The Artist

The Artist ***

L’idea è nata dal grande desiderio di fare un film muto, però la cosa più difficile è stata reperire i fondi. Per fortuna, Thomas Langmann ha avuto fiducia sia in me, sia nell’idea. Il muto è eccitante, perché è una forma cinematografica pura: non ci sono dialoghi, né letteratura.

Michel Hazanavicious, 2011

Nel catalogo ufficiale del Festival di Cannes, The Artist è indicato come fuori concorso. Con una mossa lungimirante ed astuta, il direttore Thierry Fremaux l’ha invece spostato all’ultimo minuto nella selezione ufficiale, consentendo alla giuria di Robert de Niro di laureare Jean Dujardin miglior attore del festival e regalando al sorprendente film di Hazanavicious il passaporto per un meritato successo planetario.

The Artist e’ una straordinaria operazione di recupero, nostalgico e intelligente, della tradizione classica dello studio system hollywoodiano: racconta la storia di un attore dei tempi del muto.

Hollywood 1927. George Valentin è una delle star più amate del cinema muto e sta vivendo, grazie ai suoi film, l’apice della sua carriera.  Divo della vecchia scuola, audace, coraggioso, divertito e dotato di due baffetti alla Clarke Gable, una sera, all’uscita dall’anteprima di una sua pellicola, conosce Peppy Miller, giovane aspirante attrice che ritroverà anche sul set.

I due intrecciano una relazione, ma l’avvento del sonoro cambierà totalmente le loro vite e carriere, gettando Valentin nell’oblio e proiettando Peppy nell’olimpo del cinema. Il protagonista finisce per essere travolto dalle nuove tecnologie, a cui non si vuole piegare e dalla crisi del ’29, che lo lascia solo e sul lastrico.

Siamo dalle parti di Cantando sotto la pioggia ed E’ nata una stella, evidentemente.

E come nelle piu’ classiche storie di Hollywood, alla sua rovinosa caduta, dall’Olimpo alla polvere, si contrappone l’ascesa prodigiosa di una sua giovane fan, Peppy Miller, che ha il suo momento di celebrita’ quando si scontrano, letteralmente, dopo un’anteprima del film Russian Affair e che piano piano, da comparsa intraprendente, diventerà la vedette della compagnia.

Nel melodramma di Hazanavicious non manca nulla, ci sono molti dei clichè tipici delle scalate al successo: il menage familiare di George, che dalla noia trascolora nell’abbandono – con una serie di ellissi che ricordano quelle di Kane e di Susan in Quarto Potere – la starlette favorita dal produttore, che si lamenta del poco spazio che il prim’attore le lascia, il maggiordomo fedele che non lascia George, neppure nel momento piu’ triste.

E ci sono anche un piccolo cane fedele, fuori e dentro al set, pellicole che vanno in fiamme, un tentativo di suicidio, l’amore che trionfa inevitabilmente, con un colpo di genio della giovane diva, che non ha mai smesso di essere innanzitutto una fan.

Quello che rende però The Artist un film interessante e travolgente, non e’ tanto la summa di questi elementi classici, ripresi con gusto postmoderno e citazionista, da un regista evidentemente innamorato delle vecchie storie dell’eta’ dell’oro di Hollywood, quanto il fatto che Hazanavicious diriga un film come se fossimo effettivamente nel 1927. E cioe’ in bianco e nero e quasi completamente muto, se non per un sogno premonitore di George e per il finale, in cui finalmente il ritorno in scena del vecchio divo, si accompagna alla presa diretta.

Per rendere l’atmosfera dei film muti, col loro ritmo e le loro luci, Hazanavicious ha girato 22 immagini al secondo al posto delle consuete 24, imprimendo una leggera accelerazione alla pellicola.

E dimostrando così in modo intelligente, che per fare un grande film, non e’ necessaria che una buona idea. Tutto il resto, dalla corsa al digitale, all’insensato 3D, dal sonoro sino agli effetti speciali, sono tutti elementi accessori, colori e pennelli nelle mani di un artista, che puo’ decidere di volta in volta quali usare, per rendere la sua storia piu’ efficace.

La proiezione stampa sulla Croisette gli aveva dedicato un caloroso applauso finale, premonitore della calda accoglienza che il film ha poi trovato in sala, per il gusto straordinario nella messa in scena e per la divertita radicalita’ dell’operazione. E’ un cinema che non c’e’ piu’ quello di The Artist, ma capace ancora di parlare al cuore del suo pubblico, senza alcuna freddezza e senza paura di usare strumenti antichi, per raccontare una storia senza tempo.

John Goodman si regala un altro ruolo  indovinatissimo, nel doppiopetto gessato del produttore intraprendente, ma dal cuore d’oro.

Jean Durjardin interpreta George Valentin con tempi ed espressioni perfette ed appare un ballerino piu’ che discreto, ma la vera sorpresa e’ Berenice Bejo, nella parte di Peppy Miller: nella finzione, come nella realta’, un volto da tenere d’occhio.

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