Le quattro volte

Le quattro volte ***

Abbiamo in noi quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra. L’uomo è un minerale perché ha in sé lo scheletro, formato da Sali e da sostanze minerali; attorno a questo scheletro è ricamato un corpo di carne, formato di acqua, di fermenti e di altri Sali. L’uomo è anche un vegetale, perché come le piante si nutre, respira, ha un sistema circolatorio, ha il sangue come linfa, si riproduce. È anche un animale, in quanto dotato di moralità e di conoscenza del mondo esterno, datagli dai cinque sensi completata dall’immaginazione e dalla memoria. Infine è un essere razionale, in quanto possiede verità e ragione.

Pitagora

Il film di Michelangelo Frammartino, presentato alla Quinzaine di Cannes, è piccolo gioiello, fuori dal tempo e dalle mode.

Non è un vero documentario, perchè c’è un racconto, che usa come attori esseri umani e animali, alberi e cenere. E’ senza parole e senza musica. Ma è altrettanto lontano da ogni facile estetismo.

Racconta attraverso la vita di un piccolo paesino della Calabria, lo straordinario mistero della vita. Il ciclo infinito della natura, che passa da un vecchio pastore al suo cane fidato, da un piccolo capretto, che perde il contatto con il gregge, ad un albero che domina il bosco, poi viene abbattuto e usato come altissimo palo in una giostra di paese, quindi ridotto in pezzi e venduto a dei contadini, che lo usano per fare il carbone.

Il carbone ritorna quindi in paese, per essere bruciato nelle case, diventando fumo e riprendendo l’ascesa verso il cielo.

Il film è tutto qui. La sua chiarissima semplicità è già una dichiarazione poetica e politica. Il modo di guardare i suoi “personaggi” è originalissimo. Non c’è ostentazione ne Le quattro volte e neppure sottofondi mistici o religiosi.

E’ come se stessimo assistendo ad un film di Malick, senza il bisogno di raccontare davvero una storia “altra”, rispetto a quella maestosa della natura e del mondo. Ci sono echi di Tati e Pasolini, nello sguardo purissimo di Frammartino, capace di entrare intimamente in connessione con il respiro delle cose, in un movimento continuo in cui non c’è estasi passatista, nè rimpianto per un mondo antico che non c’è più.

Al contrario ne Le quattro vite c’è il racconto della terra, come mai avremmo sperato di trovare in un film italiano.

Per vedere davvero un film così, bisogna però lasciarsi andare completamente, fidarsi dell’autore e non sbirciare l’orologio nella prima lunga mezz’ora, nella quale un pastore solitario ed in cattiva salute, conduce una vita monotona, asservita quasi esclusivamente alle necessità del suo gregge. Porta le capre al pascolo, le munge, consegna il latte e cerca di guarire da una tosse insistita, grazie ad una misteriosa polvere, che si fa dare in chiesa. Quando distrattamente lascerà nei campi l’intruglio benefico, la morte lo verrà a cercare e neppure le porte della chiesa gli saranno ospitali.

Saranno invece le sue capre ad attirare l’attenzione del villaggio, grazie all’intervento del caso e della gravità, ceh spinge un furgone a sfondare il recinto, liberando il gregge: è uno dei piani sequenza più ingegnosi e necessari del nostro cinema.

Da qui comincia la parte più commovente e astratta del film di Frammartino, che abbandona gli affanni degli uomini per seguire il respiro grande dell’universo.

Il film accelera i suoi ritmi e l’avvicendarsi delle stagioni porta novità imprevedibili.

Il regista usa quasi sempre bellissimi piani sequenza in cui la macchina è immobile: c’è solo qualche primo piano e poi una meravigliosa ed insistita panoramica a 180° in uno dei momenti chiave del film. Frammartino richiede allo spettatore di guardare davvero, facendosi parte attiva, senza subire scelte imposte da una regia troppo invasiva.

Inutile dire di più per un film senza tempo, dove non c’è nessun segno di modernità. Non un telefonino, non un’automobile, non un computer, non un televisore. Frammartino ci parla di un mondo antico, pastorale. Si riconnette alla terra, al lavoro dei campi, alla fatica di vivere ed alla gioia di scoprire il mondo.

Senza alcuna nostalgia, però e senza alcun intento conservatore o falsamente estatico.

Forse un filosofo o un bambino saprebbero raccontarvi meglio cos’è Le quattro volte. Il critico si ferma qui.

Se lo trovate, in qualche rassegna d’essai o in home video, non dimenticatevene.

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5 pensieri riguardo “Le quattro volte”

  1. […] Mancano poche ore ai premi della prima associazione critica americana, il New York Film Critic Circle, ma la lunga stagione dei riconoscimenti è anticipata dall’inglese ed autorevolissimo Sight&Sound, che nel suo sondaggio annuale ha scelto The tree of life di Terrence Malick come il miglior film del 2011. Una bellissima sorpresa arriva al nono posto dove si afferma lo straordinario film di Michelangelo Frammartino, Le Quattro Volte. […]

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