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Prometheus. La recensione in anteprima!

Prometheus **

Uscito all’inizio di giugno in tutto il mondo, ma  solo il 14 settembre in Italia, Prometheus è stato uno dei film più attesi dell’estate americana ed uno di quelli più discussi e recensiti dopo la sua uscita.

Ridley Scott aveva annunciato il ritorno alla fantascienza di Alien, il suo capolavoro del 1979, attraverso un film che si ponesse nello stesso universo narrativo dell’originale, senza esserne un prequel diretto.

Il ruolo sempre più importante della serialità nell’ambito della produzione hollywoodiana, ha prodotto in questo ultimo decennio una serie di prequel, reboot, spin-off e secondi, terzi, quarti episodi sull’onda di modalità produttive consolidate, prese in prestito tanto dall’universo dei comics e della televisione, quanto dall’epica classica.

La capacità di ritornare in un mondo narrativo le cui coordinate sono già state definite in un passato più o meno recente, quella di rinnovare quell’universo ricominciando da zero o di chiarirne le premesse è una prassi sempre più frequente.

Si tratta ovviamente di una scelta produttiva che le major hollywoodiane incentivano e sostengono, nel tentativo di dare agli spettatori qualcosa di familiare, facendo leva sul potentissimo effetto nostalgia e sul deja vu rassicurante.

Mentre però la serialità anni ’70-’80 nasceva dal successo improvviso e travolgente, spingendo produttori e registi ad esplorare le possibilità di far ripartire la storia ancora una volta, ritornando sulla struttura originaria, per rifare sostanzialmente lo stesso film (com’è accaduto per le serie di Indiana Jones o Ritorno al Futuro, Arma letale o Die hard), oggi le modalità produttive nascono seriali sin dall’inizio, con un arco narrativo che prevede già un primo episodio fondativo che segna le origini del protagonista  – e dei suoi antagonisti – con un secondo episodio più complesso nel quale la sua identità viene messa in crisi e con un terzo, in cui si ristabilisce l’ordine, aprendosi ad una serializzazione più lunga o chiudendo l’universo diegetico, per lasciare spazio ad una possibile rifondazione/rilettura.

Spesso i film sono girati persino in contemporanea, per sfruttare economie di scala, set già costruiti e disponibilità del cast originale.

Per non parlare del mastodontico progetto degli Avengers della Marvel, con film distinti per ciascuno dei protagonisti ed episodi d’insieme nel quale i nostri eroi uniscono le loro forze, ma che sin dall’origine prevedeva collegamenti tra i personaggi ed una sottotraccia narrativa chiarissima e sorvegliata.

Prometheus, scritto da Jon Spaihts e Damon Lindelof, si poneva l’obiettivo di ritornare alle suggestioni di Alien, cancellando gli ultimi deludenti episodi di crossover con Predator, proprio affidando la regia a colui che aveva dato origine a quel mondo, per certificare agli occhi dei fans la qualità di un’operazione, sulla carta molto vicina a quella tentata da Lucas con la nuova trilogia di Star Wars, che ha avuto l’unico merito (?) di rovinare uno dei più grandi colpi di scena della storia del cinema, contenuto ne L’impero colpisce ancora.

Per Scott invece si trattava di un film in singolare continuità con il suo ultimo Robin Hood, anch’esso teso a ricostruire le origini di una leggenda.

Chi si aspettava un capolavoro silenzioso come Alien, nel quale il terrore appariva minaccioso ed incombente nei lunghi corridoi della nave infestata da una creatura aliena, sarà rimasto certamente deluso dal nuovo film di Ridley Scott, che ripercorre alcuni topoi originali, modificando però radicalmente la linearità horror del primo episodio e la sua pulizia formale, derivata da suggestioni kubrickiane, già evidenti nel felicissimo esordio de I duellanti.

Se Alien era un film dell’orrore che operava magnificamente per sottrazione ed astrazione, per poi esplodere nella seconda parte, creando con Ripley un’eroina androgina, degna degli antieroi della New Hollywood, qui prevale il racconto magniloquente ed il gigantismo produttivo che Scott e la Fox hanno messo in piedi. C’è il tentativo di superare il racconto di genere, ibridandolo di domande filosofico-teologiche, riferibili evidentemente al contributo di Damon Lindelof , già autore delle suggestioni senza risposta di Lost.

