Il conformista

Il conformista ****

Come spesso accade, è il Festival di Cannes il luogo migliore per riscoprire il grande cinema italiano.

In occasione della Palma d’Oro Onoraria, che ieri Gilles Jacob ha consegnato al regista di Parma, viene proiettata la copia restaurata de Il Conformista, il suo primo grande successo internazionale, prodotto per la Paramount e girato subito dopo Strategia del ragno.

Bertolucci è in sala, ricorda i suoi esordi francesi ed il suo amore per la Nouvelle Vague: con spirito malinconico, ma sempre lucidissimo, ringrazia la cineteca di Bologna per il restauro, augurandosi che anche per le sue gambe stanche, sia arrivato il momento di una messa a punto.

Il film è incredibile, forse il migliore nella carriera leggendaria di Bertolucci: audace, amaro, capace, come tutti i grandi film, di parlare di ieri – dell’Italia fascista descritta da Moravia – come dell’Italia del 1970 e di quella di oggi.

Siamo a Roma nel 1938, Marcello Clerici, professore e fascista ortodosso è ossessionato dal senso di colpa, per aver ucciso, da ragazzino, l’autista di famiglia che voleva abusare di lui.

Marcello sta per sposare Giulia, una giovane e ingenua ragazza della piccola borghesia romana, solare e spensierata, tanto quanto lui è cupo e dubbioso.

Contattato dalla polizia politica, viene incaricato di contattare il suo maestro, il professor Quadri, dissidente antifascista, che vive in esilio a Parigi. Approfittando del viaggio di nozze, arriva nella capitale francese assieme all’agente Manganiello, per portare a termine la sua missione di morte.

Ma a Parigi si innamora di Anna, la giovane moglie del professor Quadri. Tra lei, Giulia e Marcello si forma un triangolo sentimentale imprevedibile.

La Parigi di Ultimo Tango è gia’ tutta nel Conformista, dal ponte sotto il metro, dove ritroveremo Brando disperato, alla sala da ballo, dove la Sandrelli e la Sanda si abbracciano lascive.

E ci sono anche molte idee che ritorneranno nel suo cinema: il sesso come comunicazione disperata e primitiva, il tradimento e la morte, come fine di ogni possibile illusione romantica.

Ma quello che rende ancora modernissimo il racconto di Bertolucci è il desiderio del protagonista di confondersi con la massa, di smettere di pensare autonomamente, affidandosi al gregge, per nascondere la propria diversità nella normalità borghese di un matrimonio senza amore e in una dedizione alla causa, del tutto priva di ideali.

Ne viene fuori un ritratto impietoso delle nostre debolezze, delle nostre ipocrisie, del nostro conformismo, cattolico e fascista, una sorta carattere nazionale che attraversa la storia e le epoche.

Trintignant e la Sanda sono prodigiosi: chissà che film sarebbe stato Ultimo Tango se davvero Bertolucci fosse riuscito ad avere loro due, al posto di Brando e della Schneider, come originariamente ipotizzato.

Il restauro rende giustizia al lavoro sublime di Vittorio Storaro e le musiche di Delerue, in un Parigi grigia e nebbiosa, aiutano Bertolucci a sperimentare senza tregua, con angoli di visione inconsueti, carrelli, zoom.

Un fuoco d’artificio di idee, uno sguardo impietoso e non riconciliato: le migliori qualità di Bertolucci e del cinema italiano.

Avere la possibilità di riscoprire sul grande schermo il lavoro dei maestri del passato è una missione che Cannes persegue con amorevole dedizione.

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