Venezia 2013. Miss Violence

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Miss Violence ***1/2

Perchè una ragazzina, attorniata dai suoi familiari, in occasione del suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi improvvisamente dalla finestra?

Miss Violence è la risposta disturbante, spesso insostenibile, a questo interrogativo.

Paolo Mereghetti ha scritto qualche giorno fa sul Daily di CIAK che i primi giorni del festival ci avevano regalato personaggi solitari, individualisti, chiusi in se stessi. Il prosieguo del festival ci ha invece mostrato famiglie devastate dalla violenza, come quelle di Joe, de La moglie del poliziotto e di questo incredibile Miss Violence, che lascia interdetti e scossi.

Il regista Avranas descrive un interno familiare che, via via si mostra come un inferno chiuso, senza via d’uscita.

Con un modus narrativo ormai sperimentato, il film procede per accumulo, chiarendo solo nella seconda parte la vera natura della realtà familiare che all’inizio appare solo rigida e conformista.

Circondato dalla moglie silenziosa e complice, dalle due figlie superstiti e dai nipotini, il protagonista ha perso il lavoro ed è costretto ad accettare una sostituzione temporanea per 4 mesi. Nessun altro in famiglia sembra avere un’occupazione ed è lui a gestire la vita di tutti, impartendo punizioni esemplari per coloro che non rispettano i suoi ordini.

La famiglia sembra però elaborare il lutto molto velocemente, rimuovendo anche fisicamente, tutto quanto possa ricordare la piccola Angeliki.

I servizi sociali vogliono saperne di più, ma l’apparente serenità familiare regge ad ogni ispezione.

Dietro un padre padrone ossessivo e invadente si cela però un aguzzino feroce, capace di plagiare psicologicamente tutta la famiglia, costringendola in un’atmosfera di violenza inenarrabile, che invece Avranas non ci risparmia.

Il film lascia atterriti. Quando una delle protagoniste, finalmente, si ribella, in sala parte spontaneo e liberatorio l’applauso, forse per esorcizzare quello che è a tutti gli effetti il ritratto di un essere indegno del consesso umano.

Eppure l’orrore è sociale e politico assieme, come dimostra la scena indimenticabile della perquisizione dei servizi sociali, tutta formale, da protocollo, straniante e inefficace.

Avranas è solo l’ultimo dei giovani registi greci, dopo Yorgos Lanthimos e Athina Rachael Tsangari. Il paese che descrivono è ferito a morte, grottesco e surreale assieme, completamente immerso nel suo inferno quotidiano, incapace di venirne fuori. Persino chi dovrebbe controllare – qui i servizi sociali, metafora forse delle istituzioni internazionali e della UE – sembra incapaci di comprendere, perso nell’uso di strumenti solo formalmente corretti.

Il film ha dalla sua un’implacabile forza narrativa e colpisce allo stomaco. Avranas sa costruire la tensione e sa sfruttare lo spazio angusto dell’appartamento per restituire l’angoscia di una reclusione a porte aperte. Ma la rappresentazione di una violenza così disgustosa lascia senza parole e senza difese. Nessuna identificazione è possibile, neppure con le vittime impassibili. Neanche Haneke, Von Trier o Seidl si erano spinti sin qui.

Siamo di fronte ad un cinema manipolatorio, non c’è dubbio, che è costretto però a fare i conti con un’idea di moralità dell’immagine lontanissima da quella di Bazin e Rivette, ormai stravolta dallo spettacolare e pornografico sfruttamento del dolore a cui siamo assuefatti, che passa dalla tv, ma soprattutto da internet e dai nuovi social media.

Avranas racconta un’umanità devastata, metafora di un paese ridotto allo stremo, che ha perso ogni coordinata etica, pur di guadagnarsi il diritto ad una bella tavola imbandita: si celebra il rito borghese della cena e si continua ad illudersi che tutto sia come prima.

Il dubbio, in fondo, rimane. Neppure il finale straniante sembra dissolverlo.

La porta si richiude, la serratura scatta, l’ordine è ristabilito, la liberazione è rimandata.

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