Ultimo tango a Parigi

Ultimo tango a Parigi ****

Paul, un quarantenne, americano a Parigi, che ha appena perduto l’amore della sua vita e vaga disperato per le strade della città. Jeanne, una ragazza pop di appena vent’anni, che sta per sposarsi con un giovane regista della Nouvelle Vague.

Si sfiorano sotto il ponte Bir-Hakeim. Poi si rivedono casualmente in un appartamento vuoto di Rue Jules Verne, che entrambi vorrebbero affittare.

Non si dicono nulla, neppure i loro nomi. Fanno l’amore. Vengono travolti da una passione bruciante, disperata.

Si rivedono ancora, sempre in quell’appartamento vuoto. Fino a che la realtà delle loro vite comincerà a corrompere il loro idillio.

Due quadri di Francis Bacon, Portrait of Lucian Freud e Portrait of Isabel Rawsthorne accompagnano i titoli di testa di Ultimo tango, anticipandone l’incipit celeberrimo. In quelle due figure, stravolte dal segno inconfondibile dell’artista irlandese, c’è tutta la bellezza e la crudeltà del film di Bertolucci.

Un film capace di raccontare il sesso come un linguaggio e il corpo come lo strumento di una comunicazione, tanto essenziale, quanto decisiva. Prim’ancora di parlarsi, Paul e Jean, si dicono già tutto quello che c’è da sapere. Chiusi in quell’appartamento vuoto e decadente, possono ancora sperare che le loro vite abbiano un senso. In quello spazio nascosto al mondo, i due personaggi sono semplicemente un uomo e una donna.

Ogni uomo e ogni donna, senza alcuna sovrastruttura, senza alcuna coscienza, senza alcun passato o futuro.

Quando invece in quelle stanze prima Jeanne, poi Paul vorranno far entrare la storia – la loro storia – ecco che l’illusione del sogno finirà per spezzarsi.

Bertolucci consuma le illusioni personali di un’intera generazione, distrugge sistematicamente, parola dopo parola, ogni bugia sentimentale, ogni costruzione piccolo borghese, si sarebbe detto allora. Ribalta le convenzioni di genere più volte, si fa beffe del nostro retaggio cattolico e delle istituzioni familiari.

Il suo è il film di ragazzo di trent’anni, un figlio del maggio francese, innamorato del cinema americano come di Godard, che mette in scena la deriva di un uomo maturo, al tramonto della sua vita.

Ultimo tango è un film crepuscolare, di illusioni perdute, un film in cui il senso di morte accompagna e soffoca il suo protagonista, sin dalla prima scena.

Brando gli regala una di quelle interpretazioni che restano impresse a fuoco nella memoria: sembra costruire il suo personaggio non soltanto attraverso la ricerca interiore, intima e personale, delle emozioni con cui dare forma a Paul, ma mettendo direttamente in scena quella ricerca, da cui emergono frammenti e confessioni, che il metodo non riesce più a contenere e arginare.

Il film è un’opera enorme, epocale, provocatoria, produttrice di polemiche, accuse, processi infiniti, è uno di quei film che solo in quella temperie culturale e politica formidabile degli anni ’70, sarebbe stato possibile fare.

Ultimo tango a Parigi è ancora oggi il film italiano più visto di tutti i tempi: oltre 15 milioni di italiani affollarono le sale tra la fine del 1972 e la primavera del 1973, prima che fosse sequestrato definitivamente, condannato in appello e cassazione, per offesa al comune senso del pudore, e destinato al rogo, come le streghe medievali. Le pene furono sospese, qualche copia salvata, ma Bertolucci perse i diritti politici per cinque anni.

L’allora giovanissimo e ambizioso regista di Parma, dopo l’adattamento del libro di Moravia, Il conformista, che gli aveva consentito di stringere un sodalizio di ferro con il montatore e sceneggiatore Kim Arcalli e con il direttore della fotografia Vittorio Storaro e che gli aveva aperto le porte del grande capitale americano, aveva deciso di assecondare un suo sogno erotico, raccontando l’incontro fatale tra due sconosciuti.

