Blancanieves

Blancanieves poster

Blancanieves ***

Presentato in anteprima a Toronto lo scorso settembre, e poi passato a Torino nella sezione Festa Mobile,  il film di Pablo Berger è la terza trasposizione del classico dei fratelli Grimm nel giro di pochi mesi.

Ma pur stravolgendo completamente il racconto originale, è l’unico che ne mantenga intatto lo spirito e ne rinnovi la tradizione.

Blancanieves ,vincitore di 10 Goya e scelto dalla Spagna per rappresentarla ai premi Oscar, si pone in continuità ideale con The Artist e ne riprende la felice inattualità: è un film muto, girato in bianco e nero ed ambientato all’inizio del secolo, nel sud della Spagna.

A Siviglia, nella grande arena stracolma di pubblico, il famoso torero Antonio Villalta affronta la sua ultima corrida. Sugli spalti la fidanzata, Carmen de Triana, cantante altrettanto nota per la sua voce e la sua bellezza.

I due si amano e aspettano la loro prima figlia.

Ma un fotografo invadente tradisce Antonio Villalta, che subisce l’attacco del toro e ricoverato in ospedale in condizioni disperate. Nella clinica arriva contemporaneamente anche Carmen che dà alla luce la loro figlia, Carmencita, nello stesso momento.

Antonio rimane paralizzato, mentre l’amata Carmen muore di parto.

Un’infermiera ambiziosa e scaltra finisce per sposare il torero e godere delle sue ricchezze inesauribili.

La piccola Carmencita rimane con la nonna materna, Dona Concha, che abita in campagna. Non le è più consentito di rivedere il padre, nonostante viva nel ricordo dei genitori, che non ha mai conosciuto.

Quando un attacco di cuore porta via anche Dona Concha, la piccola Carmencita è costretta a raggiungere la matrigna Encarna nella villa del padre.

Confinata in una stalla, con il divieto di accedere ai piani alti della magione, Encarna le taglia i capelli cortissimi e la costringe ai lavori più umili, con una feroce crudeltà.

Quando si accorge però che Carmencita ha trovato il modo di vedere suo padre, inchiodato alla carrozzina ed alla completa mercé della moglie, ordina al suo amante di portarla nel bosco per ucciderla.

Il piano non riesce e Carmencita è salvata da un gruppo di sette nani toreri che mettono in scena una speciale corrida comica.

Pur non ricordando più nulla del suo passato, la giovane diventa ben presto l’attrazione del gruppo e viene notata da un impresario che la spinge ad esibirsi a Siviglia nella grande arena che ricorda ancora le gesta di Antonio Villalta.

Qui tutti i nodi verranno al pettine.

Il film di Berger usa rigorosamente le forme del muto, limitando il sonoro alla musica extradiegetica, e sostituendo i cartelli al dialogo, anche se qualche immagine ritoccata al computer tradisce lo spirito del progetto.

Blancanieves è un altro riuscitissimo esperimento di ritorno al passato. Ma mentre The Artist riprendeva oltre alle forme ed allo stile degli anni ’20 anche una storia emblematica del cinema di quegli anni, tra Cantando sotto la pioggia ed E’ nata una stella, Berger invece usa il contesto per rivoluzionare la fiaba di Biancaneve ed immergerla negli anni delle corride e dell’eroismo solitario, così ben descritto da Hemingway.

La sua scelta rimane slegata dal contesto narrativo, lasciando qualche ombra di opportunismo.

Alla fine degli anni ’70 molti registi della americani decisero di girare i loro film in bianco e nero, da Woody Allen a Scorsese, da Coppola a Lynch: era l’esito di una battaglia culturale sul ruolo della conservazione e della tutela delle vecchie pellicole e sull’importanza del restauro di un patrimonio inestimabile, oltre che un omaggio alla grande tradizione europea, che la New Hollywood richiamava esplicitamente.

L’idea di Hazanavicious e Berger sembra essere invece una nuova variante del gioco cinefilo postmoderno, che sta tra la citazione ed il plagio, un po’ come lo erano le regole del Dogma di Von Trier e come forse è anche il 3D, almeno per alcuni autori.

Ma il pubblico sembra apprezzare molto e indubbiamente l’effetto nostalgia fa premio anche sull’intransigenza del cinefilo.

In ogni caso il film è godibile e riuscito, reinterpreta la fiaba con onestà e inventiva e mette in scena un melò bruciato dal sole della Spagna e segnato dalla musica inarrestabile del flamenco.

Maribel Verdu è una matrigna sadomaso da antologia, seducente e feroce al contempo, Macarena Garcia è una rivelazione nei panni di Carmencita/Blancanieves, restituendo al film un’espressività degna dei tempi del muto. Fa piacere ritrovare Daniel Jimenez Cacho (La mala education), nel ruolo di Antonio Villalta, mentre Angela Molina è Dona Cacha.

Da vedere.

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