Cannes 2011. Il sesto giorno

LE HAVRE di A.Kaurismaki **1/2

Concorso

Ecco un regista che fa sempre lo stesso film da vent’anni. Aki Kaurismaki, divertente e divertito performer finlandese, da qualche anno emigrato produttivamente in Francia, e’ ancora in concorso, con il suo ultimo film, che racconta la bella favola di un lustrascarme con un  passato bohemiene, Marcel Marx, che vive a Le Havre, con una donna che non ha mai sposato e che lo ama incondizionatamente.

Improvvisamente una malattia la costringe in ospedale. Il suo posto nella vita del protagonista e’ preso da un giovane clandestino, che cerca di raggiungere la madre a Londra.

La polizia lo cerca, un ispettore compiacente, che ha intuito la verita’, finira’ per chiudere un occhio. Nel frattempo, miracolosamente, anche la donna si riprende e i ciliegi tornano a fiorire. E vissero tutti felici e contenti.

Kaurismaki ci ha abituato al suo stile spoglio, alla sua illuminazione da dilettante ed alla sua incapacita’ nella messa in scena e nel montaggio.

Le sue sceneggiature invece trasudano sponaneita’, battute fulminanti e cauto ottimismo, pur descrivendo un’umanita’ sempre sull’orlo di una dignitosa poverta’.

Il grande cuore della povera gente, i suoi film si riducono in fondo a questo. Bello, condivisibile, ma ormai un po’ vecchio. Sarebbe ora che Fremaux lo ospitasse fuori concorso.

THE BEAVER di J.Foster **1/2

Fuori concorso

La sorpresa della mattina arriva da Jodie Foster, che ci regala un bel ritratto familiare e personale in The Beaver (Il castoro), anche grazie alla notevole interpretazione di Mel Gibson.

Il film e’ gia’ uscito negli Stati Uniti ed e’ stato accolto senza particolare enfasi. Si tratta invece di un’opera certamente riuscita, originale e che riesce a rendere credibile la curiosa premessa su cui e’ costruito.

Walter Black e’ l’erede di una industria di giocattoli. La successione alla guida del gruppo dopo la morte del padre e’ stata traumatica. Profondamente depresso, passa le sue giornate dormendo e rifiutando ogni confronto. Dopo due anni la moglie lo butta fuori di casa. Ma proprio mentre tenta il suicidio in una suqllida stanza d’albergo, una marionetta di peluche, che indossa sul braccio, sembra salvarlo.

Walter comincia a parlare attraverso il castoro di pezza a cui fa da ventriloquo e la sua vita improvvisamente migliora, sia in famiglia, sia sul lavoro, almeno sino a quando la finzione del castoro non finisce per rivoltarsi contro di lui, in maniera irreparabile.

Nel frattempo il figlio maggiore, che teme di avere un po’ troppe somiglianze con il padre, finisce per innamorarsi della capo-cheerleader della scuola, ma finisce per rovinare tutto, scavando impropriamente nel suo passato.

Il film e’ divertente, non banale e restituisce un ritratto della depressione senza abbellimenti e senza sconti. Le debolezze del protagonista, sia pure ribaltate nel suo alter ego, apparentemente sicuro di sè, ci mostrano entrambe le facce della medaglia.

La Foster dirige con il pilota automatico una perfetta confezione hollywoodiana, per esaltare il talento istrionico di Mel Gibson, le cui vicende personali tra alcool, divorzi e maltrattamenti, hanno oscurato il suo innegabile talento attoriale.

E’ un buon ritorno per entrambi.

BONSAI di C.Jimenez **1/2

Un certain regard

Un certain regard ci regala spesso piccoli film di autori sconosciuti, opere prime, progetti indipendenti, che fanno ricco il festival e compensano le scelte a volte troppo prevedibili del concorso ufficiale.

Bonsai e’ una bella sorpresa, che comincia subito chiarendo quale sara’ il finale della storia: uno dei protagonisti muore, l’altro sopravvive. O meglio ricomincia a vivere, comprende il suo ruolo nel mondo, perdendo proprio quello che aveva di piu’ caro.

Il film di Jimenez si articola in cinque movimenti, aperti da didascalie che chiariscono i momenti essenziali della storia che scorre su due orizzonti temporali. Il presente di Julio, che dopo la laurea in letteratura, si barcamena tra traduzioni, riscritture, lezioni di latino. Vive con Blanca che abita proprio di fronte a lui sullo stesso pianerottolo, ma la loro relazione e’ quella di due persone che non riescono a stare da sole. Si fanno compagnia, si assistono, condividono le piccole gioie del lavoro e annegano nel sesso le delusioni di una vita che non li soddisfa.

Il film pera’ torna in dietro nel tempo: otto anni prima Julio, studente unversitario conosce Emilia, che lo fulmina chiedendogli se ha letto Proust. Da quell’incontro ad una festa, nascera’ un rapporto di complicita’ e di amore assoluto. Sesso e letteratura convivono meravigliosamente per loro due che condividono la casa con Barbara la migliore amica di Emilia.

