I film dell’anno 2013-2014

La vie d'adele 8

Come da tradizione, anche quest’anno pubblichiamo la lista dei migliori da fine agosto 2013 a luglio 2014, secondo quella che è da sempre la scansione della stagione cinematografica italiana, aperta dalla Mostra di Venezia e chiusa dalle uscite dei blockbuster americani dell’estate.

Ritorna per il secondo anno Festa del Cinema, ma non c’è molto da festeggiare: il box office piange calde lacrime, almeno da gennaio, poche le produzioni italiane di valore, tra cui spiccano Luchetti, con l’autobiografico Anni felici e Winspeare con In grazia di Dio. Mentre si segnalano molti esordi interessanti che speriamo possano essere messi presto alla prova con un secondo film.

Il Leone d’Oro assai generoso, assegnato al modesto Sacro Gra, ed il Grand Prix di Cannes andato all’altrettanto debole Le meraviglie non hanno cambiato di molto le prospettive, così come i trionfi mondiali de La grande bellezza, che segnalano solo l’autorevolezza del suo autore e del suo protagonista.

Ma in ogni caso, è giusto celebrare i successi del cinema italiano, che sembra essere tornato, almeno con alcune sue vette, al centro della scena.

Eppure nemo propheta in patria: il David di Donatello ha premiato Il capitale umano di Virzì, altro film poco riuscito, velleitario, colmo di sottotrame e derive non necessarie, nonostante le buone intenzioni e l’ottimo cast.

Il miglior film dell’anno viene dal Festival di Cannes dell’anno passato ed è indiscutibilmente La vita di Adele.

Il trionfo della Croisette si è trasformato in una sorta di incubo però per Kechiche: Lea Seydoux l’ha accusato di ogni nefandezza, la troupe si è lamentata dei suoi metodi e lui ha risposto per le rime. Un continuo scambio di accuse che ha fatto male soprattutto al film, snobbato persino ai César.

Ma il valore dirompente del racconto di Adele supera ogni polemica sterile.

Sullo stesso gradino del film di Kechiche, un documentario, The act of killing, diretto dall’americano Joshua Oppenheimer a Giakarta, dove il passato di sangue del regime anticomunista sembra essere stato completamente rimosso dalle vittime, a tutto beneficio dei carnefici, liberi di ricordare e rivendicare quelle brutalità, con uno spirito di glaciale patriottismo.

Il governo di Suharto non c’è più, ma il terrore è ancora lo strumento che guida un paese solo apparentemente democratico, nel quale i valori di civiltà sono incredibilmente sovvertiti.

Oppenheimer mostra l’orrore più disumano, invitando i torturatori e gli assassini a mettere in scena le atrocità commesse, in un corto circuito tra cinema e realtà, che porterà tutti a fare i conti finalmente con il proprio passato.

Un film enorme, epocale, che cambia la storia di un intero paese. Miopi i giurati dell’Oscar che gli hanno preferito un racconto di coriste pop (?!).

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Sul secondo gradino del podio l’ultimo straziante capolavoro di Wong Kar Wai, The Grandmaster: anche se il film appare in qualche modo come un riassunto di quello che avrebbe potuto essere, grazie ad un montaggio ellittico e per quadri che lascia intuire un lungo lavoro di messa in forma dopo anni di riprese, il risultato è comunque fuori dalla norma.

Quello che rimane sullo schermo è una storia d’amore impossibile, sullo sfondo di grandi eventi storici e di grandi rivoluzioni culturali.

Tony Leung è come sempre monumentale, con Zhang Ziyi a giocare di sponda.

Appena sotto, a nostro avviso due film di magnifica scrittura drammatica, Il passato di Asgar Farhadi, nella sua prima esperienza in Francia e Lei di Spike Jonze.

Due film che cominciano raccontando storie d’amore finite male, lontanissimi eppure accomunati da una sensibilità narrativa che lascia senza fiato.

Uno ancorato al passato, l’altro apparentemente al futuro. Entrambi imperdibili.

Al quinto posto Prisoners di Denis Villeneuve, uno dei registi che abbiamo sempre sostenuto, sin dal debutto di Stanze di Cinema e che seguiamo con grande attenzione.

Il suo thriller americano è un pugno allo stomaco, ambiguo come un racconto di Eastwood ed illuminato magistralmente da Roger Deakins.

