Indivisibili

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Indivisibili ***

Una statua di Cristo  abbandonata sulla spiaggia di Castel Volturno, un piccolo gruppo di ragazze straniere è appena sceso a terra, la macchina da presa le precede sino a perdersi nella stanza di una piccola villetta, dove dormono due gemelle siamesi, Viola e Dasy.

Hanno quasi diciotto anni, cantano canzoni tristi che il padre ‘poeta’ scrive per loro e che consentono a tutta la famiglia una vita imprevedibilmente agiata: la madre è sempre strafatta di erba, accumula case, visoni, rolex e utensili domestici che non userà mai, il marito si gioca tutto alle slot e con donne da poco, gli zii collaborano e allestiscono la scena.

Le due sorelle sono ‘indivisibili’, vivono una simbiosi che non è solo fisica, ma anche emotiva. Solo che i loro caratteri sono all’opposto: ribelle, esuberante, avventurosa Dasy, religiosa, osservante, timida Viola.

Il piccolo paese ferito a morte dal degrado e dalla povertà le ha abbracciate come un fenomeno popolare: vengono portate in processione, fotografate, il lembo di pelle che le unisce viene toccato insistentemente, come porta fortuna.

Solo che Dasy non si accontenta più di quell’esistenza claustrofobica. E quando un chirurgo le prospetta la possibilità di separarle, il fragile equilibrio, che reggeva la loro famiglia, finisce per andare in pezzi.

Edoardo De Angelis costruisce una fiaba moderna, sospesa in un’atmosfera magica che non nega la realtà, ma la trasfigura, con una potenza visiva inconsueta, che molto deve al cinema di Matteo Garrone.

La costruzione di una nuova identità da parte di Dasy e Viola non può prescindere dalla liberazione dalla schiavitù familiare, dal conflitto e dall’accettazione della loro diversità. Il loro percorso – come quello di molti adolescenti – non è estraneo al dolore della separazione, della perdita di una parte di sè.

La loro particolarità fisica diventa così metafora di una condizione comune.

Se la prima parte è costruita narrativamente con toni e colori semplicemente perfetti, avvolta dalle musiche straordinarie di Enzo Avitabile, la seconda soffre di qualche passaggio a vuoto e di una minore compattezza.

Eppure De Angelis riesce a raccontare un mondo di superstizione e povertà, con una sensibilità rara ed un’originalità, che non scade mai nella caricatura, anche grazie alla fotografia di Ferran Paredes Rubio. La potenza di molte immagini resta nella memoria e produce senso: la spiaggia all’alba, avvolta in un’atmosfera plumbea, le cerimonie volgari di periferia, i pescatori stanchi al porto, il prete che ammanta il vangelo della retorica televisiva, la barca del produttore affollata di freaks felliniani, la processione di fedeli, in cui immigrati e derelitti si fondono in un solo popolo.

Indivisibili racconta una Napoli sempre più al centro dell’immaginario del paese, capace di rappresentarne la bellezza struggente e l’orrore più indicibile nella stessa inquadratura.

La forza di quel territorio è materia sensibile, incandescente, emozionale. De Angelis ne restituisce la complessità attraverso la forza evocativa del cinema: un cinema che non si nasconde dietro il realismo, ma che lo trascende con una vitalità non comune.

Semplicemente straordinarie le due protagoniste, Angela e Marianna Fontana: senza di loro il film non esisterebbe. Il continuo dialogo tra di loro, figlio di una prossimità fisica irrisolvibile, costituisce l’anima di Indivisibili, la forza più grande di una via crucis laica, in cui il desiderio di vita è irriducibile.

Uno dei migliori film italiani della stagione. Non perdetelo.

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