The counselor – Il procuratore

Counselor locandina italiana

The counselor – Il procuratore ***1/2

“I suspect that we are ill-formed for the path we have chosen. Ill-formed and ill-prepared. We would like to draw a veil over all the blood and terror that have brought us to this place. It is our faintness of heart that would close our eyes to all of that, but in so doing it makes of it our destiny… But nothing is crueler than a coward, and the slaughter to come is probably beyond our imagining.”

Cormac McCarthy

Di fronte ai film di Ridley Scott si rimane spesso sorpresi, spiazzati.

La sua filmografia, cominciata con tre limpidi capolavori a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, influenzata dall’enciclopedismo cinematografico di Kubrick, ha percorso un lungo viaggio tra generi e forme anche molto distanti. Negli anni Scott si è dedicato ad avventure fantasy e neo-noir, road movie femministi e serial killer, film storici e di guerra, commedie romantiche e film-verità, esibizione di muscoli e militarismo, fantascienza e gangster story.

E’ un autore imperfetto, un professionista impeccabile e personalissimo, che non ha mai scritto una riga dei suoi soggetti, ma le cui immagini sono sempre perfettamente riconoscibili, anche grazie ad una squadra di collaboratori, capaci di seguirne ed assecondarne il proteiforme talento narrativo.

Più volte nel corso degli anni è tornato sulle sue opere per aggiungere e togliere frammenti, immagini, sequenze. E’ il regista del Director’s Cut per eccellenza. Le sue sono opere aperte, sempre in divenire, mai definitive. Non tutto gli è riuscito bene. Ma le sue resurrezioni artistiche ormai non si contano più.

Arrivato al suo ventunesimo lungometraggio, dopo il deludente e pasticciato Prometheus, adatta per lo schermo la prima sceneggiatura del grande romanziere Cormac McCarthy e ci regala uno dei noir più terrificanti ed abissali del nuovo secolo.

Un film crudele, dal passo solenne e mostruoso, che inchioda il suo protagonista ad un destino ineluttabile e incomprensibile.

Disperato e amaro come i grandi classici degli anni ’40, con una memorabile femme fatale, interpretata da Cameron DiazThe counselor è intriso del crepuscolarismo di McCarthy, del suo pessimismo apocalittico, in cui le coordinate morali sfumano nell’orrore: se è il denaro a muovere il mondo, l’avidità lo sta consumando lentamente.

Agli americani non è piaciuto per nulla, l’hanno odiato, forse impreparati ad un racconto che rivela quanto sia invincibile la forza del destino: un’idea tipicamente noir, ma che fa a pugni con l’illusione così americana della seconda possibilità.

Il protagonista è un avvocato di successo, nel profondo sud degli Stati Uniti. Innamoratissimo dell’unico personaggio innocente, la fidanzata Laura.

Il procuratore le chiede di sposarlo, dopo aver acquistato in Olanda un diamante di inestimabile valore.

L’idillio però è destinato a non durare, perchè l’avvocato, di cui non sapremo mai il nome, ha le spalle al muro. Il suo tenore di vita è fuori controllo, vive in un appartamento che sembra uscito da Architectural Digest e l’anello di fidanzamento non ha certo migliorato la sua situazione finanziaria.

Per risolvere i suoi problemi si affida a due uomini pericolosi: Reiner –  che si occupa di locali notturni e spedizioni, ma che in realtà fa affari col cartello messicano – e Westray, un cowboy che fa da intermediario tra di loro ed i signori della droga.

Entrambi eccentrici e ammonitori, cercano di dissuadere l’avvocato dall’intraprendere quella strada senza ritorno, ma il meccanismo è già in funzione: un carico di cocaina viaggia all’interno di un vecchio container che è partito dal Messico e deve raggiungere Chicago.

Eppure qualcosa va storto ed il carico si lascia una lunga scia di sangue dietro di sè.

Qualcuno fa il doppio gioco, il caso si fa beffe dell’avvocato e la vendetta del cartello sarà inesorabile e annunciata. La violenza chiama altra violenza, in una spirale senza fine e senza senso, come è evidente quando il carico arriva finalmente a destinazione, a Chicago.

I messicani sanno esattamente quello che vogliono e come ottenerlo. Professionisti silenziosi e implacabili, sono pronti ad ogni imprevisto. I ricchi americani che cercano di far soldi con loro non sanno invece nulla e rimangono in balia del loro egoismo e della loro avidità.

Il racconto dei movimenti del camion, tra sparatorie, riparazioni, sostituzioni è un piccolo capolavoro nel corpo del film di Scott. I messicani rimangono anonimi, spesso senza volto, eppure sono implacabili. Anche nella loro divertita ferocia, come dimostra il personaggio di John Leguizamo alla fine, parlando del cadavere che viaggia inspiegabilmente con la droga: un po’ qui un po’ là, ci si deve pur divertire nella vita…

E non è un caso che il film si chiuda con le parole di Malkina, l’amante di Reiner, spietata più di tutti, incapace di qualsiasi umanità, eppure l’unica a comprendere davvero il proprio ruolo. Persino il banchiere di Londra a cui si è rivolta, per un’ultima spericolata transazione, sembra esserne atterrito.

Michael Fassbender è l’avvocato, travolto dagli eventi e dalla sete di denaro, e mai come questa volta sembra essere allo stesso tempo fisicamente perfetto nel suo ruolo e completamente fuori parte, rispetto al tono del film. Non comprende fino in fondo il lato tragico, ma anche grottesco del personaggio di McCarthy.

Javier Bardem e Brad Pitt invece riescono a restituire perfettamente la miseria umana dei loro personaggi, forse agevolati anche dal look eccentrico scelto per loro da Scott: Reiner veste le camice improbabili ed i mocassini bianchi di Versace, sentendosi perfettamente a suo agio, mentre Westray è una sorta di dandy cowboy, impeccabile nei suoi orrendi completi country e nel suo Stetson bianco.

Pitt gioca magnificamente in understatement, raccontando storie terribili, senza mai scomporsi, ricordandoci che magnifico caratterista sarebbe stato, se non fosse una delle più grandi star di Hollywood.

Detto che Penelope Cruz ha il personaggio più piccolo e più trasparente nella sua esibita innocenza e purezza, chi ruba la scena a tutti è Cameron Diaz, in un ruolo di bad girl famelica e senza scrupoli. McCarthy e Scott le regalano un ruolo di crudeltà intollerabile, una manipolatrice capace di tutto, così eccessiva da rischiare l’ironia involontaria, eppure la Diaz riesce nell’impresa di farne un personaggio vero, inquietante, sopra le righe, ma mai una caricatura.

Ridley Scott sceglie una messa in scena essenziale, per la sceneggiatura di McCarthy: eliminato ogni eccesso formale, dagli otturatori veloci alle focali corte, alle consuete velocizzazioni, il regista lascia che siano i personaggi a condurre il gioco, i protagonisti ed i comprimari, tutti legati da un destino inesorabile, che non prevede illusioni e vie di fuga, ma solo la progressiva consapevolezza di una realtà non più modificabile.

L’accostamento tra la regia lineare di Scott e la profondità dei dialoghi di McCarthy produce un effetto straniante.

Il potere è senza volto, le vittime, come l’avvocato o come il cadavere che viaggia assieme alla droga, sono senza nome.

McCarthy va alla radice del male, dove le parole non possono più nulla. I dialoghi ispiratissimi e premonitori tra i suoi personaggi raccontano una storia che non ha alternative: non c’è spazio per l’amore o la compassione, l’onore o la fiducia.

L’abisso è intorno a noi.

“You might want to think about that, the next time you do a line”

 Counselor 5

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