Stoker

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Stoker **1/2

Esordio americano per uno dei più noti registi della new wave coreana, Stoker è tratto da una sceneggiatura dell’attore Wentworth Miller entrata nella Black List del 2010, cioè tra i migliori script non ancora realizzati.

La Fox Searchlight ha curato la produzione del film e l’ha presentato al Sundance dove è stato accolto con freddezza.

Ed in effetti il copione di Stoker ha spunti e suggestioni originali, pur partendo da una premessa chiaramente debitrice de L’ombra del dubbio di hitchcockiana memoria.

Alla morte dell’amatissimo padre, Richard, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, a causa di uno spaventoso incidente d’auto, la giovane India si ritrova circondata da una madre del tutto instabile e fragilissima e dallo zio Charlie, misteriosamente apparso ai funerali.

Charlie ha viaggiato per il mondo e nessuno l’aveva mai visto prima. Si installa a casa degli Stoker e cerca di riportare equilibrio in una famiglia scossa e confusa. Ma il suo fascino seducente non farà che aumentare le distanze tra madre e figlia.

Charlie consola la vedova Evelyn e poi carpisce la fiducia di India, attraverso un progressivo avvicinamento che parte dalle note di un pianoforte ed arriva sino all’omicidio di un giovane compagno di classe.

Il film è attraversato da una vena di elegantissima inquietudine: nessuno dei protagonisti sembra essere pienamente in sé. Non la madre nevrotica ed anaffettiva, non lo zio misterioso e violento, non la solitaria India, che non riesce a stabilire un vero contatto con gli altri e vive nel ricordo dei pochi momenti felici, trascorsi con il padre: le medesime scarpe regalate ad ogni anniversario, le battute di caccia, gli animali impagliati.

Naturalmente uno dei limiti del film è proprio nella caratterizzazione dei personaggi. Nessuno dei tre consente una qualche facile identificazione. Il sottofondo edipico è fortissimo e irrisolto. E le stranezze di tutti finiscono presto per perdere interesse.

Il film naturalmente ha in serbo un colpo di scena finale che rende più razionale il percorso narrativo dei personaggi, ma la sceneggiatura di Miller, pur ricca di una costante inquietudine, suona un po’ troppo meccanica, come quasi sempre accade nel caso di un esordio.

Ed allora anche la regia magnifica di Park Chan-wook, capace di inventare nuove prospettive ad ogni inquadratura e di assecondare gli incubi dei suoi personaggi, con un’eleganza calligrafica che raramente si è vista al cinema, finisce talvolta per girare a vuoto.

Il film sembra così per il regista coreano un intrigante esercizio di stile, sui consueti temi della vendetta e del tradimento, che tanta parte hanno avuto nella sua carriera precedente e che hanno influenzato in maniera determinante molti registi americani, a cominciare da Quentin Tarantino.

Bravissimi gli attori: Mia Wasikowska, mai così protagonista e mai così a suo agio in un personaggio di adolescente capace di passare dalla grazia alla ferocia in pochi istanti e Nicole Kidman, che sembra ritornare nel ruolo della madre disturbata di The Others. Ma la sorpresa più grande è Matthew Goode, che incarna perfettamente il fascino senza età dello zio Charlie, capace di travolgere ogni dubbio ed ogni remora.

Un film irrisolto, in cui la somma della parti è certamente superiore all’intero. Un’occasione mancata.

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