Al sesto posto i fratelli Coen con un altro ritratto dolceamaro: A proposito di Davis è ambientato nella New York dei primi anni ’60, in cui i primi esponenti della scena folk cercano di farsi strada. Llewyn Davis è uno di questi, ma forse non ha il talento necessario o è solamente troppo in anticipo. Il fantasma di Bob Dylan aleggia sul protagonista, che lo sfiora proprio alla fine. Ma è tardi, troppo fardi.

Altra commedia deliziosa è quella che ci regala Wes Anderson, con il suo The Grand Budapest Hotel che ha aperto il Festival di Berlino, con la solita magnifica attenzione scenografica ed il solito gusto per i costumi e le sfumature musicali.

Ma questa volta Wes Anderson imbastisce una storia appassionante che ha i ritmi della commedia classica e che si sposta avanti e indietro nel tempo, tra ricordi e rimpianti.

Ralph Fiennes ci ricorda una volta di più quanto sia bravo, anche in un personaggio apparentemente lontano dalle sue corde.

Chiudono la top ten due due racconti di violenza senza scampo ed un ritratto in bianco e nero.

The Counselor di Ridley Scott, tratto da una sceneggiatura di Cormac McCarthy, bistrattato dai critici americani, è invece un distillato della poetica del suo autore, che costringe Scott ad una messa in scena lineare, priva dei suoi soliti vezzi, che asseconda un gruppo di interpreti tutti sopra le righe tra cui spiccano la Malkina di Cameron Diaz ed il Westray di Brad Pitt. Un film esagerato, terrorizzante, pieno di americani idioti che finiscono in un mare di guai senza davvero sapere il perchè. L’avidità è l’inizio della barbarie…

Miss Violence di Avranas era invece a Venezia, dove ha vinto il Leone d’Argento ed il premio per il miglior attore: il film è un altro racconto dell’orrore che arriva dalla Grecia.

Un padre padrone incestuoso e subdolo, una famiglia tutta femminile sottomessa alla sua volontà. Una tortura tutta familiare a cui forse non c’è scampo, neppure quando il despota è rimosso.

Scioccante e crudele, come neppure Michael Haneke ha saputo essere.

A chiudere la prima decina Ida di Pawlikowski. Il film più struggente ed emozionante del lotto. Da recuperare assolutamente.

Fuori dai primi posti, le bellissime sorprese di Blancanieves e Locke, due film estremi, il primo muto ed in bianco e nero, il secondo rispettoso delle tre unità aristoteliche alla lettera, che ribaltano i limiti in opportunità narrative.

Quindi tre conferme, il cinese Jia Zhangke, alla prima grande produzione con Il tocco del peccato, Il lupo di Wall Street, firmato da Scorsese e Di Caprio ed il fluviale Lars Von Trier di Nymphomaniac, che tra una prima parte molto riuscita ed una seconda più prevedibile, si segnala comunque tra le cose da vedere di questa annata cinematografica.

Da ricordare anche l’ultimo Woody Allen, Blue Jasmine, che ha regalato il secondo Oscar a Cate Blanchett, così come gli americani Nebraska, American Hustle, All is lost ed i blockbuster d’autore Gravity e Apes Revolution.

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Fuori classifica invece, perchè mai usciti in Italia, ma meritevoli di una riscoperta, ci sono innanzitutto Stray Dogs di Tsai Ming Liang, il miglior film di Venezia 70, assieme al documentario di Wiseman At Berkeley.

Straordinario anche L’image manquante del cambogiano Rithy Panh, vincitore di Un certain regard nel 2013 ed acquistato dalla Movies Inspired, vero controcanto di The act of killing. Ancora senza distribuzione italiana il thriller Enemy, sempre di Villeneuve con Gyllehaal tratto da L’uomo duplicato di Saramago: meno riuscito di Prisoners, ma altrettanto inquietante, Leone Nero al Noir in Festival di Courmayer.

1. La vita di Adele /The act of killing
2. The grandmaster
3. Il passato
4. Lei
5. Prisoners
6. A proposito di Davis
7. The Grand Budapest Hotel
8. The Counselor
9. Miss Violence
10. Ida
11. Locke
12. Blancanieves
13. Il tocco del peccato
14. Gravity/Apes Revolution
15. The Wolf of Wall Street
16. Nymphomaniac
17. Blue Jasmine
18. Nebraska
19. American hustle
20. All is lost
 
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