Il vizio della speranza

Il vizio della speranza ***

Una bambina nell’abito bianco della cresima, sporco di sangue. Il suo corpo impigliato nella rete di un pescatore, è cullato dalle onde del  mare.

Comincia così Il vizio della speranza, il quarto film di Edoardo De Angelis, presentato a Toronto e alla Festa di Roma, rifiutato con sguardo miope come non mai, dalla Mostra di Venezia, che pure aveva lasciato alle Giornate degli Autori il precedente, bellissimo Indivisibili.

Dopo quell’incipit folgorante, il film si sposta in avanti nel tempo. Quella bambina è diventata una donna, Maria, che vive con la madre e la sorella in una casa di fortuna in quello che era lo Yacht Club di Castel Volturno, ridotto ad un rudere preda di trafficanti di ogni sorta.

Lei stessa è una sorta di Caronte, che trasporta su una barchetta di legno, prostitute nigeriane alle ultime settimane di gravidanza. I loro bambini saranno venduti in un mercato che più nero non si potrebbe. Maria lavora per un’anziana sfruttatrice, eroinomane ingioiellata, che vive nello stesso sordido villaggio cresciuto abusivamente sulle rive del Volturno.

Violentata e sfregiata da ragazzina, Maria non dovrebbe poter avere figli, ma è rimasta incinta. Il parto potrebbe costarle la vita, eppure la maternità stravolge le sue priorità. Aiuta a fuggire una ragazza nigeriana, scappa lei stessa con il suo cane, l’unico che sembra rimanerle fedele, in cerca di libertà. L’unica solidarietà la trova in un gruppo di prostitute di colore. Ma è solo un’illusione. Nessuno può sfuggire ad un destino già segnato. Nel suo peregrinare sulle sponde del fiume, si imbatte in Carlo, il giostraio che l’aveva salvata da ragazzina. Incolpato ingiustamente di averla violentata, ha perso tutto, salvo la sua dignità e la sua umanità.

Il film di De Angelis ambientato come il precedente nella provincia di Caserta, tra Capua e Castel Volturno, sulle rive di un fiume, che diventa una sorta di purgatorio d’anime alle porte dell’inferno.

Un purgatorio che appare lontanissimo da ogni spazio di umanità, ma che è solo a pochi passi da quella che noi chiamiamo civiltà urbana, come si vede nel pedinamento di Maria.

Anche questa volta il racconto di De Angelis ha una forza magica, capace di raccontare una realtà tragica e contemporanea, con il filtro della favola.

E un percorso che anche Alice Rohrwacher e Matteo Garrone stanno inseguendo con forza nei loro ultimi lavori: non è un caso che Dogman sia stato girato nello stesso paesaggio cupo e surreale.

Ne Il vizio della speranza c’è tuttavia una componente spirituale, vorrei dire sacra, che certamente manca a Garrone.

Raccontando il miracolo di una nascita, di una maternità impossibile e di tante madri private del loro ruolo, ridotte a mero strumento di un desiderio altrui, De Angelis costruisce un grande affresco tragico, in cui le donne sono l’inizio e la fine di tutto: vittime e carnefici, aguzzine e collaborazioniste, incapaci di osservare il mondo da una prospettiva altra, che non sia la propria.

Ed è proprio quando Maria evade dalla sua routine di carceriera e incontra una ragazzina rifiutata, perchè zoppa e un vecchio giostraio, che ha perduto tutto, che riesce a vedere la sua vita da un punto di vista diverso. Si accende quella fiammella di speranza, che ogni prigioniero deve poter coltivare, almeno nel proprio animo.

Per chi gestisce impassibile quel traffico di vite, anestetizzato dall’eroina, quella speranza è solo un vizio da farsi passare, ma per Maria è un vessillo a cui aggrapparsi, per non perdere l’ultimo residuo di umanità che solo il miracolo di una nascita può preservare.

De Angelis si affida al volto indurito e sfregiato – eppure capace ancora di dolcezza – di Pina Turco, per raccontare con un pudore discreto e senza troppe parole, la riconquista di uno sguardo morale sul mondo. Uno sguardo che, chi si trova in quel purgatorio, non può forse più permettersi, alle prese con l’unico imperativo della sopravvivenza. Ma sotto la cenere di quel dolore, di quella violenza, il mistero della vita può ancora sconvolgere tutto.

Non tutto funziona perfettamente nel film scritto con Umberto Contarello, qualche sottolineatura di troppo poteva essere evitata, nella seconda parte la presa metoforica del viaggio di Maria, poteva essere meno evidente, la scena aggiunta sui titoli di coda è certamente pleonastica.

Tuttavia sono vizi minori, che si perdonano facilmente ad un regista come De Angelis, capace di una messa in scena rigorosa e raffinata e di una direzione degli attori, che esalta la loro bravura.

Certo il film si regge su un equilibrio sottile, ma se De Angelis sbaglia, lo fa per troppa ambizione.

Con il suo direttore della fotografia catalano, Ferran Paredes Rubio, immerge in un grigio livido e in una penombra fredda e invernale, una terra celebrata per i suoi colori e la sua luce. Trasforma il paesaggio fluviale in uno dei protagonisti del film, con il suo fango, le sue acque torbide, la sua vegetazione spontanea, che l’uomo ha sommerso di rifiuti, di ruderi diroccati, di giostre abbandonate.

Aiutato, anche questa volta, dalle musiche struggenti di Enzo Avitabile, De Angelis crea un altro ritratto femminile iperrealista e popolare, che illumina con i suoi neon e le sue ombre un paesaggio antropologico degradato e disturbante.

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