Cold War

Cold War ****

“Sediamoci dall’altra parte, la vista è migliore”. Finisce così, con una panchina vuota, la storia d’amore struggente e tragica dei protagonisti di Cold War, lo straordinario film che il polacco Pawel Pawlikowski ha portato a Cannes, illuminando il concorso, con la forza dell’emozione.

Come Ida, il suo film precedente, premiato con l’Oscar, anche Cold War è ambientato in Polonia, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ed è girato in bianco e nero, con una maestria che lascia senza fiato.

Il film comincia nel 1949, quando Victor, pianista e compositore, assieme alla collega Irena, si occupa della direzione di una scuola di musica e danza, che ha l’obiettivo di preservare le più genuone tradizioni popolari polacche. Durante la selezione degli allievi, che si protrae per mesi nella Polonia rurale e contadina, Victor conosce Zula, una ragazza bionda, bellissima, con la frangia sulla fronte e un passato misterioso: si dice che abbia ucciso il padre e sia in libertà vigilata. Talento, bellezza, fascino: tra i due scoppia una passione, prima nascosta, poi sempre più evidente.

Nel frattempo la scuola di Mazarek viene messa sotto osservazione dal regime, che vuole introdurre numeri nuovi, a maggior gloria della riforma agraria e di Josef Stalin. Il direttore amministrativo Kaczmarek è il più solerte ad adeguarsi alle imposizioni politiche

Irena invece lascia la scuola disgustata. Victor è costretto ad inserire numeri nuovi, con il coro delle allieve, che canta la saggezza del grande leader, sotto un’enorme gigantografia del capo supremo del PCUS. Ma non appena si presenta l’opportunità, durante una turné nella Berlino già divisa del 1951, Victor organizza la fuga all’ovest. Zula però, all’ultimo istante, si tira indietro. Le loro vite si separano una prima volta.

Nel corso degli anni, i due si incontreranno e si scontreranno tra est ed ovest, tra Parigi, la Jugoslavia e la Polonia, incapaci di stare assieme, ma anche di lasciarsi per davvero.

Ogni volta la passione divampa, bruciando anche coloro che ruotano attorno a loro. Victor suona il jazz a Parigi e compone colonne sonore, Zula è tentata dalla carriera di cantante, da entrambi i lati della cortina di ferro. Eppure tra di loro scorre un filo invisibile, che non si è mai spezzato e che fa in modo che ciascuno corra in soccorso dell’altro, nei momenti più difficili.

Non diremo di più di un film che si regge su un meraviglioso equilibrio drammatico e su una capacità di sintesi assoluta e benedetta: bastano poco più di 80 minuti a Pawlikowski, per farci entrare nelle vite dei suoi protagonisti e per travolgere la nostra.

Aiutato da un bianco e nero impeccabile e cristallino, firmato da Łukasz Żal, e da una composizione del quadro verticale più che orizzontale, che sembra richiamare i primi film di Michelangelo Antonioni, con i suoi attori chiusi in un formato quadrato, il regista polacco lavora sapientemente con i limiti che si è imposto, costruendo le sue immagini in modo da sfruttare perfettamente lo schermo, sino ai suoi margini.

E’ evidente che il frame così stretto mostra da un lato il senso di oppressione sui personaggi, dall’altro li allontana quasi sempre in due inquadrature separate, come a voler raccontare l’impossibilità di un sentimento, che può viversi solo a distanza e che non trova possibilità di sintesi.

Non è un caso, allora, come abbiamo ricordato, che il film si chiuda addirittura con un’uscita di scena, con un’immagine vuota, che improvvisamente ci ricorda le vite perdute e calpestate dalla Storia.

Cold War è costruito su una serie di ellissi, che isolano i momenti più significativi di una storia fatta di fughe e ritorni, in cui il peso del passato e della fedeltà a se stessi e al proprio paese, imprigiona i protagonisti al proprio destino.

Cosa farò lì, chi sono di là?‘ si chiede Zula, timorosa, rinunciando ad attraversare il check point a Berlino nel 1952. Gli stessi sentimenti, la stessa inquietudine l’assalgono cinque anni più tardi, spingendola a tornare in patria.

Il milieu artistico e intellettuale, che circonda Victor non fa per lei: delle metafore delle poetesse francesi non sa che 76farsene, lo spleen del jazz le è altrettanto lontano.

La protagonista, che hanno dedicato alle tradizioni della propria terra molti anni della sua vita, è diventata un’artista senza patria, senza identità. E allora non basta riarrangiare e tradurre la bellissima Two Hearts, Four Eyes, per sentirsi davvero a casa. Le parole cambiano, così il senso della canzone.

Un ruolo decisivo lo gioca la musica, con il folk della tradizione, promosso dalle autorità polacche, con gli inni di regime, imposti al popolo, quindi con la musica del futuro, il jazz che Victor e Zula suonano a Parigi e il rock’n’roll di Bill Haley e Celentano, ballato nei locali alla moda.

Il viaggio di Pawlikowski è personalissimo e universale. Come spesso accade, raccontando di sè o di quello che si conosce meglio, si riesce a trovare l’emozione e il sentimento, anche in coloro che ci ascoltano.

Il sontuoso rigore formale e la perfezione miracolosa dei tempi e degli spazi di Cold War non sono mai un ostacolo alla sua capacità di commuovere, di travolgere letteralmente lo spettatore. Il suo romanticismo non scade mai nel melodramma e si sposa magnificamente con il grande affresco storico e identitario, che incombe sui due protagonisti, Joanna Kulig e Tomasz Kot, semplicemente stupefacenti.

Dedicato ai suoi genitori, che separandosi, gli consentirono di vivere in esilio in Inghilterra, dall’età di quattordici anni, Cold War è, molto semplicemente, un capolavoro.

Un capolavoro da cui si esce scossi e che rimane addosso a lungo.

Imperdibile.

CREDITS

Pawel PAWLIKOWSKI – Director

Janusz GŁOWACKI – Script / Dialogue

Piotr BORKOWSKI – Script / Dialogue

Łukasz ŻAL – Director of Photography

CASTING

Joanna KULIG – Zula

Tomasz Kot – Victor

Borys SZYC – Kaczmarek

Agata KULESZA – Irena

Cédric KAHN – Michel

Jeanne BALIBAR – Juliette

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