Mereghetti su Corpo Celeste

Paolo Mereghetti dedica la sua tradizionale recensione lunga del giovedì all’esordio di Alice Rohrwacher che ha ben figurato alla Quinzaine des Realisateurs.

Abbiamo recensito per voi il film in anteprima. Mereghetti gli assegna tre stellette e mezzo, forse sbilanciandosi un po’ troppo, ma certamente segnalando l’originalità e la maturità di un esordio indovinato, magari non perfettamente controllato, ma generoso e pieno di momenti indovinati nella descrizione di un microcosmo da incubo per gli occhi di una bambina che non si accontenta delle risposte dei grandi.

…Lo sguardo «innocente» di una ragazza costringe lo spettatore a osservare con occhi diversi quello a cui forse non faremmo molto caso: le ritualità collettive, il corrompimento messo in atto dalla modernizzazione (televisiva e non solo), l’intreccio tra «sacro» e «profano», tra «alto» e «basso».

Alice Rohrwacher usa così gli occhi dell’adolescente Marta (Yile Vianello) come gli strumenti per una «spontanea» indagine antropologica, non ancora soffocata da certezze o teorie preconcette…

Quello che interessa alla regista e al film è il modo in cui le persone interagiscono tra di loro, si pongono rispetto ai fatti concreti della vita quotidiana: la parrocchia più che la Chiesa, il catechismo più che la Religione, il voto più che la Politica…

Nessuno altrimenti si scandalizzerebbe del fatto che la preparazione alla cresima avvenga per quiz multiple choice, che il «ballo delle vergini» (per accogliere il vescovo) scimmiotti quello di qualsiasi siparietto televisivo, che la fede dei catecumeni si possa esprimere cantando «Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta» oppure che don Mario sia più preoccupato di assicurare l’adesione dei parrocchiani al candidato della Curia (ci sono in vista delle elezioni regionali) che di verificare la religiosità dei ragazzi…

Corpo celeste diventa così il ritratto di una piccola comunità umana e dei suoi mutamenti antropologici e culturali, raccontati più per contrasti che per accadimenti romanzeschi…

Così che alla fine il percorso di Marta non può essere che quello di un progressivo «allontanamento», verso un mondo meno contaminato anche se più sporco e povero, ma anche di un avvicinamento istintivo e urgente verso una spiritualità vissuta e non imposta (l’attraversamento finale della pozza d’acqua sembra rimandare al battesimo nel Giordano degli apostoli). Un percorso che la Rohrwacher filma con un pudore pari alla maturità dello stile, con una macchina da presa molto mobile ma mai gratuitamente ondivaga…

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