Ma se l’accumulo di elementi implausibili e di interrogativi aperti poteva essere accettato nella struttura lunga sei stagioni di una serie televisiva – che rispondeva ai bisogni di una nazione scossa sin dalla fondamenta la mattina dell’11 settembre – utilizzare lo stesso procedimento di accumulo scriteriato e privo di senso, nel mondo chiuso di un film così famoso, è stato del tutto improprio.

I limiti di Prometheus sono purtroppo tutti contenuti nella sua sceneggiatura, farraginosa, incapace di creare suspense, implausibile per molti tratti. Lindelof usa i personaggi per creare situazioni narrative, invertendo l’ordine dei fattori e finendo così per scontentare un po’ tutti: quelli che avrebbero voluto un racconto coerente con l’universo creato da Scott, Bannon e Giger oltre trent’anni fa e quelli che si sarebbero accontentati di un film di fantascienza adulta e spettacolare.

Ed invece la pochezza del copione di Lindelof vanifica persino le indubbie e grandiose qualità visive dell’opera di Scott, che pur lontano dalle atmosfere di Alien, dimostra di saper gestire ancora perfettamente il sontuoso set lunare e di far sapiente uso degli effetti speciali, mettendo sempre gli attori in primo piano.

Il paragone non è tanto con il film del 1979, quanto con la fantascienza legata alle grandi risposte dell’uomo, i cui modelli inarrivabili sono proprio 2001: odissea nello spazio e lo stesso Blade Runner.

Scott gioca con le attese dei fans, lasciando sempre fuori campo la creatura di H.R.Giger, negandone continuamente la nascita, persino attraverso un cruento taglio cesareo: quasi come se volesse segnare ad ogni istante la distanza tra questo prequel e l’originale.

La prima ora è coraggiosa, suggestiva, meravigliosamente coinvolgente, giocata da Scott con una sinfonia di grigi che avvolgono il mondo primordiale e la luna su cui atterrano i protagonisti. Il suo modo di filmare la luce è sempre magistrale. La caverna dove la spedizione scopre le tracce di un antica civiltà aliena e l’uso di ologrammi come registrazioni del passato sono davvero suggestivi. Poi però tutto diventa macchinoso e ingiustificato, col solo obiettivo di far tornare i conti con l’inizio di Alien e con un possibile secondo prequel.

Se abbassate un po’ le vostre aspettative e non prestate troppa attenzione alla plausibilità dei personaggi di contorno ed alla curiosa (…e già molto contestata) genetica del film, potreste anche divertirvi, soprattutto nella prima parte.

La seconda parte della recensione contiene inevitabilmente alcune anticipazioni sulla trama del film. Chi non volesse rovinarsi la sorpresa potrà ritornare su questa pagina dopo averlo visto.

Prometheus è ambientato una trentina d’anni prima dell’originale, ma ha un prologo che si perde nella notte dei tempi: un gigante albino, dopo aver ingerito una strana sostanza proteiforme, subisce una mutazione che disgrega il suo corpo. Si getta in una enorme cascata creando così la scintilla che dà origine alla vita umana.

Nel 2089 gli scenziati Elizabeth Shaw e Charlie Holloway scoprono in una grotta in Scozia un dipinto rupestre che combacia con altri rinvenuti in diverse zone del pianeta, appartenuti ad altre civilità: tutti i disegni sembrano indicare un invito a raggiungere una costellazione lontanissima dalla Terra.

Elizabeth porta una croce al collo e non riesce a superare, sino in fondo, una prospettiva in qualche modo creazionista, mentre Charlie è uomo di scienza che la rimprovera di voler accantonare troppo in fretta gli ultimi secoli di darwinismo.

La Wayland Corporation invia quindi l’astronave Prometheus alla ricerca di questi pianeti, per scoprire se davvero la vita sulla Terra è stata generata millenni prima da una civiltà aliena. A capo della spedizione ci sono i due scienziati, affiancati da un androide biondo, David, da una coordinatrice, Meredith Vickers, e dal capitano della nave, Janek, oltre ad una serie di biologi e geologi.

Dopo due anni di viaggio in ibernazione, nel Natale del 2093 la Prometheus raggiunge la luna LV-223. Ad una prima esplorazione segue la scoperta di una sorta di montagna cava nella quale si avventurano gli scienziati assieme a David, alla ricerca di possibili forme di vita e di indizi relativi all’origine della specie.