Nel presente Julio e’ incaricato da uno scrittore di battere a computer il suo nuovo romanzo, manoscritto su dei quaderni blu. Quando pero’ il lavoro salta, Julio, per non deludere Blanca si inventa un romanzo tutto suo da scrivere la notte sugli stessi quaderni usati dello scrittore e da riscrivere in bella copia nelle lunghe giornate passate con Blanca.

Giorno dopo giorno il romanzo di Julio prende forma ed e’ quello della sua giovinezza, quello dell’amore per Emilia.

Non sapremo mai davvero perche’ i due si sono separati, ma l’incontro fortuito con Barbara, non riuscira’ a ricongiungere le anime divise dei due amanti.

Bonsai e’ ben scritto, leggero, purtroppo interpretato maluccio da Diego Noguera nei panni di Julio, il cui sguardo vacuo, mal si sposa alla fisicita’ travolgente di Nathalia Galgani (Emilia).

E’ probabile che, come molti dei film del secondo concorso, non lo vedremo mai in Italia.

CORPO CELESTE di A. Rohrwacher **1/2

La Quinzaine des Realisateurs

E’ il debutto di Alice Rohrwacher, documentarista e sorella d’arte, qui alla prima prova di regia.

Il direttore della Quinzaine l’accoglie con parole molto affettuose: ricorda di aver scelto Corpo celeste come il primo film di questa nuova edizione, subito dopo averlo visto, anche grazie al curioso parallelo calabrese con Le quattro volte di Frammartino, ospitato qui l’anno scorso.

Corpo celeste racconta il ritorno in Calabria, dopo dieci anni passati in Svizzera, di una madre sola con due figlie. La piu’ grande e’ un’adolescente in continua lotta con la sorella piu’ piccola Marta, che a 13 anni guarda il mondo nuovo, con gli occhi chiari di chi e’ gia’ deluso dalla vita.

Il paesaggio urbano descritto dalla Rohrwacher e’ desolante, tra cumuli di spazzatura, preda dei ragazzi di strada, paesi abbandonati, speculazione edilizia.

Ma non c’e’ solo questo: Marta deve fare la cresima e la madre ed i parenti pensano bene di mandarla a catechismo, in modo che possa conoscere altri coetanei, fare amicizie, inserirsi in un contesto lontanissimo da quello in cui ha passato quasi tutta la sua vita.

Ed e’ qui che Corpo celeste sferra i suoi colpi piu’ riusciti, nella descrizione di una piccola parrocchia di provincia, afflitta da una catechista letteralmente mostruosa, che costringe i ragazzi a cantare canzoncine come “Mi sintonizzo con Dio, è la frequenza giusta”, a mettere in scena balletti improbabili, ad organizzare quiz sul vangelo in stile televisivo, con le domande da accendere e confermare.

Il tutto mentre il parroco si preoccupa solo di far carriera, raccogliendo affitti nelle case della curia e dichiarazioni di voto, per un candidato, appoggiato dal vescovo.

Per far bella figura alla cerimonia, pensa bene di rubare un vecchio crocifisso da una chiesa di un paesino completamente abbandonato e diroccato, dove pero’ resiste un sacerdote stanco, ma non domo, che aprira’ finalmente gli occhi ad Alice, sullo spirito del vangelo.

Bravissima la piccola protagonista Yle Vianello e altrettanto brava la catechista, Pasqualina Scuncia, speriamo molto distante dal personaggio interpretato.

Ecco, quando Nanni Moretti vedra’ Corpo Celeste, potra’ capire quanto falsa ed inadeguata e’ la sua rappresentazione della Chiesa, quanto limitata e monca e’ la sua visione, quanto conservatrice e buonista e’ l’immagine di quei cardinali che giocano a pallavolo nel conclave.

Certo il film della Rohwacher e’ ben lontano dalla perfezione, ci sono troppe cose, non tutte necessarie, non tutte ben controllate, com’e’ tipico di un esordio, ma la mano della regista e’ ispirata e riesce a rendere il grottesco di quell’integrazione impossibile, tra una bambina intelligente ed una comunita’ ridotta a vuoto rito folkloristico, con mano incredibilmente leggera.

I suoi occhi sono quelli di Marta, che fugge nel finale, rifiutando una confermazione officiata nella piu’ totale assenza di fede. E’ un’atto di resistenza alla bruttezza del mondo. Alla sua insensibilita’, alla sua irreversibile immoralita’. La parabola di Marta finisce con un battesimo nuovo e con un piccolo miracolo. E’ da li’ che occorre ricominciare.

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16 pensieri riguardo “Cannes 2011. Il sesto giorno”

  1. […] Per il Nastro destinato al Regista del miglior film si sfideranno, grazie al cielo, Marco Bellocchio (Sorelle mai), Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi), Claudio Cupellini (Una vita tranquilla), Nanni Moretti (Habemus Papam) e Pasquale Scimeca (Malavoglia), mentre per le opere prime ci saranno Aureliano Amadei (20 sigarette), Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare), Ascanio Celestini (La pecora nera) e Edoardo Leo (18 anni dopo) e Alice Rohrwacher, di ritorno dalla Quinzaine con il suo interessante Corpo celeste. […]

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