I costumi di Gitt Magrini – il cappotto cammello di Paul, il vestito cortissimo di seta di Jeanne – diverranno i simboli di una rivoluzione, almeno quanto la colonna sonora di Gato Barbieri, con il suo sax lancinante, che si muove tra jazz e sudamerica.

La fotografia pastosa e chiaroscurale di Storaro, con le dominanti autunnali del giallo e del marrone, avvolgeranno il destino dei due amanti di una patina antica, come se quelle stanze fossero davvero fuori dal tempo.

Bertolucci avrebbe voluto Trintignant e la Sanda, con cui aveva girato il suo film precedente, ma i due si erano tirati indietro. Belmondo neanche lo aveva ricevuto, Delon invece avrebbe voluto anche produrlo. Ma era troppo pericoloso, per un giovane regista di trent’anni: Bertolucci, d’accordo con il suo produttore Alberto Grimaldi – l’uomo dei western di Leone e della trilogia della vita di Pasolini – decise così di rivolgersi all’icona assoluta del cinema americano, Marlon Brando, che era finito nel cono d’ombra della sua carriera, tra scelte sbagliate e comportamenti inaccettabili. Nessuno dei due sapeva che il grande attore stava girando in quei giorni, a New York, il film di un giovane regista italoamericano, su un vecchio padrino al tramonto.

Il film di Bertolucci sarà, anche per Brando, uno dei vertici della sua carriera leggendaria, forse l’ultima volta in cui il grande schermo racconterà la sua bellezza sfacciata e travolgente.

La Schneider, nel corso del tempo, ha cominciato invece a maturare nei confronti del film una sorta di rifiuto ostinato, fino a rinnegarlo decisamente, senza capire che Bertolucci aveva regalato alla sua Jeanne l’eternità che solo i capolavori riescono ad avere, cristallizzando per sempre la sua giovinezza e la sua femminilità.

Ultimo tango a Parigi debuttò debuttò il 14 ottobre 1972, chiudendo il New York Film Festival.

Pauline Kael del New Yorker, la cui voce era allora così autorevole e limpida e appassionata, da poter decidere le sorti di un film, con la sola forza delle sue parole, pubblicò una recensione, che divenne pietra angolare nella storia della critica cinematografica. Vale la pena di riportarne qui l’incipit leggendario: “Bernardo Bertolucci’s Last Tango in Paris was presented for the first time on the closing night of the New York Film Festival, October 14, 1972: that date should become a landmark in movie history comparable to May 29, 1913—the night Le Sacre du Printemps was first performed—in music history. There was no riot, and no one threw anything at the screen, but I think it’s fair to say that the audience was in a state of shock, because Last Tango in Paris has the same kind of hypnotic excitement as the Sacre, the same primitive force, and the same thrusting, jabbing eroticism”.

Da quel momento, il film di Bertolucci non sarà più solo cinema.
Ultimo tango aveva trasceso i suoi stessi limiti per diventare qualcosa d’altro, un simbolo da amare e odiare, le cui riapparizioni, nel corso degli ultimi quarantacinque anni hanno sempre rinnovato lo scandalo: la rinascita dal rogo, durante le notti romane di Massenzio, con i Ladri di Cinema nel 1982, poi la riabilitazione nel febbraio 1987, quindi la nuova uscita in sala e la prima volta in televisione, sul piccolo schermo di Canale 5, il 21 settembre 1988. Poi l’uscita in vhs, con L’Unità di Veltroni nel 1995.

Il ritorno nei cinema, grazie al restauro curato da Vittorio Storaro con la Cineteca Nazionale, segue le nuove polemiche americane, che si sono concentrate, come nel 1972, sulla scena del burro, questa volta però da una prospettiva inedita e aberrante, figlia di un femminismo distorto e oscurantista, che farebbe orrore alla Kael.

E’ allora quanto mai necessario andare in sala a vedere Ultimo tango a Parigi, ritornando al film, alla sua essenza e dimenticandoci del simbolo e delle polemiche, perchè, come scriveva Kael, chiudendo il suo pezzo “I’ve tried to describe the impact of a film that has made the strongest impression on me in almost twenty years of reviewing. This is a movie people will be arguing about, I think, for as long as there are movies”.

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Il film restaurato è uscito in Italia nel 2018 senza più alcun divieto.

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