Il gruppo di esplorazione ritrova un corpo enorme diviso in due e quindi una sorta di tempio nel quale sono conservate delle grandi capsule.

Una tempesta elettromagnetica costringe la spedizione a dividersi ed a rientrare alla Prometheus. Restano nella grotta gli scienziati Fifield e Millburn. Nella notte avranno un incontro ravvicinato con una sorta di serpente d’acqua, che si rivelerà decisamente ostile.

Nel frattempo, la dott.ssa Shaw riporta sulla Prometheus una testa aliena, per analizzarla, mentre David di nascosto ha sottratto una delle capsule, per esaminarla. La testa aliena rivelerà la sua natura umanoide e l’analisi del DNA ne darà la conferma. David invece isolerà dalla capsula un piccolissimo elemento contaminante, capace di sconvolgere la vita a bordo della Prometheus.

Per Charlie la scoperta dell’identico DNA è la conferma di un processo di evoluzione della specie,  in assenza di un’entità creatrice, eppure Elizabeth non si rassegna e continua a chiedersi chi ha creato gli ‘ingegneri’ alieni, da cui verosimilmente discendiamo.

Janek ipotizza che il pianeta sia stato utilizzato dalla civiltà aliena come base militare, fino a quando non si è perso il controllo delle armi biologiche, custodite nelle capsule.

Nella seconda parte il film spinge sull’acceleratore dell’azione, con alcune strizzate d’occhio ai fans della serie che ritroveranno alcuni elementi e situazioni del capostipite: dall’estrazione di un corpo estraneo che cova in uno dei protagonisti, alla decapitazione dell’androide, dai lanciafiamme come unica arma, all’uso delle porte scorrevoli dell’astronave, per isolare le creature aliene.

Tra gli attori si distinguono il sempre impeccabile Michael Fassbender, nei panni glaciali dell’androide David, che si ispira al Peter O’Toole di Lawrence d’Arabia, e Noomi Rapace, nel ruolo chiave di Elizabeth Shaw, plasmata sulla Ripley originale, spinta però non dall’istinto di sopravvivenza, ma da una fede, messa a dura prova dalla morte dei genitori e dalla crudeltà degli ‘ingegneri’ alieni.

Il resto del cast è piuttosto opaco, mal servito da una sceneggiatura traballante.

Disquisire sui termini scientifici della spedizione o sull’origine della specie avvalorata dal film, mi sembra un errore: Prometheus è estremamente confuso da questo punto di vista, mescola suggestioni cristiane, panspermia e hybris d’immortalità, ma non sembra voglia accreditare una teoria o l’altra, quanto fornire lo spunto ai suoi protagonisti, per mettersi in cammino.

Non a caso Scott mette in scena nei primi cinque straordinari minuti il mistero della creazione e dà una risposta chiara alle suggestioni contenute nel titolo del film: uno degli ‘ingegneri’, una sorta di prometeo alieno ruba il ‘fuoco’ della vita e si sacrifica per creare il genere umano, evidentemente contro il volere dei suoi simili.

Questi ultimi avrebbero voluto poi inviare sulla Terra, attraverso lo space jockey, già visto in Alien, un virus mutante, capace di annientare la nostra civiltà. Perchè poi quel proposito non sia mai stato attuato e chi l’abbia fermato, sono il segreto che ci verrà svelato forse solo in un prossimo episodio.

Nel frattempo, qualche migliaio di anni dopo, un altro prometeo, il vecchissimo magnate Wayland, alla ricerca dell’immortalità e del senso dell’esistenza, si spinge ancora nello spazio, per rubare il fuoco della conoscenza e ricercare l’origine della vita, col rischio di annientarla definitivamente.

La doppia metafora era indubbiamente affascinante. Peccato che il dialogo filosofico tra questi due visionari sia stato tradotto così sommariamente e risolto nel prefinale con frettolosa inadeguatezza.

Come spesso succede in questo Prometheus le ambizioni sovrastano la superficialità degli esiti e le risposte sono assai più fragili e approssimative delle domande poste.

La conclusione lascia presagire una nuova avventura, speriamo affidata alla penna di qualche sceneggiatore più raffinato.

Un’occasione sprecata.

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