Venezia 2013. Il bilancio di Stanze di Cinema, in attesa dei premi

Venice Film Festival

Siamo solo a giovedì pomeriggio, ma la Mostra di Venezia è già finita. Del concorso ufficiale resta solo lo sconosciuto algerino Les terrasses, che sarà proiettato alla stampa domani mattina.

E’ un altro segno di cedimento al Festival di Toronto – che comincia oggi – o forse no. Ma certo è tempo di bilanci.

Aperta fuori concorso dal riuscito Gravity con Clooney e la Bullock, la 70° è stata un’edizione minore, piena di film imbarazzanti, inutili, mal costruiti, spesso capaci di intuizioni e immagini anche potenti e riuscite, ma del tutto estemporanee: frammenti del cinema che vorremmo, annegati in narrazioni fragili, spesso fragilissime.

C’è un malinteso senso di superiorità del cinema d’autore, rispetto alla tradizione drammaturgica classica dei tre atti o del viaggio dell’eroe, che non ha davvero ragion d’essere e Venezia ce l’ha ricordato perfettamente.

Con la sola eccezione del magnifico Stray Dogs di Tsai Ming Liang – che fa cinema puro, di resistenza alla deriva delle immagini ed alla disperazione delle solitudini – chi ha scelto narrazioni deboli ha finito per indebolire tragicamente i propri film.

Cosa resta di questa 70° Mostra? Quali film potrebbero contendersi il Leone d’Oro, assegnato sabato sera? Secondo noi sono solo tre.

Oltre allo straordinario taiwanese, restano le famiglie distrutte di Miss Violence e La moglie del poliziotto, due racconti di violenza lontanissimi per stile e forza drammatica: l’uno grottesco e ripugnante sino all’intollerabile, l’altro lentissimo, contemplativo, onirico.

Ma certo, soprattutto il secondo finisce per sparire al confronto con il capolavoro di Tsai Ming Liang: un po’ come era successo a Jeune et jolie a confronto con La vie d’Adele a Cannes.

Premi sicuri anche per Philomena di Stephen Frears, il film che nessuno qui ama davvero: troppo perfetto per un festival, troppo classico e impeccabile nel suo sviluppo drammatico, troppo ben interpretato dai suoi attori, Judi Dench e Steve Coogan.

Un passo più indietro c’è Tom at the farm di Xavier Dolan, il giovanissimo talento canadese che parte bene nel raccontare il clima di tensione tra attrazione e repulsione della diversità sessuale, in una famiglia borghese che ha più di qualche scheletro da nascondere.

Poi però il suo film divaga, aggiunge personaggi inutili che fa sparire ben presto, salvo riprendersi nel finale che torna sulle atmosfere minacciose e torbide dell’incipit.

Potrebbe piacere a Bertolucci: giovane, ambizioso, tutto stile e sfrontatezza visionaria.

Così come ha trovato molti estimatori Under the skin di Glazer, soprattutto sulla stampa angloamericana. Il film ha una prima parte inquietante e formalmente originalissima, poi però si incarta su se stesso e si perde. La camera bianca e la camera nera sono però invenzioni che resteranno nella mente del festivalieri.

Discreto anche il Joe di David Gordon Green, con un Nicolas Cage tornato a livelli apprezzabili anche se la storia è molto tradizionale.

Un po’ gli stessi limiti che ha Tracks, riuscito racconto di un viaggio impossibile nel deserto australiano, con una Mia Wasikowska incapace di replicare l’energia e la grinta della vera Robyn Davidson.

Tra gli italiani il migliore mi è sembrato Via Castellana Bandiera di Emma Dante, presentato il primo giorno del concorso. Amelio ha deluso molto e Rosi ha portato un documentario coerente con il percorso precedente, ma non particolarmente efficace dal punto di vista narrativo, troppo minimalista e chiuso in se stesso.

Fuori dal concorso ufficiale non moltissime le segnalazioni d’obbligo.

Innanzitutto Locke di Knight con Tom Hardy. Un gioiello finito fuori gara non si sa bene perchè.

Wolfskinder di Ostermann: l’odissea dei bambini lupo tra Germania e Lituania, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

The Armstrong Lie di Alex Gibney: il migliore tra i doc di Venezia 70, assieme al fluviale At Berkeley di Wiseman. Tutte le bugie di uno degli uomini di sport più influenti del XX secolo.

Attendiamo il verdetto di Bertolucci e dei suoi autorevoli giurati: faranno fatica a riempire tutte le caselle del palmares, questa volta.

Le delusioni cocenti sono state davvero troppe, così come i film controversi che hanno diviso la stampa internazionale e probabilmente anche la giuria: dal Miyazaki di The wind rises al Terry Gilliam di The Zero Theorem, sino a Child of God , Night Moves, Unknown known e Ana Arabia.

Potrebbero esserci molte sorprese…

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2 pensieri riguardo “Venezia 2013. Il bilancio di Stanze di Cinema, in attesa dei premi”

  1. Grazie Marco per la tua puntuale disamina sul festival! Tutto sommato era quello che ti aspettavi prima della partenza!!! Quando tornerai mi racconterai!!! Un abbraccio!!! e torna presto!!!

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