Bernardo Bertolucci: l’ultimo imperatore del cinema italiano

“Ricordati, bisogna sempre lasciare una porta aperta sul set, perché non si sa mai chi o che cosa ci può entrare”.
Jean Renoir a Bernardo Bertolucci

Se n’è andato nella notte, nella sua casa romana, l’ultimo imperatore del cinema italiano, Bernardo Bertolucci.

Figlio del poeta Attilio, fratello del regista Giuseppe, marito della sceneggiatrice Claire Peploe, era nato a Parma nel 1941. Appena ventenne, dopo aver girato un paio di corti, abbandonate le velleità di poeta, fa da assistente a Pasolini per Accattone.

L’anno dopo, l’esordio dietro la macchina da presa con La commare secca, quindi nel 1964 il suo primo grande successo, Prima della Rivoluzione. Dopo la chiamata di Sergio Leone, con cui lavora alla sceneggiatura di C’era una volta il West, la svolta arriva nel 1970, con il dittico Strategia del Ragno e Il conformista.

Nel 1972, con Ultimo tango a Parigi, travolge la società e il cinema internazionale: gli bastano un uomo e una donna, una casa vuota a Passy, le luci di Vittorio Storaro e il sax di Gato Barbieri. Il film diventa un caso in tutto il mondo. Bertolucci perde i diritti politici per cinque anni ed il suo film viene condannato al rogo. Nel frattempo diventa il film italiano più visto di sempre. Quindici milioni di italiani affollano le sale per vederlo, prima che la censura lo ritiri.

Il fluviale Novecento nel 1976 è un atto d’amore alla sua terra emiliana e alle sue radici. Sotto la grande bandiera rossa, che chiude gli anni della guerra e del fascismo, Bertolucci si sente a casa.

I primi anni ’80, tra droga e terrorismo, sono quelli più cupi: La Luna e Tragedia di un uomo ridicolo precedono però un nuovo trionfo, L’ultimo Imperatore, il racconto dell’infanzia di Pu Yi, l’ultimo erede della dinastia Qing. E’ l’inizio di un viaggio che lo porta per oltre quindici anni lontano dall’Italia.

In una notte indimenticabile, a Los Angeles, il film vince tutti e nove gli Oscar per cui è candidato.

Seguiranno Il tè nel deserto da Paul Bowles, il Piccolo Buddha, quindi il ritorno in Toscana con Io ballo da sola e Liv Tyler. La sua curiosità inesauribile lo spinge a ripensare ancora il suo cinema: lo straordinario e misconosciuto L’assedio con Thandie Newton, tanto deve alla libertà formale di Wong Kar Wai.

Con The Dreamers nel 2003 torna alla Mostra di Venezia, che lo premia con il Leone d’Oro alla carriera nel 2007. Io e te, tratto da Ammaniti, girato nel 2012 e portato al Festival di Cannes, è il capitolo conclusivo di una carriera leggendaria.

Le sue ultime uscite pubbliche coincidono con la presentazione dell’edizione restaurata di Ultimo tango e con l’incontro, al Salone di Torino, assieme a Luca Guadagnino.

Con Bertolucci se ne va uno degli ultimi testimoni della grande stagione del cinema italiano. Un autore visionario, provocatore, sempre capace di rinnovarsi, di accettare la sfida con il reale e con la Storia, con spirito coraggioso e ribelle.

Autore nel senso pieno del termine, ha sempre cercato, fin dagli anni ’70, la strada di un cinema autenticamente popolare, capace di dialogare con il suo pubblico e con la società, persino attraverso la grandiosità del kolossal e dello spettacolo puro.

Grazie al successo travolgente dei suoi film dei primi anni ’70, Bertolucci ha avuto la possibilità di lavorare con capitali francesi, inglesi e americani, senza mai perdere le radici profonde della propria ispirazione poetica e politica.

Quando nel 2011 ha ritirato a Cannes la Palma d’Onore, assegnata solo ad Allen, de Oliveira e Eastwood prima di lui, ha raccontato i suoi esordi, così influenzati dalla Nouvelle Vague e dalla Cinémathèque di Langlois, che alle sue prime interviste era solito rispondere in francese, perchè quella era la langue du cinéma.

La sua eredità culturale e l’influenza esercitata su cinefili e registi suoi coetanei è stata enorme, ma pochissimi l’hanno rivendicata, in questi ultimi anni. Forse solo Guadagnino, appunto, che gli ha dedicato un bellissimo documentario, girato con Walter Fasano, Bertolucci on Bertolucci.

Le condizioni in cui ha potuto lavorare sono state probabilmente irripetibili: il clamoroso successo non appena trentenne, la capacità di tenere assieme il realismo pasoliniano e rosselliniano con la grande tradizione del melodramma, il formalismo e l’eleganza suprema nella messa in scena con l’afflato politico e ideologico, le radici parmensi con uno spirito internazionale.

Moralisti e prefiche del #metoo non gli hanno risparmiato attacchi assurdi e vergognosi.

Restano i suoi film, simbolo di un cinema massimalista, d’ambizione smisurata, capace di raccontare i sentimenti e le passioni, persino quelle più intime e personali, attraverso la forza di uno sguardo cinefilo e intellettuale, incapace di compromesso, ma instancabile nella ricerca di un dialogo con il suo pubblico.

Ha lavorato con molti dei più grandi, da Brando a De Niro, da Trintignant a Depardieu, da Lancaster a Sutherland, da Malkovich fino a O’Toole e Irons. Altrettanto infinite le sue scoperte: Dominique Sanda, Maria Schneider, Thandie Newton, Liv Tyler, Eva Green, Rachel Weisz, Louis Garrel.

Tante volte l’abbiamo incrociato in questi anni di cinema, soprattutto a Venezia, alla presentazione di The Dreamers, per il Leone alla carriera ritirato e per quello consegnato all’antagonista di sempre, Marco Bellocchio, e poi ancora quando ha servito come presidente di giuria e infine sulla Croisette per il suo ultimo film, Io e te. Ma l’emozione più grande di tutte è legata forse a quel lunghissimo e commosso applauso, che gli ha tributato il Festival di Cannes, prima al Grand Theatre e poi alla Salle Bunuel, in apertura dell’edizione del 2011, quando, felice come un bambino e pieno di riconoscenza e passione, aveva ricevuto da Thierry Fremaux la Palma d’Onore, prima di presentare la versione restaurata de Il conformista.

Anche se nell’ultimo ventennio i suoi film si erano fatti sempre più radi, il vuoto che lascia nel cinema italiano è incolmabile.

Ancor più grande quello che lascia negli occhi di chi vi scrive.

Ciao, Bernardo.

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