Mereghetti su Sole a catinelle

Sole a catinelle

In una delle settimane più stimolanti dal punto di vista delle uscite in sala, Mereghetti sul Corriere dedica la sua recensione settimanale all’unico film che non ne ha alcun bisogno.

Perchè per sua precisa scelta, nasce come prodotto per il pubblico italiano, fieramente anti-intellettuale e destinato alle folle dei multisala, grazie ad un’uscita mostruosa su oltre 1.200 schermi.

Sole a catinelle della coppia Nunziante-Zalone è un affare di marketing e incassi. A che serve una recensione di una pagina sul più importante quotidiano italiano? Ad anticiparne le battute? A dirci che nonostante questa volta il film abbia una struttura più forte, quello che resta sono le gag del protagonista, più o meno riuscite? A farci capire che il nome di Marco Paolini nei crediti è solo uno specchietto per le allodole e che i deuteragonisti sono lasciati sullo sfondo senza aver molto da dire o da fare? A confortarci sul fatto che Checco Zalone fa ancora ridere?

Cose che in fondo tutti avreste immaginato.  E che avrebbero riempito più appropriatamente il solito pezzo di “colore” nelle pagine degli spettacoli.

Mentre il bellissimo Blancanieves arranca in 5 sale e Miss Violence e Before Midnight escono in sordina, il più importante ed influente critico italiano si preoccupa di Sole a catinelle e lo fa utilizzando categorie inapplicabili o quantomeno inadatte al fenomeno Checco Zalone.

Per dirla con Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

“Il grande successo di Luca Medici alias Zalone, che nasce innanzitutto dalle sue indiscutibili doti comiche, si era retto al cinema su una specie di negazione del cinema: messa in scena al totale servizio del protagonista (il che ormai è una tradizione per i comici di casa nostra) ma soprattutto una sceneggiatura che doveva preoccuparsi solo di «porgere» la battuta e la gag. Il meccanismo era sempre quello — dell’elefante che entra nella cristalleria — a cui Zalone aggiungeva la sua caratteristica nota blandamente anticonvenzionale, una comicità che scherzava con i molti tabù del politicamente corretto, ma lo faceva con una sua indubbia grazia, quasi con gentilezza.

[…] Per Sole a catinelle (un titolo che continua la—scaramantica?—«metafora » metereologica) Medici e Nunziante hanno immaginato una struttura se non più complessa certamente più ambiziosa. La cristalleria da distruggere questa volta ha la faccia della buona borghesia nazional-industriale, quella che evade le tasse e ha lo yacht a Portofino, che affama gli operai e annega nello champagne. Un salto di qualità che dovrebbe saper attribuire anche agli «antagonisti» un loro autonomo valore, una loro precisa identità. Ed è qui che il film scricchiola, perché Zalone continua a far ridere ma le sue «spalle» lo fanno molto meno.

[…] Mi sembra cioè che Luca Medici e Gennaro Nunziante non abbiano saputo portare fino in fondo le loro scelte: la storia che hanno scelto di raccontare non è né un semplice canovaccio su cui appoggiare le invenzioni comiche (sulla tradizione dei fratelli Marx, tanto per ricordare che può essere una strada di tutto rispetto) ma non permette nemmeno la creazione di un personaggio a tutto tondo, capace di reggere sulle sue spalle il peso intero di un film (alla Alberto Sordi degli inizi — Un americano a Roma, Piccola posta, Il segno di Venere—o, se si punta più in alto, alla Jerry Lewis delle sue regie). Anche perché il mondo è molto cambiato e non siamo più ai tempi di Totò e Peppino, quando bastava dividere le persone in «buone» e «cattive»: Zalone richiama molto la comicità del principe de Curtis, e come lui spesso è irresistibile (indimenticabile la battuta sull’eutana-zia), ma c’è bisogno di un po’ più di spessore per reggere la crescita di ambizioni che si legge dietro Sole a catinelle.”

Due stellette.

AGGIORNAMENTO 5.11.2013

Federico Pedroni su Cineforum web riesce invece ad inquadrare perfettamente film e fenomeno, in pochissime righe:

“[…] Analizzare un film che ha incassato più di 18 (diciotto!) milioni di euro in quattro giorni non è impresa facile. Scorporare l’oggetto cinematografico dal tintinnare di monete che proviene da ogni botteghino è un’operazione complessa e vagamente pleonastica. Checco Zalone è un fenomeno che s’incarna nel box office e in quello trova il suo senso ultimo.

Dissezionare questa febbre collettiva con gli strumenti tradizionali della critica sarebbe un’attività in fin dei conti ombelicale: dal punto di vista filmico Sole a catinelle non esiste. La sceneggiatura è un canovaccio di geometria meccanica (scena-risata, scena-risata, scena-risata, ad lib), la regia è una messa in scena didascalica e di servizio, lo schermo è perennemente occupato dall’egolatria impetuosa di Checco. Di conseguenzaquesta non è (o non sa essere) una recensione

Va però notato un aspetto sorprendente: la sua capacità di suscitare, in un panorama in cui la polarizzazione tra chi si sente indispettito dalla deriva a spirale della commedia italiana e un cinema popolare ormai irredimibile nella sua mediocrità ridanciana, una benevolenza quasi ecumenica.

[…]  Il personaggio Checco conosce i meccanismi elementari della comicità e li usa creando una relazione identitaria di mediocrità tra sé e il pubblico, che si sbellica accettando quello specchio deformante che riflette il nostro vuoto riempiendolo di acritica simpatia. Ed è questo l’aspetto sociologicamente più interessante (e a suo modo ribelle) dei suoi film.”

Ancora una volta, davanti ai colleghi di Cineforum ci togliamo il cappello.

Illuminante.

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2 pensieri riguardo “Mereghetti su Sole a catinelle”

  1. Trovo che il film abbia degli spunti e dei riferimenti invece, non usuali. Si ride, si pensa, ci si distrae e si vede l’era del “compro tutto a rate anche se non ho soldi”, in tutta la sua tristezza. Vale la pena di vederlo.

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