modo sublime paesaggio e tradizione, Pàjaros de verano è un magnifico esordio per la Quinzaine, nel suo cinquantesimo anniversario.

Da non perdere.

Screenplay
Maria Camila Arias, Jacques Toulemonde
According to an idea of
Cristina Gallego
Image
David Gallego
Sound
Carlos Garcia, Claus Lynge
Set decoration
Angelica Perea
Editing
Miguel Schverdfinger
Music
Leonardo Heiblum

Cast
Carmiña Martínez
Jhon Narváez
José Acosta
José Vicente Cotes
Juan Martínez
Natalia Reyes

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