Robin Hood

Robin Hood **

Il nuovo film di Ridley Scott, che ha aperto l’ultimo Festival di Cannes, pesca a piene mani dai passati successi del regista inglese, con suggestioni che arrivano direttamente da Il gladiatore e da Le crociate.

L’idea di rinverdire i fasti del sodalizio con Russell Crowe, con un altro film in costume su un eroe popolare e proletario, era un’occasione troppo ghiotta.

Eppure c’è qualcosa che non funziona. Non tutti gli ingredienti sono dosati con la giusta misura e la magia del pur discutibile peplum del 2000 non si replica, anche se lo spettacolo è comunque grandioso e ricchissimo.

L’idea di Scott e del suo sceneggiatore Brian Helgeland (L.A.Confidential, Mystic River) era quella di raccontare la nascita del mito dell’arciere di Sherwood e la salita al trono d’Inghilterra dell’infido Principe Giovanni, nel corso del XII secolo.

Il film è una sorta di prequel che racconta i personaggi prima che diventino leggenda: intende mettere in luce le motivazioni, i conflitti e le azioni che portarono alla favola del fuorilegge capace di rubare ai ricchi per il popolo affamato.

Molti dei personaggi storici restano in secondo piano, come in fido Long John, Fra’ Tuck e lo stesso sceriffo di Nottingham, che appare una figura scialba e senza identità propria.

Questo nuovo Robin Hood comincia con il ritorno del Re dopo 10 anni di Crociate in Terra Santa. Passando dalla Francia di Filippo II, durante l’assedio inglese al castello di Châlus, si mette in luce l’arciere Robin di Longstride.

Riccardo Cuor di Leone ne apprezza l’ardore e la sincerità anche fuori dal campo di battaglia, ma lo pone agli arresti, per aver ricordato un massacro compiuto in Palestina. Nell’impressionante assalto finale, di grande realismo drammatico e scenografico, il Re viene colpito a morte e Robin e i suoi tre compagni d’arme si mettono in fuga per cercare di rientrare in patria, prima che sulle coste si riversi tutto l’esercito in rotta.

Durante la fuga da disertori, si imbattono nell’imboscata tesa dagli uomi di Sir Godfrey – doppiogiochista amico del Principe Giovanni, ma al soldo del Re di Francia – al drappello che deve riportare in patria la corona del re.

Robin e compagni mettono in fuga i francesi, ma non possono evitare la strage degli inglesi: il comandante del drappello, Sir Robert Loxley, prima di morire chiede a Robin di riportare la sua spada al vecchio padre a Nottingham. Tornato in Inghilterra, come cavaliere, dopo aver rubato le spoglie degli inglesi assaliti, Robin consegna la corona al nuovo Re Giovanni e  si mette in cammino verso Nottingham, per onorare la promessa fatta a Sir Loxley.

Qui, ritornato nei panni di Robin di Longstride, incontrerà il vecchio padre di Sir Loxley e la vedova, Lady Marian, i quali gli proporranno di prendere effettivamente il posto del defunto Robert, per proteggere le loro proprietà dagli abusi del nuovo Re, dagli assalti di Sir Godfrey e dalle avances dello Sceriffo di Nottingham.

Sir Godfrey, nel frattempo, ha sostituito il saggio e fidato cancelliere Guglielmo, alla corte del nuovo Re ed ha imposto una nuova tassazione che impoverisce le campagne, difendendola con la forza delle armi.

Sir Godfrey lavora anche per preparare l’invasione del Re di Francia e la rivolta dei nobili contro le angherie del nuovo Re, viene frenata proprio dal pericolo di una imminente invasione.

Robin di Langstride ritorna nei luoghi della sua infanzia e ricorda finalmente le sue vere origini ed il coraggio del padre, autore di una prima versione della Magna Cartha, che Re Giovanni si impegna ad approvare subito dopo la cacciata dei francesi, per placare l’ira dei nobili.

In un’epica battaglia finale sulle coste di Dover, l’esercito guidato dal Re e dai nobili, anche grazie all’abilità di Robin avrà la meglio sugli invasori francesi.

Subito dopo la vittoria, il Re si rimangerà la promessa concessione della Carta dei Diritti e dichiarerà Robin di Longstride un fuorilegge, costringendolo alla macchia e dando origine alla leggenda di Sherwood.

Il film è ricco di personaggi e di azione: Scott però sembra sprecare le gloriose scenografie di Arthur Max e la nitida fotografia di John Mathieson, dirigendo svogliatamente e senza mai un’idea di messa in scena originale. Il campionario di inquadrature con otturatore veloce nelle scene di battaglia viene dritto da Il Gladiatore, la proliferazione di punti di vista era già evidente in Le crociate o Black Hawk Down, il montaggio frammentato di Pietro Scalia, sembra più frutto del caso che di un’idea di messa in scena dell’azione.

Più interessanti i momenti di raccordo e di racconto, nei quali Scott fa piazza pulita di un intero secolo di immaginario, mostrando un Re Riccardo, guascone e rude, molto più vicino all’immagine di un Re medioevale, rispetto al romanticismo ottocentesco della leggenda di Robin Hood e regalandoci una Lady Marion del tutto nuova: vedova di guerra invecchiata precocemente e impegnata a non perdere le terre di famiglia, impoverite dalla guerra.

Anche il ritratto di Sir Loxley, interpretato magnificamente da Max Von Sidow, ha uno spessore shakespeariano.

Purtroppo il film si chiude con una battaglia che contraddice clamorosamente il realismo medioevale seguito per due ore da Scott, facendo il verso allo spielberghiano Salvate il Soldato Ryan con le frecce infinite a sostituire le pallottole, in un anacronismo narrativo, prim’ancora che storico.

Non solo, ma in questa battaglia campale, del tutto superflua, per l’esito della leggenda, Scott trasforma Lady Marion in una novella Giovanna D’Arco, in un’iperbole diegetica del tutto ingiustificata.

Peccato perchè sino a quel punto, nonostante il grigiore anonimo della messa in scena, il film aveva conservato una certa originalità, anche per le prove decorose di un cast ricco ed eterogeneo, dall’eterno villain Mark Strong, ad un sempre indovinato William Hurt, ad un sornione  Russel Crowe nei panni del protagonista e ad una sempre impeccabile Cate Blanchett in quelli di Marion.

Un’occasione non completamente colta, per rinnovare radicalmente uno dei racconti più sfruttati dal cinema dell’ultimo secolo. Forse avrebbe aiutato un titolo diverso, che non richiamasse immediatamente un immaginario così radicalmente consolidato. 

Ma ora resta un interrogativo: ci sarà un sequel con Robin di Longstride finalmente diventato Robin Hood?

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